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Vincent van Gogh, "Donne nella neve che portano sacchi di carbone" (1882) 

Il codice Van Gogh svelato nei disegni

Viaggio a Otterlo, dove sono raccolti studi e dipinti del maestro olandese. Aspettando di vederli a Padova per una delle mostre più attese dell’anno
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Otterlo (Olanda)
L'equazione Van Gogh uguale colore è contraddetta da una variabile che si chiama disegno. Non solo campi di girasoli, notti stellate, camere azzurre, iris blu e covoni gialli. Van Gogh (1853-1890) in bianco e nero è un genio diverso. È un ragazzo di ventisette anni che ritrae con la matita spuntata i minatori nella neve all’imbocco della cava belga del Borinage. È il figlio di un pastore protestante che preferisce scappare per i campi con un rotolo di fogli in tasca, invece di chiudersi nelle aule della scuola presbiteriale di Tilburg. «Preferirei morire – confessa al fratello Theo – piuttosto che essere preparato alla missione religiosa. Ho avuto una lezione da un falciatore che mi è servita più di un corso di greco».

Scorrazzando per le pianure di Etten, fra i canali della Gheldria, compila un diario di verità feriali. Pagine e pagine di seminatori con le ceste, contadine che cuciono…
Otterlo (Olanda)
L'equazione Van Gogh uguale colore è contraddetta da una variabile che si chiama disegno. Non solo campi di girasoli, notti stellate, camere azzurre, iris blu e covoni gialli. Van Gogh (1853-1890) in bianco e nero è un genio diverso. È un ragazzo di ventisette anni che ritrae con la matita spuntata i minatori nella neve all’imbocco della cava belga del Borinage. È il figlio di un pastore protestante che preferisce scappare per i campi con un rotolo di fogli in tasca, invece di chiudersi nelle aule della scuola presbiteriale di Tilburg. «Preferirei morire – confessa al fratello Theo – piuttosto che essere preparato alla missione religiosa. Ho avuto una lezione da un falciatore che mi è servita più di un corso di greco».

Scorrazzando per le pianure di Etten, fra i canali della Gheldria, compila un diario di verità feriali. Pagine e pagine di seminatori con le ceste, contadine che cuciono, donne al focolare e altre che arrancano, piegate dai sacchi di carbone sulla schiena. Fogli struggenti di un giovane maestro che, prima di accendere la luce del sud (nel sole abbacinante della sua fuga ad Arles o Saint-Rémy), rimane solo con le sue ombre. E senza tavolozza. È un Van Gogh intimo, generoso, fragile ma cocciuto – assillato dall’esattezza – quello che affiora dal nucleo straordinario di disegni custoditi nei depositi del Kröller-Müller Museum di Otterlo.

Che è l’altro museo Van Gogh. Non il “pantheon” arcinoto di Amsterdam, fondato nel 1973 (restaurato nel 2015). Ma un luogo più antico e remoto, sospeso nel cuore del parco nazionale dell’alta Veluwe e aperto nel 1938 grazie alla raccolta superba di Helene Kröller-Müller, la collezionista che comprese e amò per prima il talento del pittore olandese («Vivo e respiro Van Gogh» ripeteva commossa) e si assicurò un numero impressionante di capolavori. Con novanta dipinti e 187 disegni, oggi è la seconda maggiore raccolta al mondo.

Da qui, il curatore italiano Marco Goldin ha selezionato le opere per la mostra che arriverà a Padova in autunno. Prodotta da Linea d’ombra e dal Comune di Padova, Van Gogh. I colori della vita (dal 10 ottobre all’11 aprile 2021, prevendita in anteprima da domani al 21 gennaio) sarà allestita nel rinnovato Centro San Gaetano con un calendario fitto di conferenze, proiezioni e pubblicazioni a tema. Su un totale di 125 pezzi, firmati anche da Delacroix, Courbet, Millet, Seurat, Pissarro, Signac, Bernard, Gauguin, spiccano 80 esemplari del grande Vincent di cui 46 carte, in parte inedite.

Presentato ieri alla stampa proprio a Otterlo, il progetto insegue l’idea di raccontare il genio attraverso i suoi spostamenti, i debiti (verso Millet o i giapponesi) gli incontri ravvicinati (Bernard su tutti), il destino e la follia. Ma davanti ai classici popolari che traslocheranno in Italia, fra cui Il seminatore del 1888, il Ritratto del postino Joseph Roulin, la famosa Arlesiana (che però arriva dalla Galleria Nazionale di Roma), l’Autoritratto di Amsterdam o gli Alberi da frutto tra i cipressi, affiorano i misteri nascosti soprattutto nelle carte.

«Sono ancora molti» spiega (e sorride) Sjraar van Heugten, curatore del museo e massimo studioso dei fogli di Van Gogh. «Il bianco e nero fu il suo primo strumento di indagine del mondo; solo dopo venne la pittura». Van Gogh prima di Van Gogh disegnava per capire la vita. Ed emerge allora il backstage di un impegno metodico e professionale. «Allestiva nel suo studio veri e propri set per ospitare i modelli, gente del paese che lui vestiva da contadini e ritraeva in posture calcolatissime. I più umili li retribuiva con qualche spicciolo». Niente improvvisazione. E neanche pratica all’aria aperta. Così cade un po’ il mito del maledetto, dell’irrequieto e del sentimento en plein air.

Ma Vincent acquista punti in quanto a puntiglio e perseveranza. La ricerca del disegno perfetto svela aspetti imprevedibili del suo carattere. «Non era il lupo solitario di molta letteratura, ma amava il contatto umano» continua van Heugten, che ha curato di recente una mostra sulle sue amicizie del cuore. E ne viene fuori un virtuoso della tecnica. Fra matite, acquerelli, gessi e carbone, il suo mezzo preferito (e più audace) rimaneva l’inchiostro. «Non permette margine d’errore e ciò dimostra quanto sicuro fosse il suo gesto e assoluta la sua abilità».

Nei cassetti del Kröller-Müller Museum si sommano ritratti e paesaggi di carta concepiti come opere autonome o come studi per i dipinti che verranno, nel caso dei tessitori o dei celeberrimi mangiatori di patate. «Stupisce – aggiunge Goldin – il processo inverso, quando nel luglio del 1885 rifece a matita i disegni ispirati ai campi di grano dei suoi quadri». Una magnifica ossessione. Con la china bruna come la pece scheggiava le stesse linee che l’olio aveva spalmato nervosamente sulla tela. Tutto un alfabeto di segni irrequieti e giochi di trasparenze fra i volumi dei corpi. L’opera al nero di un maestro del colore.