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 Scrooge, il vecchio avaro dei racconti di Charles Dickens disegnato da Carlo Nicco per l'edizione Utet del 1939 

Il doppio Natale di Robinson

Il numero in edicola domani è sia per chi ama la festa, sia per chi la detesta. Perché il 25 dicembre, da Dickens a Stevenson, ha molte facce. Come spiega questo racconto
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Nel 1884, due anni prima dello Strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, Stevenson scrisse uno dei suoi racconti più belli, Markheim. Vi si narra di un uomo, Markheim, che uccide un rigattiere la sera di Natale: in apparenza per rapinarlo, ma il delitto ha qualcosa di gratuito; terrorizzato ma anche affascinato dall'idea di essere scoperto, l'omicida indugia nel negozio, spia e si sente spiato, discute con se stesso, si figura morbosamente il momento della cattura. A un certo punto scopre di non essere solo: un personaggio che ha visto tutto (il diavolo? Un angelo che vuole metterlo alla prova? Il suo doppio?) lo raggiunge e cerca di fargli accettare l'idea del male come connaturata alla vita: ma in un sussulto estremo di fierezza, pur di compiere un atto di libertà, Markheim sceglierà di espiare confessando. Al di là delle coincidenze dostoevskijane, viene da chiedersi: perché Stevenson sceglie proprio la notte fra il 24 e il 25 dicembre? Per…
Nel 1884, due anni prima dello Strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, Stevenson scrisse uno dei suoi racconti più belli, Markheim. Vi si narra di un uomo, Markheim, che uccide un rigattiere la sera di Natale: in apparenza per rapinarlo, ma il delitto ha qualcosa di gratuito; terrorizzato ma anche affascinato dall'idea di essere scoperto, l'omicida indugia nel negozio, spia e si sente spiato, discute con se stesso, si figura morbosamente il momento della cattura. A un certo punto scopre di non essere solo: un personaggio che ha visto tutto (il diavolo? Un angelo che vuole metterlo alla prova? Il suo doppio?) lo raggiunge e cerca di fargli accettare l'idea del male come connaturata alla vita: ma in un sussulto estremo di fierezza, pur di compiere un atto di libertà, Markheim sceglierà di espiare confessando. Al di là delle coincidenze dostoevskijane, viene da chiedersi: perché Stevenson sceglie proprio la notte fra il 24 e il 25 dicembre? Perché la festività è un vantaggio per il rapinatore, evidentemente, ma forse anche perché nella notte di Natale chi è solo lo è ancora di più. Inoltre nasce qualcuno, quella notte, qualcuno che porta con sé un altro tempo, come dire che ciascuno di noi muore, rivede la propria vita e rinasce: la parabola di Scrooge, il più famoso personaggio della letteratura natalizia, colui che guidato dalla maieutica degli Spiriti dei Natali compie un vero e proprio viaggio nel tempo fino a rivedersi bambino e a cambiare - da laggiù - il proprio destino, come in un'invenzione di Philip Dick.

Tre anni più tardi, poco dopo la morte del padre, Stevenson scrisse per la propria famiglia un Sermone di Natale appena ripubblicato da Vita e Pensiero insieme a Pulvis et umbra e altri scritti di carattere morale con una prefazione di Alberto Manguel. Il Sermone è una toccante meditazione sul bilancio della propria vita da parte di chi intravede la morte: anche in questo caso non c'è un motivo "tecnico" per collocare la meditazione nella notte di Natale, anzi il Natale è menzionato una volta sola, a mo' di datazione esterna, ma è chiaro che, assumendo un valore simbolico, la ricorrenza rilascia un'energia metafisica lungo tutto il testo, soprattutto quando il tema del tempo umano (le numerosissime ma computabilissime ore dell'esistenza) incrocia il tema del Tempo, dalla cui prospettiva la nostra stessa vita ci appare come morte ("Un tempo spropositato a morire: ecco il quadro della vostra vita e della mia \[...\]. I giorni se ne vanno e quando l'ultimo ci sorprenderà avremo impiegato moltissimo tempo a morire. Cos'altro?"). 

Paradossalmente proprio questa visione, insieme all'idea che ogni progetto umano è destinato al fallimento, consente allo scrittore di credere alla possibilità di essere felici. "Perciò un uomo nella sua vita non deve aspettarsi la felicità, bensì solo goderne quando arrivi". "È probabile", continua, "che quasi tutti coloro che in qualche modo riesaminino la propria condotta le diano troppo peso; di certo pensiamo troppo al peccato"; ma "nel cuore dell'inverno, quando la vita scorre più lenta e la mente torna alle sedie lasciate vuote dalle persone care, è un bene che le circostanze ci obblighino a sorridere".

Quando Stevenson scrive queste parole in fondo molto reticenti, il Natale costituiva già un "genere" letterario, un genere che aveva nel Christmas Carol di Dickens il suo grande modello e che gli scrittori vittoriani sottoposero ad ogni genere di variazione. 

Il tema in effetti si prestava come un invito: un'ambientazione esotica e però, per via di contaminazioni e sovrapposizioni, anche nordica (dunque la palma con l'abete, la sabbia con la neve); la stella cometa (che ispirerà un racconto natalizio ad Arthur Clarke) e le luci degli addobbi; i leggendari doni dei Re Magi (la misteriosissima mirra) e i pacchetti distribuiti da Babbo Natale; la favola e la realtà (ovvero: la scoperta che Babbo Natale non esiste come spartiacque fra infanzia e adolescenza); la natura clownesca, e dunque fatalmente disperata, di tutti i "finti" Babbi Natali, non a caso adottati dal cinema prima come rapinatori (l'indimenticabile Christopher Plummer dell'Amico sconosciuto), poi come serial killer o, per mutazione genetica, come Krampus. In origine il Krampus era un demone, sconfitto dal vescovo Nicola (IV secolo d. C.) che ne fece il proprio servo. Nicola diventerà poi Santa Klaus, cioè Babbo Natale, e il ritorno del Krampus alle antiche efferatezze può dunque leggersi, oltre che in chiave psicoanalitica come ritorno del rimosso, in chiave sociologica come rivolta delle classi sottomesse: una vicenda che una volta di più ci rimanda al cinema, in questo caso a un film come Metropolis. 

La cattiva coscienza del consumismo occidentale ha fatto del Natale un'occasione di violenza o un momento di ipocrisia, inversamente proporzionali alla bontà e alla melassa sparsi a piene mani nei Natali letterari dell'Ottocento, da Washington Irving a Louise May Alcott, da Anthony Trollope a O. Henry e tanti altri (è in fondo la stessa vicenda per cui il Luna Park è diventato una delle ambientazioni più sfruttate dal cinema catastrofico, mentre il clown... beh, per il clown basti pensare al Pennywise di Stephen King). Ma il veleno vero del Natale, quello più nascosto che meglio si presta alle modulazioni letterarie più raffinate, è l'invidia. L'invidia per chi ha ricevuto un regalo più bello del tuo o ha addobbato meglio il suo albero, ma anche un'invidia a priori per la felicità degli altri, tanto ingigantita quanto meno conosciuta in proprio: è la solitudine del Grinch, ma ancora più in profondità è l'incomprensione, la genuina incomprensione di chi, come lo Scrooge di Dickens, non si capacita che altri, anche solo per poche ore, possano essere felici. Che scandalo, la felicità, che pretesa blasfema! Come l'ultimo umano rimasto a Santa Mira, il vecchio misantropo vede ovunque ultracorpi che simulano un'impossibile infelicità, ma più dell'angoscia lo domina un sentimento di offesa alla propria intelligenza. Chi ha nelle vene anche solo una goccia del sangue di Scrooge, sa di cosa stiamo parlando.