Sì, parlerò di libri ad “Amici”
Stefano Massini , di STEFANO MASSINIStefano Massini scrive un articolo sui giovani e la lettura. Maria De Filippi con un tweet lo invita in studio. E qui lui le spiega perché ha deciso di andarci
Cara Maria, perdonerai se rispondo con alcuni giorni di ritardo alla sfida che mi hai lanciato domenica, dopo aver letto su Repubblica le mie riflessioni sui giovani e i libri, alla luce dei dati Ocse. Puoi ben capire, tuttavia, che per uno scrittore non è cosa del tutto normale vedersi lanciare il proverbiale guanto da uno dei talent-show più seguiti dal pubblico.
Mai si era visto un articolo sui libri destare tanto clamore, con decine di migliaia di reazioni sui social. Subito dopo il tuo post, si è dunque scatenato intorno a me l’inimmaginabile: «Allora? Che fai? Vai ad Amici a parlare di libri? Sì? No?», e giù con gli anatemi, le benedizioni, i distinguo, le macumbe, i bignami socio-antropologici e tutto un ventaglio di sfumature cromatiche fra gli opposti estremi dell’alleluja e del vade retro.
Ma al di là dei facili schieramenti su posizioni preventive, ti dirò che sono stati giorni per molti aspetti rive…
Mai si era visto un articolo sui libri destare tanto clamore, con decine di migliaia di reazioni sui social. Subito dopo il tuo post, si è dunque scatenato intorno a me l’inimmaginabile: «Allora? Che fai? Vai ad Amici a parlare di libri? Sì? No?», e giù con gli anatemi, le benedizioni, i distinguo, le macumbe, i bignami socio-antropologici e tutto un ventaglio di sfumature cromatiche fra gli opposti estremi dell’alleluja e del vade retro.
Ma al di là dei facili schieramenti su posizioni preventive, ti dirò che sono stati giorni per molti aspetti rive…
Cara Maria, perdonerai se rispondo con alcuni giorni di ritardo alla sfida che mi hai lanciato domenica, dopo aver letto su Repubblica le mie riflessioni sui giovani e i libri, alla luce dei dati Ocse. Puoi ben capire, tuttavia, che per uno scrittore non è cosa del tutto normale vedersi lanciare il proverbiale guanto da uno dei talent-show più seguiti dal pubblico.
Mai si era visto un articolo sui libri destare tanto clamore, con decine di migliaia di reazioni sui social. Subito dopo il tuo post, si è dunque scatenato intorno a me l’inimmaginabile: «Allora? Che fai? Vai ad Amici a parlare di libri? Sì? No?», e giù con gli anatemi, le benedizioni, i distinguo, le macumbe, i bignami socio-antropologici e tutto un ventaglio di sfumature cromatiche fra gli opposti estremi dell’alleluja e del vade retro.
Ma al di là dei facili schieramenti su posizioni preventive, ti dirò che sono stati giorni per molti aspetti rivelatori, non fosse altro perché la tua provocazione ha fatto sì che tanti tantissimi scrittori, editori, curatori di festival mi contattassero per dire la loro (oso dire: finalmente) su un tema cruciale. A tutti loro va il mio grazie.
E non è solo un grazie per il sostegno e il consiglio in una scelta non scontata, quanto per avermi dimostrato che non sono l’unico a percepire un profondo disagio sul modo in cui disegniamo il perimetro dei libri, della loro capacità di diffusione. Lo dirò qui senza metafore: nella stragrande maggioranza delle situazioni, noi ci rivolgiamo a chi legge di già. Scriviamo libri (e recensioni, articoli, perfino post) a uso e consumo di una fetta circoscritta di fruitori, dei quali corriamo il rischio di assecondare gusti e temi in un mutuo scambio asfissiante, tendente all’anossia.
Non è un tema nuovo, non occorre Massini per scoprirlo, ma il vero punto è che oggi, nell’era dei follower, è l’uomo del Terzo Millennio a vivere continuamente nella falsa percezione di parlare a tutti, mentre parla prevalentemente “ai suoi”, a chi è come lui, a chi ne condivide già in partenza scelte e sguardi. Ecco, è questo contesto a rendere a mio avviso più drastico lo spartiacque fra i presunti illuminati e l’infinita prateria in cui scorrazzano gli Yahoos di Swift.
Ci stiamo uniformando alla regola dei social, al meccanismo del “vedrai cosa pubblico se sei nella mia community”, ed è proprio questa community book-friendly a starmi sempre più stretta. Mi rifiuto di accettare che la delimitazione sia il mantra di un’epoca che per assurdo - ai nastri di partenza, quando nacque la rete - si annunciava illimitata, priva di muri, di frontiere claustrofobiche, quelle stesse frontiere che stiamo riedificando fra etnie, identità, generazioni e famigerati segmenti di mercato (è la logica dei cookies: scegliere ciò che già scegliamo, conoscere ciò che già conosciamo).
Tanto più grave, a completare il quadro, è il fatto che nel cosiddetto target dei lettori siano dati per assenti gli adolescenti, coloro che forse più di tutti troverebbero nei libri una palestra esistenziale, un tirocinio, un Virgilio nei gironi tortuosi della propria formazione. Scriveva Robert Walser, in quel capolavoro che è Jakob von Gunten, di una pedagogia ribaltata in cui niente vale la pena di essere insegnato se non la mediocrità.
È il nostro modello? Rinunceremo alla sfida di insegnare, esattamente come al collegio Benjamenta? I libri sono l’anticorpo alla mediocrità, e fosse anche solo per questo varrebbe la pena di tentare ogni via per farne crescere la sete nella cosiddetta Generazione Z, consapevoli che «il futuro – se ve ne sarà uno – dipenderà da chi legge in profondità» (annotai la frase da un saggio di Harold Bloom e l’ho incorniciata).
A questo punto, però, ho bisogno di aprire una parentesi personale: io provengo dal mondo del teatro, ne mantengo nel Dna il bisogno radicale di un rapporto diretto, fisico, fra la parola e il pubblico, fra chi racconta e chi quel racconto lo riceve. Sono queste le mie origini, è questo il rito con cui sono arrivato allo scrivere, da me tuttora vissuto come un gesto altruistico, mai imperniato su se stessi ma su quel crinale scosceso e stupendo che è il comunicare agli altri, per gli altri, con gli altri.
Tu adesso mi proponi, cara Maria, di presentarmi a tutti gli effetti davanti agli “altri”, intesi come coloro che in fondo non conosco (e a loro volta non conoscono me): un incontro fra sconosciuti, per giunta con l’obiettivo di raccontare un terzo sconosciuto, il libro.
Cos’è questo, mi sono chiesto, se non l’estremo approdo di ciò che ho sempre fatto? Dovrei sentirmi a disagio? Perché? Perché per la prima volta, forse, non parlerò ai miei presunti simili? O perché fino a oggi siamo stati in mondi diversi, all’apparenza inconciliabili, per la solita stantia dialettica fra la nicchia e il pop?
In teatro non mi risulta si faccia l’esame di letteratura allo spettatore prima di vendergli il biglietto, ci si augura anzi che sia capitato per caso, puro, privo di pregiudizi, disponibile a lasciarsi stupire. Io non so se la tua sfida (e la mia, a questo punto) potrà funzionare, non so neppure se troverò le parole giuste, in una terra per me straniera. Ma quello che so è che non tollero chi solleva i problemi e poi si dà alla macchia per non sporcarsi le mani. Anzi, le mani sporche sono stimmate di lavoro, di sforzo, di rischio. E se le mie mani sporche serviranno a far scoprire Melville anche solo a dieci ragazzi in più, ne sarà valsa ampiamente la pena.
Mai si era visto un articolo sui libri destare tanto clamore, con decine di migliaia di reazioni sui social. Subito dopo il tuo post, si è dunque scatenato intorno a me l’inimmaginabile: «Allora? Che fai? Vai ad Amici a parlare di libri? Sì? No?», e giù con gli anatemi, le benedizioni, i distinguo, le macumbe, i bignami socio-antropologici e tutto un ventaglio di sfumature cromatiche fra gli opposti estremi dell’alleluja e del vade retro.
Ma al di là dei facili schieramenti su posizioni preventive, ti dirò che sono stati giorni per molti aspetti rivelatori, non fosse altro perché la tua provocazione ha fatto sì che tanti tantissimi scrittori, editori, curatori di festival mi contattassero per dire la loro (oso dire: finalmente) su un tema cruciale. A tutti loro va il mio grazie.
E non è solo un grazie per il sostegno e il consiglio in una scelta non scontata, quanto per avermi dimostrato che non sono l’unico a percepire un profondo disagio sul modo in cui disegniamo il perimetro dei libri, della loro capacità di diffusione. Lo dirò qui senza metafore: nella stragrande maggioranza delle situazioni, noi ci rivolgiamo a chi legge di già. Scriviamo libri (e recensioni, articoli, perfino post) a uso e consumo di una fetta circoscritta di fruitori, dei quali corriamo il rischio di assecondare gusti e temi in un mutuo scambio asfissiante, tendente all’anossia.
Non è un tema nuovo, non occorre Massini per scoprirlo, ma il vero punto è che oggi, nell’era dei follower, è l’uomo del Terzo Millennio a vivere continuamente nella falsa percezione di parlare a tutti, mentre parla prevalentemente “ai suoi”, a chi è come lui, a chi ne condivide già in partenza scelte e sguardi. Ecco, è questo contesto a rendere a mio avviso più drastico lo spartiacque fra i presunti illuminati e l’infinita prateria in cui scorrazzano gli Yahoos di Swift.
Ci stiamo uniformando alla regola dei social, al meccanismo del “vedrai cosa pubblico se sei nella mia community”, ed è proprio questa community book-friendly a starmi sempre più stretta. Mi rifiuto di accettare che la delimitazione sia il mantra di un’epoca che per assurdo - ai nastri di partenza, quando nacque la rete - si annunciava illimitata, priva di muri, di frontiere claustrofobiche, quelle stesse frontiere che stiamo riedificando fra etnie, identità, generazioni e famigerati segmenti di mercato (è la logica dei cookies: scegliere ciò che già scegliamo, conoscere ciò che già conosciamo).
Tanto più grave, a completare il quadro, è il fatto che nel cosiddetto target dei lettori siano dati per assenti gli adolescenti, coloro che forse più di tutti troverebbero nei libri una palestra esistenziale, un tirocinio, un Virgilio nei gironi tortuosi della propria formazione. Scriveva Robert Walser, in quel capolavoro che è Jakob von Gunten, di una pedagogia ribaltata in cui niente vale la pena di essere insegnato se non la mediocrità.
È il nostro modello? Rinunceremo alla sfida di insegnare, esattamente come al collegio Benjamenta? I libri sono l’anticorpo alla mediocrità, e fosse anche solo per questo varrebbe la pena di tentare ogni via per farne crescere la sete nella cosiddetta Generazione Z, consapevoli che «il futuro – se ve ne sarà uno – dipenderà da chi legge in profondità» (annotai la frase da un saggio di Harold Bloom e l’ho incorniciata).
A questo punto, però, ho bisogno di aprire una parentesi personale: io provengo dal mondo del teatro, ne mantengo nel Dna il bisogno radicale di un rapporto diretto, fisico, fra la parola e il pubblico, fra chi racconta e chi quel racconto lo riceve. Sono queste le mie origini, è questo il rito con cui sono arrivato allo scrivere, da me tuttora vissuto come un gesto altruistico, mai imperniato su se stessi ma su quel crinale scosceso e stupendo che è il comunicare agli altri, per gli altri, con gli altri.
Tu adesso mi proponi, cara Maria, di presentarmi a tutti gli effetti davanti agli “altri”, intesi come coloro che in fondo non conosco (e a loro volta non conoscono me): un incontro fra sconosciuti, per giunta con l’obiettivo di raccontare un terzo sconosciuto, il libro.
Cos’è questo, mi sono chiesto, se non l’estremo approdo di ciò che ho sempre fatto? Dovrei sentirmi a disagio? Perché? Perché per la prima volta, forse, non parlerò ai miei presunti simili? O perché fino a oggi siamo stati in mondi diversi, all’apparenza inconciliabili, per la solita stantia dialettica fra la nicchia e il pop?
In teatro non mi risulta si faccia l’esame di letteratura allo spettatore prima di vendergli il biglietto, ci si augura anzi che sia capitato per caso, puro, privo di pregiudizi, disponibile a lasciarsi stupire. Io non so se la tua sfida (e la mia, a questo punto) potrà funzionare, non so neppure se troverò le parole giuste, in una terra per me straniera. Ma quello che so è che non tollero chi solleva i problemi e poi si dà alla macchia per non sporcarsi le mani. Anzi, le mani sporche sono stimmate di lavoro, di sforzo, di rischio. E se le mie mani sporche serviranno a far scoprire Melville anche solo a dieci ragazzi in più, ne sarà valsa ampiamente la pena.