24 dicembre 1989. Un uomo tiene una bandiera strappata durante una rivolta a Craiova, Romania. Credit: Reuters/Srdjan Zivulovic (reuters)
Così vissi il tramonto dell’era Ceausescu
di FRANK WESTERMAN
Lo scrittore olandese andò in Romania nel dicembre 1989 per incontrare alcuni dissidenti. Invece fu picchiato e interrogato dalla famigerata Securitate del dittatore, poche ore prima della rivolta che portò alla sua caduta. E ora, trent’anni dopo, torna là dove tutto accadde
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Quel pomeriggio nevicava. Stavamo scendendo dai Carpazi per andare a Bucarest. Fiocchi grandi, asciutti. Sulla pianura del Danubio, la strada a quattro corsie era una pista di fango, che poi si trasformava in due solchi di ghiaccio paralleli, come nel salto dal trampolino.
Avevo 25 anni. Mai sciato in vita mia. Eppure sul portapacchi della nostra Renault 5 c'erano due paia di sci. I nostri parafulmini, come li chiamavamo. Mentre i tedeschi dell'Est da cinque settimane guardavano a bocca aperta il Kurfürstendamm e gli ungheresi ammiravano sbalorditi l'Hofburg a Vienna, i romeni erano ancora nella morsa di Nicolae ed Elena Ceausescu. Le strade non erano cosparse di sale. Nella penombra, zaino in spalla e sci sotto il braccio, arrivammo all'Hotel Majestic. Nella stanza, Bart fece il suo giro di ricognizione, parlando a prese di corrente, rubinetti e termosifoni. Era venerdì 15 dicembre 1989.
Quella sera avevamo appuntamento con Coen Stork, ambasciatore di Su…
Quel pomeriggio nevicava. Stavamo scendendo dai Carpazi per andare a Bucarest. Fiocchi grandi, asciutti. Sulla pianura del Danubio, la strada a quattro corsie era una pista di fango, che poi si trasformava in due solchi di ghiaccio paralleli, come nel salto dal trampolino.
Avevo 25 anni. Mai sciato in vita mia. Eppure sul portapacchi della nostra Renault 5 c'erano due paia di sci. I nostri parafulmini, come li chiamavamo. Mentre i tedeschi dell'Est da cinque settimane guardavano a bocca aperta il Kurfürstendamm e gli ungheresi ammiravano sbalorditi l'Hofburg a Vienna, i romeni erano ancora nella morsa di Nicolae ed Elena Ceausescu. Le strade non erano cosparse di sale. Nella penombra, zaino in spalla e sci sotto il braccio, arrivammo all'Hotel Majestic. Nella stanza, Bart fece il suo giro di ricognizione, parlando a prese di corrente, rubinetti e termosifoni. Era venerdì 15 dicembre 1989.
Quella sera avevamo appuntamento con Coen Stork, ambasciatore di Sua Maestà Beatrice (regina d'Olanda, ndt), a casa sua, Strada Atena 20. Sulla neve scricchiolante, attraversammo una Bucarest buia, abbandonata. Coen Stork, in maniche di camicia, ci prese i cappotti e si mise ad andare e venire indaffarato. Il salone sembrava una biblioteca. "Questa è l'unica stanza che non tengono sempre sotto controllo, o così crediamo". Posai sul tavolino i rullini. Sarebbero stati spediti in Olanda per corriere diplomatico insieme ai nostri appunti. Contenevano solo foto innocue: una vecchia in foulard con un carretto e il suo prezioso bottino per affrontare un inverno da fame (le avevamo messo in mano due arance), una coppia in berretto di pelliccia che accendeva candele nella cattedrale di Timisoara, passeggeri dietro il finestrino di un filobus. L'ambasciatore Stork ci ascoltò e poi spinse verso di noi un foglietto dicendo: "Voglio mostrarvi una cosa. Meglio che la leggiate".
Trent'anni dopo. La neve sul marciapiede di Strada Atena si sta sciogliendo. Le guardiole sono sparite. Ci sono automobili parcheggiate e il traffico è congestionato. Solo la vista sulla villa, con la sua scalinata, è la stessa. L'obiettivo del mio ritorno è di recuperare il mio fascicolo della Securitate del dicembre 1989. In realtà non ho la certezza che all'epoca i servizi segreti di Ceausescu abbiano aperto un fascicolo a mio nome. Può darsi però che un documento del genere sia esistito, con tanto di foto segnaletiche e verbale dell'interrogatorio, e che dopo la fucilazione di Nicolae ed Elena Ceausescu, il giorno di Natale del 1989, sia stato distrutto. Dal canto mio ho una sola "prova": il mio passaporto degli anni Ottanta, con il timbro rosso VIZA TURISTICA Nr. 8626335. In più ho due foto mie, una frontale e una di profilo. Sono state scattate al mio rientro ad Amsterdam e documentano i lividi rossi sfumati di blu attorno all'occhio destro, ricordo del nostro arresto in un vicolo buio.
La foto del passaporto con cui Westerman entrò in Romania
Sarà l'avvocato Georgiana Sîrbu ad assistermi nella richiesta di visionare il fascicolo. Mi chiede di ricostruire i nostri "possibili incontri clandestini". Io scrivo: Bucarest, Strada Atena 20, 15 dicembre 1989, e le generalità: Stork, Coenraad Frederik (28 marzo 1928 - 27 ottobre 2017).
Il foglietto, piegato in due, diceva: "Andate a Timisoara". In un paio di frasi telegrafiche l'ambasciatore Stork ci informava dell'escalation della crisi che riguardava il pastore dissidente László T?kés . Per impedire a T?kés di svolgere servizio pastorale, gli era stato dato un ultimatum che scadeva l'indomani, sabato 16 dicembre. Nel frattempo il tribunale aveva emesso un'ingiunzione di sfratto.
Dopo aver letto il biglietto provai un senso di urgenza e disagio. L'idea era di raggiungere Timisoara lungo il versante settentrionale dei Carpazi. "State attenti", si raccomandò Coen congedandoci. Non facemmo in tempo a chiuderci alle spalle il cancello che avemmo la sensazione di essere pedinati. Anche il mattino dopo, durante la colazione all'Hotel Majestic, ci sembrò di essere spiati da dietro un giornale aperto, come nei film. Domenica mattina - quando doveva entrare in vigore il divieto per T?kés di predicare ai fedeli - decidemmo di andare alla cattedrale ortodossa romena di Cluj. Ormai eravamo "scortati" anche per attraversare una piazza. Bart mi indicò un uomo con il soprabito lungo e una ventiquattrore sotto il braccio (di domenica). Tornammo in albergo. Che fare? Cos'avevamo da perdere? Bart propose di andare a trovare la dissidente Doina Cornea. Benché agli arresti domiciliari per aver parlato con un giornalista francese, riceveva tutti gli ospiti occidentali, ci aveva assicurato Coen Stork, perché era coraggiosa e godeva della protezione di Danielle Mitterrand.
Uscimmo solo quando fu buio, verso le cinque, cinque e mezzo. Avevamo la piantina della città di Cluj in testa, quello non era un problema. La casa di Doina Cornea si trovava in collina. Salimmo per una strada tortuosa e proseguimmo per un tratto pianeggiante illuminato da un solo lampione. Stavamo controllando i numeri delle case quando, in lontananza, si accesero di colpo dei fari. "Torniamo indietro", dissi. Bart rispose che era assurdo, ma rallentò il passo. Ci fermammo e ci guardammo attorno. Dietro di noi si accesero altri fari. "Vieni", disse Bart, e si rimise in cammino. Perché continuare? Più in là, sotto un lampione, c'era un agente. "Mica stiamo facendo una cosa proibita", disse Bart. "Camminiamo per strada, andiamo a trovare qualcuno..." Lo seguii a due passi di distanza e insistetti per andarcene subito.
Il poliziotto accese il walkie-talkie. L'aggeggio gracchiava. "Stop!" urlò. Con la coda dell'occhio vidi arrivare due uomini in borghese. Erano scesi dalla macchina con i fari accesi e puntavano verso di noi. Mi voltai e vidi avvicinarsene altri due, con le braccia rilassate sui fianchi come se stessero solo passeggiando. Presero prima me. Da dietro. Mi torsero le braccia sulla schiena, prima il braccio destro, e mi ritrovai piegato in due. Mi arrivò una ginocchiata nello stomaco, poi mi tirarono su e mi assestarono un pugno in faccia. "You tourist? You tourist?".
Vidi gli occhiali di Bart cadere a terra. Anche lui era chino con le braccia dietro la schiena. Arriva sfrecciando una delle due macchine, si spalancano le portiere. Con le mani sulla schiena sono scaraventato sul sedile posteriore. Per poco non sbatto la testa contro la portiera chiusa dall'altra parte. Tremante, con i pugni davanti alla faccia, sento che partiamo, procediamo sobbalzando. Dietro, in mezzo a noi, c'è un agente della Securitate. "Journalist? You journalist?". Da, da, dico. Il tizio accanto a me ha i capelli lisci e il dolcevita sotto la giacca. È calmo, ma un minuto dopo, quando abbasso i polsi, riprende a pestarmi: ganci corti, mi sta seduto molto vicino. "Tourist?" Nu, nu. "Journalist?". L'agente della Securitate è destrimano.
Ci fermiamo dopo una decina di minuti, nel cortile interno di un edificio di mattoni. Ci sono luci, non siamo in un bosco o in un fossato. Ci portano in una stanza, un'aula con i banchi di legno e Ceausescu incorniciato alla parete. Il Conducator mi guarda, grazie a Dio: siamo chiaramente in una sede ufficiale dello Stato. Dopo un po' entra un tizio tarchiato, con la divisa dell'esercito e un paio di gradi sulle spalline. Ha in mano i nostri passaporti. Batte un'unghia sul timbro rosso TURISTICA. "Siete entrati con un visto turistico ma siete giornalisti. Qui vuol dire spionaggio". Parla in tedesco. Si sporge in avanti; per fortuna tra noi e lui c'è il tavolo con i nostri effetti personali. "E lo sapete cosa facciamo alle spie, in Romania?". Ma è alla mossa successiva che mi assale il terrore: "Allora, dite un po': per quali servizi segreti lavorate?".
Un dettaglio dal documento che la polizia romena stilò su di lui
Con mio sgomento Bart farfuglia qualcosa come "nicht verstehen", "kein Deutsch". Sembra impacciato, ma anche ostinato, uno che sa cosa sta facendo. Che lingue, allora? "Français", sento Bart rispondere. Io il francese non lo parlo. Due o tre parole al massimo. Merci, au revoir. Che me ne faccio? L'ufficiale cala i nostri passaporti sul tavolo, come a briscola, uno dopo l'altro. Annuncia che l'interrogatorio si svolgerà in francese, si mette il cappello e se ne va.
A Georgiana Sîrbu ho trasmesso il luogo e la data di uscita dalla Romania. La polizia ci aveva accompagnati al confine con sci e tutto quanto. Lunedì 18 dicembre, alle tre di notte, ci avevano "tolto dalla circolazione".
Mentre per Nicolae ed Elena Ceausescu cominciava l'ultima settimana di vita, noi ci buttavamo sul primo letto di un qualunque albergo ungherese. Finalmente prendevo sonno. Verso mezzogiorno chiamai i miei genitori. La prima cosa che chiesero non fu come stavamo, ma dove eravamo. "In Ungheria, perché?". Mi sembrarono sollevati, per non dire euforici: era tutta la mattina che il giornale radio trasmetteva notizie di scontri a fuoco a Timisoara. La sanguinosa rivoluzione romena era iniziata.
Traduzione di Cristina Vezzaro
L'autore. Frank Westerman è nato nel 1964 a Emmen, in Olanda. È stato giornalista freelance nelle zone più calde del mondo, ed è autore di romanzi-reportage su temi come il razzismo, l’identità e il potere, tra cui "El Negro e io". I suoi libri sono pubblicati in Italia dalla casa editrice Iperborea: l’ultimo è "I soldati delle parole"