Tra padri e figli tanta letteratura
Michele Neri , di MICHELE NERIDalla paternità secondo Michael Chabon a quella fatta di pesca e silenzi descritta da Patrik Svensson. Il rapporto intergenerazionale è al centro di molti titoli usciti in libreria negli ultimi mesi
In una riga del suo coraggioso In tutto c’è stata bellezza, Manuel Vilas riassume la genesi del romanzo: «Non dicendomi chi era, mio padre stava forgiando questo libro». L’autore spagnolo non è il solo ad aver avuto bisogno di sondare con la scrittura il grande enigma che riguarda ogni uomo: silenzi e aspirazioni, identità esibite e nascondimenti dell’uomo che l’ha gettato nel mondo, l’essere più prossimo e il più inspiegabile, il padre. Perfino rivisitare delusioni e disfatte transgenerazionali possono bastare all’accettazione dell’eredità per il figlio e alla motivazione per lo scrittore.
In questi mesi abbiamo letto di figli che accompagnano i padri nel loro declino psicofisico causato da politiche economiche disumane (i francesi E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu e Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis); di padri traditori di sentimenti come nella riedizione dell&rsquo…
In questi mesi abbiamo letto di figli che accompagnano i padri nel loro declino psicofisico causato da politiche economiche disumane (i francesi E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu e Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis); di padri traditori di sentimenti come nella riedizione dell&rsquo…
In una riga del suo coraggioso In tutto c’è stata bellezza, Manuel Vilas riassume la genesi del romanzo: «Non dicendomi chi era, mio padre stava forgiando questo libro». L’autore spagnolo non è il solo ad aver avuto bisogno di sondare con la scrittura il grande enigma che riguarda ogni uomo: silenzi e aspirazioni, identità esibite e nascondimenti dell’uomo che l’ha gettato nel mondo, l’essere più prossimo e il più inspiegabile, il padre. Perfino rivisitare delusioni e disfatte transgenerazionali possono bastare all’accettazione dell’eredità per il figlio e alla motivazione per lo scrittore.
In questi mesi abbiamo letto di figli che accompagnano i padri nel loro declino psicofisico causato da politiche economiche disumane (i francesi E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu e Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis); di padri traditori di sentimenti come nella riedizione dell’ambiguo Acqua di mare di Charles Simmons. Di genitori oggetto d’indagini autodistruttive: in Mio padre, il pornografo Chris Offutt scava nel mistero del proprio padre Andrew, definito «Genio oscuro, egoista, crudele... un anarchico figlio di puttana».
Alla sua morte dovrà farsi largo attraverso i novanta metri lineari per otto quintali di peso di narrativa porno prodotta in segreto dal padre in cinquant’anni – per tutti era un autore di fantascienza – e usando 17 pseudonimi. Addentrarsi in una mente abitata dalla passione per ogni permutazione sessuale e violenze sulle donne, porta il figlio alla depressione, medicata da una scrittura di una sensibilità estrema che va oltre l’auto-fiction. I figli sono disposti a tutto, pur di far pace con legami e vincoli nascosti, come si scopre in altre tre novità.
Si dice sfuggente come un’anguilla. La scivolosità esteriore e la nebbia che ha avvolto per secoli – frustrando i tentativi, tra altri, di Aristotele e Freud – anatomia, evoluzione e riproduzione di questo pesce, è un’ottima metafora per l’elusività della figura paterna. Su un doppio binario di ricerca – dell’animale più ritroso e del confronto con le proprie origini nel padre, appassionato di questi pesci a rischio d’estinzione – procede un racconto affascinante e delicato: Nel segno dell’anguilla, esordio dello svedese Patrik Svensson (Guanda), presto tradotto in una trentina di Paesi.
Da quando è bambino, l’autore condivide con il padre, operaio asfaltatore schiantato dalla fatica, l’unico interesse della pesca all’anguilla nel torrente vicino a casa. Sullo sfondo di serate a bordo acqua sotto il fruscio dei pipistrelli, Svensson descrive la condizione perturbante, il disagio di scienziati che pensavano di aver compreso la natura di quest’animale dotato di proprietà insolite (anche se vive in Europa, si riproduce soltanto nel lontanissimo Mar dei Sargassi, può raggiungere gli ottant’anni, nessuno è riuscito a vedere un’anguilla riprodursi né a farlo succedere in cattività), per poi ammettere l’insensatezza delle ipotesi, e la propria frustrazione a fare i conti con l’intima verità del padre. «“Sono strane, le anguille” ripeteva papà. Sembrava quasi trasognato quando lo diceva. Come se avesse bisogno del mistero. Come se il mistero riempisse un qualche vuoto dentro di lui».
Svensson figlio guarda le anguille negli occhi: nella loro enigmaticità, romanzata da Boris Vian e Günter Grass, legge i propri interrogativi. «Il lato nascosto dell’anguilla è anche il lato nascosto dell’uomo». Pur di trovare la propria casa, l’anguilla si fa trascinare dalle correnti per migliaia di chilometri. Nessuno comprende ancora il perché di tale sforzo, né l’autore riesce a giustificare, prima che il padre si ammali e muoia a causa degli anni passati in mezzo al catrame, i suoi silenzi, la freddezza di una vita. Scrive: «Non potevamo sapere, ma sceglievamo di avere fede, come alle volte si deve fare. Pescare significa proprio questo». Il figlio riceve comunque l’eredità che cercava, l’esortazione paterna mai pronunciata ma presente: «Il mondo è un posto assurdo, pieno di contraddizioni e disordine esistenziale; soltanto colui che persegue uno scopo ha anche la possibilità di trovare un senso alle cose. Bisogna immaginare l’anguilla felice».
C’è un bel riscatto morale nei racconti su fedeltà e rifiuti che separano generazioni, raccolti da Michael Chabon in Imprevedibili sprazzi di paternità (Rizzoli). Reduce dall’esperienza di figlio trascurato dal padre – un pediatra concentrato sulla professione, e che abbandonò la famiglia quando il futuro premio Pulitzer era piccolo – Chabon descrive equivoci e sacrifici di allevare quattro figli soffermandosi sui vantaggi offerti da una paternità militante rispetto alla difesa delle comodità necessarie alla scrittura. Nell’istante in cui l’autore, a un party letterario e alla vigilia del proprio esordio, si era sentito così interpellare da un romanziere di successo: «Puoi scrivere ottimi libri (...) Oppure puoi fare figli. Sta a te decidere», l’infanzia aveva già scelto per lui. Rinunciare all’incerta gloria letteraria e invece «Esserci per i miei figli ogni volta che avessero avuto bisogno di me, a colazione, per fare i compiti, mentre imparavano a nuotare, a cucinare, ad andare in bicicletta...».
Conclusi gli aneddoti ironici e teneri sulla convivenza con i quattro adolescenti avuti con la scrittrice Ayelet Waldman, Chabon può tornare a scrivere del padre: «Il rapporto che concepisco come davvero essenziale, fondante, nel bene e nel male, per la costruzione della mia identità» anche se riassumibile «nell’evitare con metodo qualsiasi interazione che non sia la più accessoria ed evanescente». E far pace con lui, anche se sarà una pace di carta: «Quando lui si sarà inoltrato in quella tenebra fin troppo immaginabile – non manca molto, ormai – avrò trovato un altro scopo per il superpotere che mio padre scoprì in me, una sera di mezzo secolo fa, e percorrerò i binari solitari della mia immaginazione fin nella trama che ci lega, nel futuro che intravedevamo e nella storia che abbiamo effettivamente accumulato; nel mondo svanito che un tempo comprendeva anche lui».
La più comune delle pene, il figlio che si sente indesiderato, si ripete per quattro generazioni maschili nella provincia degli Stati Uniti, dalla guerra in Vietnam a oggi. Il volontario di Salvatore Scibona (66thand2nd) è un’epica esplorazione dell’unaccommodated man di Shakespeare (Re Lear), di chi è sprovvisto del necessario, un povero animale nudo spinto dalla mancanza d’amore paterno a rendersi invisibile, cancellandosi dalla memoria di chiunque. Dal bambino di cinque anni che piange perché abbandonato dal padre all’aeroporto di Amburgo, agli adulti che l’hanno preceduto e convinti di essere l’unica cosa che non andasse in un mondo perfetto, la condanna comune è il bisogno di scomparire. Un insegnamento, difficile, si trova lo stesso: evitare le sofferenze riconoscendo, come ha dichiarato l’autore in un’intervista, che si possa mettere da parte l’io, rinunciando a essere soggetto per diventare verbo, vivere, immersi senza limiti nell’ambiente circostante.
In questi mesi abbiamo letto di figli che accompagnano i padri nel loro declino psicofisico causato da politiche economiche disumane (i francesi E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu e Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis); di padri traditori di sentimenti come nella riedizione dell’ambiguo Acqua di mare di Charles Simmons. Di genitori oggetto d’indagini autodistruttive: in Mio padre, il pornografo Chris Offutt scava nel mistero del proprio padre Andrew, definito «Genio oscuro, egoista, crudele... un anarchico figlio di puttana».
Alla sua morte dovrà farsi largo attraverso i novanta metri lineari per otto quintali di peso di narrativa porno prodotta in segreto dal padre in cinquant’anni – per tutti era un autore di fantascienza – e usando 17 pseudonimi. Addentrarsi in una mente abitata dalla passione per ogni permutazione sessuale e violenze sulle donne, porta il figlio alla depressione, medicata da una scrittura di una sensibilità estrema che va oltre l’auto-fiction. I figli sono disposti a tutto, pur di far pace con legami e vincoli nascosti, come si scopre in altre tre novità.
Si dice sfuggente come un’anguilla. La scivolosità esteriore e la nebbia che ha avvolto per secoli – frustrando i tentativi, tra altri, di Aristotele e Freud – anatomia, evoluzione e riproduzione di questo pesce, è un’ottima metafora per l’elusività della figura paterna. Su un doppio binario di ricerca – dell’animale più ritroso e del confronto con le proprie origini nel padre, appassionato di questi pesci a rischio d’estinzione – procede un racconto affascinante e delicato: Nel segno dell’anguilla, esordio dello svedese Patrik Svensson (Guanda), presto tradotto in una trentina di Paesi.
Da quando è bambino, l’autore condivide con il padre, operaio asfaltatore schiantato dalla fatica, l’unico interesse della pesca all’anguilla nel torrente vicino a casa. Sullo sfondo di serate a bordo acqua sotto il fruscio dei pipistrelli, Svensson descrive la condizione perturbante, il disagio di scienziati che pensavano di aver compreso la natura di quest’animale dotato di proprietà insolite (anche se vive in Europa, si riproduce soltanto nel lontanissimo Mar dei Sargassi, può raggiungere gli ottant’anni, nessuno è riuscito a vedere un’anguilla riprodursi né a farlo succedere in cattività), per poi ammettere l’insensatezza delle ipotesi, e la propria frustrazione a fare i conti con l’intima verità del padre. «“Sono strane, le anguille” ripeteva papà. Sembrava quasi trasognato quando lo diceva. Come se avesse bisogno del mistero. Come se il mistero riempisse un qualche vuoto dentro di lui».
Svensson figlio guarda le anguille negli occhi: nella loro enigmaticità, romanzata da Boris Vian e Günter Grass, legge i propri interrogativi. «Il lato nascosto dell’anguilla è anche il lato nascosto dell’uomo». Pur di trovare la propria casa, l’anguilla si fa trascinare dalle correnti per migliaia di chilometri. Nessuno comprende ancora il perché di tale sforzo, né l’autore riesce a giustificare, prima che il padre si ammali e muoia a causa degli anni passati in mezzo al catrame, i suoi silenzi, la freddezza di una vita. Scrive: «Non potevamo sapere, ma sceglievamo di avere fede, come alle volte si deve fare. Pescare significa proprio questo». Il figlio riceve comunque l’eredità che cercava, l’esortazione paterna mai pronunciata ma presente: «Il mondo è un posto assurdo, pieno di contraddizioni e disordine esistenziale; soltanto colui che persegue uno scopo ha anche la possibilità di trovare un senso alle cose. Bisogna immaginare l’anguilla felice».
C’è un bel riscatto morale nei racconti su fedeltà e rifiuti che separano generazioni, raccolti da Michael Chabon in Imprevedibili sprazzi di paternità (Rizzoli). Reduce dall’esperienza di figlio trascurato dal padre – un pediatra concentrato sulla professione, e che abbandonò la famiglia quando il futuro premio Pulitzer era piccolo – Chabon descrive equivoci e sacrifici di allevare quattro figli soffermandosi sui vantaggi offerti da una paternità militante rispetto alla difesa delle comodità necessarie alla scrittura. Nell’istante in cui l’autore, a un party letterario e alla vigilia del proprio esordio, si era sentito così interpellare da un romanziere di successo: «Puoi scrivere ottimi libri (...) Oppure puoi fare figli. Sta a te decidere», l’infanzia aveva già scelto per lui. Rinunciare all’incerta gloria letteraria e invece «Esserci per i miei figli ogni volta che avessero avuto bisogno di me, a colazione, per fare i compiti, mentre imparavano a nuotare, a cucinare, ad andare in bicicletta...».
Conclusi gli aneddoti ironici e teneri sulla convivenza con i quattro adolescenti avuti con la scrittrice Ayelet Waldman, Chabon può tornare a scrivere del padre: «Il rapporto che concepisco come davvero essenziale, fondante, nel bene e nel male, per la costruzione della mia identità» anche se riassumibile «nell’evitare con metodo qualsiasi interazione che non sia la più accessoria ed evanescente». E far pace con lui, anche se sarà una pace di carta: «Quando lui si sarà inoltrato in quella tenebra fin troppo immaginabile – non manca molto, ormai – avrò trovato un altro scopo per il superpotere che mio padre scoprì in me, una sera di mezzo secolo fa, e percorrerò i binari solitari della mia immaginazione fin nella trama che ci lega, nel futuro che intravedevamo e nella storia che abbiamo effettivamente accumulato; nel mondo svanito che un tempo comprendeva anche lui».
La più comune delle pene, il figlio che si sente indesiderato, si ripete per quattro generazioni maschili nella provincia degli Stati Uniti, dalla guerra in Vietnam a oggi. Il volontario di Salvatore Scibona (66thand2nd) è un’epica esplorazione dell’unaccommodated man di Shakespeare (Re Lear), di chi è sprovvisto del necessario, un povero animale nudo spinto dalla mancanza d’amore paterno a rendersi invisibile, cancellandosi dalla memoria di chiunque. Dal bambino di cinque anni che piange perché abbandonato dal padre all’aeroporto di Amburgo, agli adulti che l’hanno preceduto e convinti di essere l’unica cosa che non andasse in un mondo perfetto, la condanna comune è il bisogno di scomparire. Un insegnamento, difficile, si trova lo stesso: evitare le sofferenze riconoscendo, come ha dichiarato l’autore in un’intervista, che si possa mettere da parte l’io, rinunciando a essere soggetto per diventare verbo, vivere, immersi senza limiti nell’ambiente circostante.