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Sono un mito. Anzi due. Zerocalcare incontra Max Pezzali

Anche se ad accomunarli è la convinzione di essere un bluff. Le altre? Il punk e... Lotta Comunista. Così dialogano due tra gli artisti più amati. Che qui si mostrano senza filtri
5 minuti di lettura
Ma cosa c’entrano Max Pezzali e Zerocalcare? Uno dice: proprio niente. E invece molto. Non solo: quello che è più interessante sta nel fatto che, insieme, raccontano davvero molto della società italiana dai primi anni ’90 a oggi, quasi come se si fossero scambiati un immaginario testimone.

Dal Punk all'amore per Roma: Zerocalcare e Max Pezzali raccontano le loro affinità elettive



Come vi siete conosciuti?
MAX PEZZALI:
«Sono un fan: nei suoi graphic novel ho trovato degli aspetti di introspezione che mi toccavano. A un certo punto mi è sembrato che ci fossero citate delle cose mie ma mi dicevo: “Figurati se Zerocalcare sa di qualcosa che ho fatto io...».

Per forza Max ci trovava delle cose sue: era un gioco di specchi dal momento che Zerocalcare è cresciuto ascoltando gli 883...
ZEROCALCARE:
«Credo che Hanno ucciso l’uomo ragno sia stato il primo oggetto musica…
Ma cosa c’entrano Max Pezzali e Zerocalcare? Uno dice: proprio niente. E invece molto. Non solo: quello che è più interessante sta nel fatto che, insieme, raccontano davvero molto della società italiana dai primi anni ’90 a oggi, quasi come se si fossero scambiati un immaginario testimone.

Dal Punk all'amore per Roma: Zerocalcare e Max Pezzali raccontano le loro affinità elettive



Come vi siete conosciuti?
MAX PEZZALI:
«Sono un fan: nei suoi graphic novel ho trovato degli aspetti di introspezione che mi toccavano. A un certo punto mi è sembrato che ci fossero citate delle cose mie ma mi dicevo: “Figurati se Zerocalcare sa di qualcosa che ho fatto io...».

Per forza Max ci trovava delle cose sue: era un gioco di specchi dal momento che Zerocalcare è cresciuto ascoltando gli 883...
ZEROCALCARE:
«Credo che Hanno ucciso l’uomo ragno sia stato il primo oggetto musicale che ho posseduto e mi sa che era addirittura in cassetta. Io stavo in fissa con gli 883 e lo sono rimasto nel corso degli anni. Quello che mi colpiva di più erano i testi in cui mi riconoscevo perché c’erano cose che anch’io mi portavo dietro: gli amici, la provincia, il quartiere».

Quali sono le cose che sentite più affini l’uno dell’altro?
Z:
«La sensazione di essere quello sempre un po’ sbagliato. Non il reietto totale che vive fuori dalla società ma quello che anche quando cerca di integrarsi non ci riesce mai fino in fondo».
MP: «C’è un momento de La profezia dell’armadillo in cui ho detto: “Oddio, questo sono io!”. È quando deve comunicare agli amici la morte dell’amica francese e gli viene una sorta di risatina nervosa come se non riuscisse a far corrispondere la sua reazione fisica a quello che sta provando. Mi dicevo: “Ma allora sono scemo, non sono empatico”. E poi ci sono gli amici. Che ti riportano sulla terra: ci vuole sempre il Cinghiale di turno che quando ti stai macerando in elucubrazioni dice “Devi scopà!”» .
Z: «E questo c’è uguale proprio anche nelle canzoni sue: l’amico che ti dice la cosa giusta».
MP: «E così la sua Rebibbia è la mia Pavia, luogo dove tuttora vivo: una zona di conforto dove tutti mi conoscono e pensano “Quello è un idiota”. Perché in questo modo non c’è aspettativa che io debba invece essere un fenomeno, capisci?».

Il tragitto di entrambi però in realtà è fatto di successi.
MP:
«Da cui peraltro hai paura di essere travolto. Io non sono mai stato un competitivo. Anzi se c’è uno che ambisce a qualcosa dico: “Prego vai!”. Non so se per pavidità o altro».

Figurarsi che Zerocalcare, ancora fino a qualche anno fa non era convinto che il fumetto sarebbe stato il suo lavoro della vita…
Z:
«Ancora non è detto, però dovessi tornare a fare lezioni di francese ho un parco clienti molto più ampio».<

Prima o poi tutti scopriranno che sei un impostore.
Z:
«No, sul francese no. Quella è l’unica cosa di cui sono sicuro perché sono madrelingua».
MP: «Ho scoperto che c’è una vera e propria patologia che si chiama “sindrome dell’impostore” che hanno in tantissimi nel cinema, nella musica, nell’arte e che consiste nella paura che tutti gli altri scoprano che tu sei un bluff».

Esatto. E aggiungo che di solito ne soffrono proprio quelli i più bravi che non sono per niente un bluff.
MP:
«Tanto è inutile che ce lo dici!».
Z: «Io però ho un precedente che mi legittima perché quando ho provato a fare l’università e mi bocciarono al primo mese io continuai a uscire facendo avanti e indietro in autobus per alcuni mesi tipo nel libro L’avversario di Carrère, fingendo di andare a lezione. Quindi ho provato quell’angoscia che deriva dal fallimento e questa sindrome dell’incapace più che dell’impostore mi è rimasta da quell’orribile esperienza di vita segreta».

Se non sbaglio Max tu sei stato bocciato al liceo e hai poi fatto un solo esame all’università.
MP:
«Diciamo che non vado bene nei tempi brevi: l’esame è come fare un’esibizione in cui devi dare tutto te stesso in un tempo molto limitato…».
Z: «Ma allora come fai a fare i concerti? (ride)».
MP: «Lì ti prende una roba strana per cui pensi “potrei morire in questo momento” così ti conforta il fatto che se succede sei giustificato. Poi non succede e devi salire sul palco e la figuraccia che faresti nel fare scena muta a quel punto ti porta a reagire. Però quando vedi le luci puntate su di te dici: “Ma io sono inadeguato a fare questa cosa, ci vogliono i cantanti veri, quelli che hanno anche le posizioni giuste”, poi canti e… speri che ci caschino!».

Ci sono cascati in tanti visto che riempirai due volte San Siro. Un’altra cosa che pochi sanno e che forse avete in comune è la passione per la musica punk. So che Max frequentava un famoso centro sociale, il Virus di Milano.
MP:
«Sì esatto. Nei primi anni ’80 c’era un grande fiorire di band in tutta Italia. Anche nella mia città c’erano i Chelsea Hotel di Tony Face che poi diventarono i Not Moving, un gruppo eccezionale. Una sera vado a vederli in un locale che si chiamava Celebrità – il mio primo concerto – e il bassista in pieno furore punk già alla seconda canzone inizia a tagliarsi con una lametta. Doveva essere una cosa simbolica che faceva parte dell’estetica punk del tempo, solo che lui esagerò e si spaventò per il sangue mettendosi a gridare “Oddio!”. Tanto che venne a prenderlo la croce verde pavese. Fine del concerto».

E anche Michele è cresciuto ascoltando punk e...
Z:
«883! Pensa che Max mi ha regalato un disco che ho incorniciato: i Nabat, gruppo skinhead “oi” antifascista insieme con i Rappresaglia».
MP: «La considero forse la mia eredità più preziosa e proprio per questo volevo lasciarla a una persona che fosse in grado di capire: chi meglio di lui?».
Z: «Io mi sono avvicinato al punk perché ci vedevo dei disadattati come me. Quando ho saputo che anche Max lo ascoltava ho capito: “Vedi che c’era un filo rosso che univa due cose che sembrano diverse?”».
MP: «Infatti io ero lo sfigato della classe: molto miope con occhiali spessissimi, ero quello che non inviti tanto volentieri alle festicciole a casa. La mia reazione è stata quella di crearmi un mondo contrario a quello da cui venivo escluso. Il punk era proprio quella cosa lì: io rifiuto tutto ciò che rappresentate voi!».

Infatti ancora adesso ti metti il “chiodo”.
MP:
«Sì, perché quello è stato il mio momento di massimo riscatto sociale. Andavi da Pavia alla Fiera di Senigallia a Milano per comprarti quello vero, lo Schott, non le imitazioni sfigate in finta pelle del punk di provincia».

Non è un caso dunque che Max sia anche l’idolo della scena “indie” capitanata da I cani di Niccolò Contessa che gli hanno anche dedicato un disco-tributo.
MP:
«Quando sono arrivati I cani è stato uno tsunami: i testi di Niccolò hanno reso vecchio tutto quello che c’era. Per me quella dedica è stato davvero il più grande orgoglio».

A proposito di ribellione: tu venivi da una famiglia di centro, è vero che per un breve periodo hai simpatizzato per Lotta Comunista?
MP:
«Sì vengo da una classica famiglia di commercianti democristiana, padre dipendente fiorista che a un certo punto riesce a mettersi in proprio e che quindi è grato al sistema per avergli permesso di fare questa piccola ma per lui grande scalata sociale. Erano anni di enormi conflitti e io invece, senza avere grandi mezzi culturali, ravviso che quello che veniva chiamato “il sistema” è un’entità generica che rappresenta tutto ciò che non mi piaceva. Così c’era questo circolo operaio in Via Pietro Azzario e questo signore molto educato con l’eskimo e i baffi che vendeva Lotta Comunista davanti a scuola. Io lo compravo sempre e visto che c’era l’indirizzo un giorno ho deciso di andare a vedere che cosa succedeva. Pensavo di trovare il classico circolo. Suono e mi viene ad aprire lo stesso che mi aveva venduto il giornale: “Prego, prego!”. Mi guardo intorno e... eravamo solo io e lui! Mi ricordo la stufa a legna e un certo imbarazzo, però devo dire che ho sempre apprezzato la sua convinzione perché è andato avanti anche negli anni a venire. Io no».
Z: «Pure questo abbiamo in comune: anch’io compravo il giornale e ho dato il mio telefono a un tipo che mi ha perseguitato per due anni. Però è vero che erano molto seri. Troppo. Con loro dovevi studiare. Poi ho scoperto i centri sociali dove potevo fare le locandine per i concerti, cosa che mi piaceva di più».

Torniamo a oggi. Max, dopo l’annuncio dei concerti a San Siro andrai anche a Sanremo?
MP:
«Tra i santi di sette lettere devo dire che preferisco San Siro anche perché è il santo patrono di Pavia e poi perché “Siro” significa “che viene dalla Siria” e quindi è anche assai attuale visto che oggi si parla molto di migrazioni: quarto o quinto secolo, siamo stati evangelizzati da un vescovo siriano, il primo vescovo di Pavia. Tutto documentato».

Nella copertina del nuovo singolo disegnata da Zerocalcare c’è un altro personaggio insieme a te. Alcuni hanno pensato che fosse Mauro Repetto: ci sarà anche lui a San Siro?
MP: «In realtà è Ketama 126 (ride) un trapper che da romano risponde a me in una nuova versione di In questa città la canzone che ho dedicato a Roma dove vengo a trovare mio figlio. Io spero davvero che Mauro ci sia: l’ho visto di recente e di sicuro glielo chiederò».

Qual è la tua canzone preferita di Max?
Z:
«Ce ne sarebbero miliardi, ognuna delle quali associo a un momento particolare. Ma se proprio devo dirne una Gli anni è la colonna sonora della mia vita che mi porterò appresso per sempre».