Gli anni Venti, cent'anni dopo: Claude Cahun e il primo selfie della storia
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOUn secolo fa a Parigi, tra surrealisti e avanguardie, la fotografa rivoluzionò la tecnica dell’autoritratto. Viaggio sulle sue tracce per scoprire quel che resta oggi delle immagini di noi stessi finite su Instagram
Si può chiudere una strada per colpa di Instagram? Un'associazione di parigini che risiedono lungo rue Crémieux, a pochi passi dalla Gare de Lyon, nei mesi scorsi ha richiesto una limitazione al transito dei turisti su quella via. Nota e fotografatissima per via delle case colorate con toni pastello, vanta decine di migliaia di immagini condivise sui social, con pose di qualunque tipo. Selfie, baci romantici. Le più demenziali sono raccolte in uno speciale profilo Instagram, clubcremieux: passi di danza, posizioni yoga, verticali. Non manca niente.
Il vicepresidente dell'associazione in difesa di rue Crémieux ha spiegato a un giornale parigino di non poterne più dei flash mob improvvisati, delle feste di addio al celibato, dei rapper che rappano per ore sotto le finestre. E più di tutto, delle fotografie. La attraverso in un tranquillo primo pomeriggio, e non c'è gran folla di fotografi, a dire il vero. Basta attendere, poi …
Il vicepresidente dell'associazione in difesa di rue Crémieux ha spiegato a un giornale parigino di non poterne più dei flash mob improvvisati, delle feste di addio al celibato, dei rapper che rappano per ore sotto le finestre. E più di tutto, delle fotografie. La attraverso in un tranquillo primo pomeriggio, e non c'è gran folla di fotografi, a dire il vero. Basta attendere, poi …
Si può chiudere una strada per colpa di Instagram? Un'associazione di parigini che risiedono lungo rue Crémieux, a pochi passi dalla Gare de Lyon, nei mesi scorsi ha richiesto una limitazione al transito dei turisti su quella via. Nota e fotografatissima per via delle case colorate con toni pastello, vanta decine di migliaia di immagini condivise sui social, con pose di qualunque tipo. Selfie, baci romantici. Le più demenziali sono raccolte in uno speciale profilo Instagram, clubcremieux: passi di danza, posizioni yoga, verticali. Non manca niente.
Il vicepresidente dell'associazione in difesa di rue Crémieux ha spiegato a un giornale parigino di non poterne più dei flash mob improvvisati, delle feste di addio al celibato, dei rapper che rappano per ore sotto le finestre. E più di tutto, delle fotografie. La attraverso in un tranquillo primo pomeriggio, e non c'è gran folla di fotografi, a dire il vero. Basta attendere, poi qualcuno arriva. La coppia con valigie al seguito - le ruote dei trolley si fanno sentire. Si scattano foto a vicenda, lui con lo smartphone, lei anche con la macchina fotografica appesa al collo. I residenti passano veloci con aria indifferente, o rassegnata. L'"instagrammabilità" del luogo è la fortuna o la condanna di Rue Crémieux?
Svegliarsi negli anni Venti nella strada più fotografata di Parigi - fra umani che cercano posture ed espressioni giuste per un selfie - è illuminante. Pare che ogni secondo, sul pianeta, vengano scattate 40 mila foto. La sociologia alla buona non aiuta. La neurologia e le scienze cognitive? La bibliografia sugli effetti che, nel cervello dell'umanità fotografante, hanno questi scatti compulsivi è già sterminata. Ricordiamo meno, ricordiamo peggio? E quando mai avremo il tempo di scorrere e contemplare le troppe foto della nostra vita?
Quando, sul finire degli anni Venti dell'altro secolo, lavora alla sua Piccola storia della fotografia, Walter Benjamin giudica "rudimentali" i tentativi di analizzare da una prospettiva teorica il fenomeno della fotografia. E recupera, con sottile sconcerto, le angosce delle generazioni di metà Ottocento di fronte all'arte "diabolica". "Voler fissare immagini effimere è non soltanto un'impresa impossibile, come è risultato da un'approfondita indagine tedesca, ma anzi lo stesso desiderio di volerlo fare è un'offesa a Dio", si poteva leggere su un giornaletto sciovinista tedesco del diciannovesimo secolo. Benjamin alza le spalle e, ostinato, continua a inseguire l'aura delle fotografie dei primordi, in cui tutto "era predisposto perché durasse". Quando si chiede se "la didascalia non diventerà per caso uno degli elementi essenziali dell'immagine fotografica", non si può dire che prefigurasse il peso degli hashtag e dei microtesti, eppure...
Intanto, cammino su rue Crémieux e scorro fotografie di rue Crémieux postate con l'hashtag #ruecremieux.
Mi imbatto nel primo piano di una ragazza - cosplayer e modella, dice di sé - con la seguente didascalia: "Un ultimo sguardo a te stessa per ricordare il tuo viso per anni".
Difficile che sappia di una sua inquieta coetanea che, un secolo fa, arrivata a Parigi da Nantes, esplorava tutte le possibilità dell'autoritratto. Decine e decine di selfie ante-litteram, niente che non si veda anche a rue Crémieux nel 2020: coreografici, creativi, inquietanti, moltiplicati; divertenti fotomontaggi e "filtri" sapienti, li chiameremmo oggi. C'è chi attribuisce a lei perfino una inconsapevole anticipazione dei trucchi con cui oggi si aggirano le censure dei social al corpo nudo: c'è un meraviglioso autoritratto fotografico in cui indossa una maglietta bianca con i capezzoli disegnati.
Cercatela con l'hashtag #claudecahun: lei allo specchio, lei con i capelli rasati a zero (lo fece proprio in quel 1920, arrivando nella grande città), lei in maschera, lei travestita da uomo. Io la cerco su rue de Grenelle, dove affittò il suo primo appartamento parigino. Ne inseguo l'ombra al 70 di Notre-Dame des Champs, uscendo dal Jardin du Luxembourg - a seicento metri abitava Gertrude Stein, in quegli stessi ruggenti anni Venti.
Figlia di un giornalista e nipote di quel Marcel Schwob affascinato dalle vite immaginarie, nacque Lucy Schwob e cambiò nome in Claude Cahun. "Neutro è il solo genere che fa per me" disse, e per questo scelse l'ambivalente Claude. Cahun rimandava alle radici ebraiche, a causa delle quali fu aggredita già negli anni di liceo. Nella capitale francese respira il fermento delle avanguardie, incontra la donna che sarà sua compagna anche nell'arte e nella fotografia, Suzanne Malherbe/Marcel Moore; si lascia ispirare da Breton e lo ispira. Gioca col suo Narciso, e ne scrive in questi termini: "Io! - Modesto Narciso. Vi spiegherò il mio self-love. È falso. In realtà, ho grande bisogno degli altri". Non sembra forse la didascalia più esatta per i miliardi di selfie di cent'anni dopo? "Narciso non si amava. Si è lasciato ingannare da un'immagine. Non ha saputo attraversare le apparenze... Ma se avesse saputo amarsi al di là del suo miraggio, la sua sorte sarebbe stata felice, degna dell'invidia dei secoli".
Così Claude si ritrae e allo stesso tempo si cancella, si trasforma, si traveste, si vela. Fa di tutto pur di non coincidere con sé stessa. "Che cosa vuoi da me?" chiede ambigua allo spettatore. Un utente Instagram mostra ai follower la caviglia con un tatuaggio fresco a lei dedicato. L'immagine è quella di Claude travestita da clown-ginnasta androgino, ha indosso la maglietta con i capezzoli disegnati e una scritta che dice: "Sono in allenamento, non baciarmi".
2. Continua
LEGGI Gli anni Venti, cent'anni dopo: tra Kafka e Whatsapp di Paolo Di Paolo
Il vicepresidente dell'associazione in difesa di rue Crémieux ha spiegato a un giornale parigino di non poterne più dei flash mob improvvisati, delle feste di addio al celibato, dei rapper che rappano per ore sotto le finestre. E più di tutto, delle fotografie. La attraverso in un tranquillo primo pomeriggio, e non c'è gran folla di fotografi, a dire il vero. Basta attendere, poi qualcuno arriva. La coppia con valigie al seguito - le ruote dei trolley si fanno sentire. Si scattano foto a vicenda, lui con lo smartphone, lei anche con la macchina fotografica appesa al collo. I residenti passano veloci con aria indifferente, o rassegnata. L'"instagrammabilità" del luogo è la fortuna o la condanna di Rue Crémieux?
Svegliarsi negli anni Venti nella strada più fotografata di Parigi - fra umani che cercano posture ed espressioni giuste per un selfie - è illuminante. Pare che ogni secondo, sul pianeta, vengano scattate 40 mila foto. La sociologia alla buona non aiuta. La neurologia e le scienze cognitive? La bibliografia sugli effetti che, nel cervello dell'umanità fotografante, hanno questi scatti compulsivi è già sterminata. Ricordiamo meno, ricordiamo peggio? E quando mai avremo il tempo di scorrere e contemplare le troppe foto della nostra vita?
Quando, sul finire degli anni Venti dell'altro secolo, lavora alla sua Piccola storia della fotografia, Walter Benjamin giudica "rudimentali" i tentativi di analizzare da una prospettiva teorica il fenomeno della fotografia. E recupera, con sottile sconcerto, le angosce delle generazioni di metà Ottocento di fronte all'arte "diabolica". "Voler fissare immagini effimere è non soltanto un'impresa impossibile, come è risultato da un'approfondita indagine tedesca, ma anzi lo stesso desiderio di volerlo fare è un'offesa a Dio", si poteva leggere su un giornaletto sciovinista tedesco del diciannovesimo secolo. Benjamin alza le spalle e, ostinato, continua a inseguire l'aura delle fotografie dei primordi, in cui tutto "era predisposto perché durasse". Quando si chiede se "la didascalia non diventerà per caso uno degli elementi essenziali dell'immagine fotografica", non si può dire che prefigurasse il peso degli hashtag e dei microtesti, eppure...
Intanto, cammino su rue Crémieux e scorro fotografie di rue Crémieux postate con l'hashtag #ruecremieux.
Mi imbatto nel primo piano di una ragazza - cosplayer e modella, dice di sé - con la seguente didascalia: "Un ultimo sguardo a te stessa per ricordare il tuo viso per anni".
Difficile che sappia di una sua inquieta coetanea che, un secolo fa, arrivata a Parigi da Nantes, esplorava tutte le possibilità dell'autoritratto. Decine e decine di selfie ante-litteram, niente che non si veda anche a rue Crémieux nel 2020: coreografici, creativi, inquietanti, moltiplicati; divertenti fotomontaggi e "filtri" sapienti, li chiameremmo oggi. C'è chi attribuisce a lei perfino una inconsapevole anticipazione dei trucchi con cui oggi si aggirano le censure dei social al corpo nudo: c'è un meraviglioso autoritratto fotografico in cui indossa una maglietta bianca con i capezzoli disegnati.
Cercatela con l'hashtag #claudecahun: lei allo specchio, lei con i capelli rasati a zero (lo fece proprio in quel 1920, arrivando nella grande città), lei in maschera, lei travestita da uomo. Io la cerco su rue de Grenelle, dove affittò il suo primo appartamento parigino. Ne inseguo l'ombra al 70 di Notre-Dame des Champs, uscendo dal Jardin du Luxembourg - a seicento metri abitava Gertrude Stein, in quegli stessi ruggenti anni Venti.
Figlia di un giornalista e nipote di quel Marcel Schwob affascinato dalle vite immaginarie, nacque Lucy Schwob e cambiò nome in Claude Cahun. "Neutro è il solo genere che fa per me" disse, e per questo scelse l'ambivalente Claude. Cahun rimandava alle radici ebraiche, a causa delle quali fu aggredita già negli anni di liceo. Nella capitale francese respira il fermento delle avanguardie, incontra la donna che sarà sua compagna anche nell'arte e nella fotografia, Suzanne Malherbe/Marcel Moore; si lascia ispirare da Breton e lo ispira. Gioca col suo Narciso, e ne scrive in questi termini: "Io! - Modesto Narciso. Vi spiegherò il mio self-love. È falso. In realtà, ho grande bisogno degli altri". Non sembra forse la didascalia più esatta per i miliardi di selfie di cent'anni dopo? "Narciso non si amava. Si è lasciato ingannare da un'immagine. Non ha saputo attraversare le apparenze... Ma se avesse saputo amarsi al di là del suo miraggio, la sua sorte sarebbe stata felice, degna dell'invidia dei secoli".
Così Claude si ritrae e allo stesso tempo si cancella, si trasforma, si traveste, si vela. Fa di tutto pur di non coincidere con sé stessa. "Che cosa vuoi da me?" chiede ambigua allo spettatore. Un utente Instagram mostra ai follower la caviglia con un tatuaggio fresco a lei dedicato. L'immagine è quella di Claude travestita da clown-ginnasta androgino, ha indosso la maglietta con i capezzoli disegnati e una scritta che dice: "Sono in allenamento, non baciarmi".
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