Non scappate dall’arte politica
Francesco Bonami , di FRANCESCO BONAMIRakowitz a Rivoli, Prini a Torino, Forti a Milano e Haacke a New York rischiano di non fare il pieno di pubblico durante queste vacanze. Ma raccontano del ritorno dell’impegno. Senza facili provocazioni
Parafrasando il titolo del romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi, potremmo dire "la solitudine prima dei numeri", parlando di quattro mostre "non proprio affollate", che state rischiando di perdere in questo periodo di vacanze. Sono: 1) Michael Rakowitz al Castello di Rivoli, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Iwona Blazwick e Marianna Vecellio (fino al 19 gennaio); 2) Emilio Prini alla Fondazione di Merz di Torino, a cura di Beatrice Merz e Timotea Prini (fino al 9 febbraio); 3) Simone Forti all'Ica di Milano, a cura di Chiara Nuzzi ed Alberto Salvadori (fino al 2 febbraio) e - se siete in vacanza nella Grande Mela - 4) Hans Haacke al New Museum di New York, curata da Gary Carrion Murayari e Massimiliano Gioni (fino al 26 gennaio). I numeri di cui parlo sono quelli del pubblico, ossessione di ogni istituzione museale, perseguita con l'altrettanta ossessiva ricerca della mostra blockbuster, quella che obbliga lo spettatore a fare la fi…
Parafrasando il titolo del romanzo di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi, potremmo dire "la solitudine prima dei numeri", parlando di quattro mostre "non proprio affollate", che state rischiando di perdere in questo periodo di vacanze. Sono: 1) Michael Rakowitz al Castello di Rivoli, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Iwona Blazwick e Marianna Vecellio (fino al 19 gennaio); 2) Emilio Prini alla Fondazione di Merz di Torino, a cura di Beatrice Merz e Timotea Prini (fino al 9 febbraio); 3) Simone Forti all'Ica di Milano, a cura di Chiara Nuzzi ed Alberto Salvadori (fino al 2 febbraio) e - se siete in vacanza nella Grande Mela - 4) Hans Haacke al New Museum di New York, curata da Gary Carrion Murayari e Massimiliano Gioni (fino al 26 gennaio). I numeri di cui parlo sono quelli del pubblico, ossessione di ogni istituzione museale, perseguita con l'altrettanta ossessiva ricerca della mostra blockbuster, quella che obbliga lo spettatore a fare la fila fuori dal museo. Le quattro in questione, invece, vanno in direzione opposta, presentando artisti che ottimisticamente si possono definire complicati o di nicchia. Ma l'arte non è sempre immediata come l'Urlo di Munch. A volte, ci fa inconsapevolmente attraversare una soglia invisibile, che ci spinge poi a riflessioni altrettanto profonde di quelle alle quali ci ha condotto il famoso Urlo.
Marcel Duchamp, il bisnonno dell'arte sconcertante, diceva che i veri capolavori non stanno in un museo o in una galleria. Oggi il problema di tanti "nipoti di Duchamp" è l'insistenza con cui continuano a portare dentro spazi convenzionali dell'arte esercizi creativi non convenzionali. Tuttavia, in un'epoca vissuta tutta in superficie - e quindi spesso superficiale - i quattro artisti in questione riportano in vita l'aria e l'atmosfera dell'underground, della sperimentazione e della protesta, qualità quasi perdute o riassunte sotto il cappello furbesco della provocazione fine a se stessa.
Hans Haacke, tedesco di Colonia, classe 1936, è il padre dell'arte politica degli anni Settanta. Nella sua mostra, brutalmente noiosa, ma eccezionalmente rigorosa, non si abbandona mai a derive esteticamente piacione. Anche se rimangono più accattivanti le sue opere effimere realizzate tra il 1967 e 1972 da artista povero teutonico: il ventilatore che fa diventare mare un pezzo di stoffa blu, il cono di erba, il birillo gelato e altre cose del genere. Ma il suo cavallo di battaglia, che usa come un pittore il pennello, è la statistica. Al New Museum di New York, grazie a un sondaggio dell'artista, veniamo a sapere che, se gli elettori americani fossero solo i visitatori della mostra, Trump prenderebbe un misero 2%, mentre il candidato democratico il 57%. La stessa percentuale dice di opporsi all'arte politica e solo un onesto 4% la apprezza. Negli anni Settanta, il Guggenheim cancellò una mostra di Haacke perché troppo politica. Oggi le sue accuse al sistema fanno quasi sorridere. Come il gigantesco scheletro di cavallo con attaccato alla gamba un led luminoso che mostra le variazioni dell'indice della Borsa. Nel 2015 fu mostrato sul quarto plinto di Trafalgar Square e piacque pure all'allora sindaco di Londra Boris Johnson: come è cambiato il mondo. Sullo stesso plinto ora l'artista americano di origini irachene Michael Rakowitz (1973) mostra la ricostruzione del Toro alato assiro, che dal 700 avanti Cristo al 2015 stava all'entrata della porta di Nergal nell'antica città di Ninive, finché l'Isis non lo distrusse. Rakowitz lo ricostruisce con materiale riciclato delle confezioni di cibo che si trovano nei supermercati dei paesi arabi. Un modellino del monumento è al Castello di Rivoli. Dove tutta la mostra è un complicato e variegato viaggio nella cultura e nella politica mediorientali. Lo spettatore deve armarsi di pazienza e deve aver voglia di leggere molto, se vuol cavarci fuori un ragno dal buco. Emblematica e simbolica dell'esperienza del visitatore è l'installazione The Breakup, "La rottura", iniziata nel 2010 e ancora in corso. Una riflessione dove lo scioglimento dei Beatles, la politica panaraba e la morte del presidente egiziano Nasser si intrecciano davanti ai nostri occhi mentre il nostro cervello è annodato. A salvarci sono le ultime note musicali di Lennon e compagni.
Ad Emilio Prini (1943-2016), una delle figure più misteriose dell'Arte Povera, è dedicata la mostra alla Fondazione Merz di Torino con ben quaranta opere: un record per un artista che al massimo partecipava alle esposizioni con un telegramma. Quella più chiara di tutte non è di Prini, ma di Mario Merz: un igloo con una macchina da scrivere dove, nel 1973, in occasione di un evento in Germania, Prini fu invitato a entrare. Per Prini l'arte consisteva nella misurazione delle nostre esperienze, della nostra presenza e dei nostri gesti. Il suo fine era una sorta di Uomo vitruviano concettuale e molto attuale.
Infine, all'Ica di Milano, espone Simone Forti, nata nel 1935 a Firenze, emigrata con la famiglia a Los Angeles - dove vive - prima delle leggi razziali. Una figura che è tra le pietre angolari della storia dell'arte della performance. Fu riportata in Italia dal mitico gallerista Fabio Sargentini all'Attico di Roma nel 1969 e lei si tirò dietro la crème de la crème della performace di quel tempo: da Trisha Brown a Yoko Ono. La mostra è intima, vintage e delicata. Esprime bene come l'arte possa anche esistere, germogliare, crescere e invecchiare fuori dal mercato. Il titolo di questa personale è Vicino al cuore, che riassume bene cosa l'arte debba in fondo fare. Avvicinarsi il più possibile al cuore, rimanendo a una distanza di sicurezza dalla mente. A volte come nel caso di Haacke e Prini, il cuore si raffredda. A volte, nel caso di Rakowitz, si agita. A volte, invece, come con Forti, si riscalda.
Marcel Duchamp, il bisnonno dell'arte sconcertante, diceva che i veri capolavori non stanno in un museo o in una galleria. Oggi il problema di tanti "nipoti di Duchamp" è l'insistenza con cui continuano a portare dentro spazi convenzionali dell'arte esercizi creativi non convenzionali. Tuttavia, in un'epoca vissuta tutta in superficie - e quindi spesso superficiale - i quattro artisti in questione riportano in vita l'aria e l'atmosfera dell'underground, della sperimentazione e della protesta, qualità quasi perdute o riassunte sotto il cappello furbesco della provocazione fine a se stessa.
Hans Haacke, tedesco di Colonia, classe 1936, è il padre dell'arte politica degli anni Settanta. Nella sua mostra, brutalmente noiosa, ma eccezionalmente rigorosa, non si abbandona mai a derive esteticamente piacione. Anche se rimangono più accattivanti le sue opere effimere realizzate tra il 1967 e 1972 da artista povero teutonico: il ventilatore che fa diventare mare un pezzo di stoffa blu, il cono di erba, il birillo gelato e altre cose del genere. Ma il suo cavallo di battaglia, che usa come un pittore il pennello, è la statistica. Al New Museum di New York, grazie a un sondaggio dell'artista, veniamo a sapere che, se gli elettori americani fossero solo i visitatori della mostra, Trump prenderebbe un misero 2%, mentre il candidato democratico il 57%. La stessa percentuale dice di opporsi all'arte politica e solo un onesto 4% la apprezza. Negli anni Settanta, il Guggenheim cancellò una mostra di Haacke perché troppo politica. Oggi le sue accuse al sistema fanno quasi sorridere. Come il gigantesco scheletro di cavallo con attaccato alla gamba un led luminoso che mostra le variazioni dell'indice della Borsa. Nel 2015 fu mostrato sul quarto plinto di Trafalgar Square e piacque pure all'allora sindaco di Londra Boris Johnson: come è cambiato il mondo. Sullo stesso plinto ora l'artista americano di origini irachene Michael Rakowitz (1973) mostra la ricostruzione del Toro alato assiro, che dal 700 avanti Cristo al 2015 stava all'entrata della porta di Nergal nell'antica città di Ninive, finché l'Isis non lo distrusse. Rakowitz lo ricostruisce con materiale riciclato delle confezioni di cibo che si trovano nei supermercati dei paesi arabi. Un modellino del monumento è al Castello di Rivoli. Dove tutta la mostra è un complicato e variegato viaggio nella cultura e nella politica mediorientali. Lo spettatore deve armarsi di pazienza e deve aver voglia di leggere molto, se vuol cavarci fuori un ragno dal buco. Emblematica e simbolica dell'esperienza del visitatore è l'installazione The Breakup, "La rottura", iniziata nel 2010 e ancora in corso. Una riflessione dove lo scioglimento dei Beatles, la politica panaraba e la morte del presidente egiziano Nasser si intrecciano davanti ai nostri occhi mentre il nostro cervello è annodato. A salvarci sono le ultime note musicali di Lennon e compagni.
Ad Emilio Prini (1943-2016), una delle figure più misteriose dell'Arte Povera, è dedicata la mostra alla Fondazione Merz di Torino con ben quaranta opere: un record per un artista che al massimo partecipava alle esposizioni con un telegramma. Quella più chiara di tutte non è di Prini, ma di Mario Merz: un igloo con una macchina da scrivere dove, nel 1973, in occasione di un evento in Germania, Prini fu invitato a entrare. Per Prini l'arte consisteva nella misurazione delle nostre esperienze, della nostra presenza e dei nostri gesti. Il suo fine era una sorta di Uomo vitruviano concettuale e molto attuale.
Infine, all'Ica di Milano, espone Simone Forti, nata nel 1935 a Firenze, emigrata con la famiglia a Los Angeles - dove vive - prima delle leggi razziali. Una figura che è tra le pietre angolari della storia dell'arte della performance. Fu riportata in Italia dal mitico gallerista Fabio Sargentini all'Attico di Roma nel 1969 e lei si tirò dietro la crème de la crème della performace di quel tempo: da Trisha Brown a Yoko Ono. La mostra è intima, vintage e delicata. Esprime bene come l'arte possa anche esistere, germogliare, crescere e invecchiare fuori dal mercato. Il titolo di questa personale è Vicino al cuore, che riassume bene cosa l'arte debba in fondo fare. Avvicinarsi il più possibile al cuore, rimanendo a una distanza di sicurezza dalla mente. A volte come nel caso di Haacke e Prini, il cuore si raffredda. A volte, nel caso di Rakowitz, si agita. A volte, invece, come con Forti, si riscalda.