Aspettando Salinger
di LEONARDO G. LUCCONEDieci anni fa moriva l’autore del “Giovane Holden”, che ci ha lasciato un pugno di capolavori e il mistero sugli scritti mai pubblicati. Tra gli inediti ci sarebbe un romanzo d’amore autobiografico. E domani esce Robinson dedicato allo scrittore
A quindici anni, poco prima di entrare nella dura Valley Forge Military Academy in Pennsylvania, Salinger viene a sapere che in una scuola simile le pagine dell’annuario relative ai pochi studenti ebrei possono essere strappate senza che si veda. È una bordata al suo desiderio di emancipazione, alla sua voglia di ricominciare dopo risultati non proprio soddisfacenti. Alla soglia dei diciott’anni, di scuole ne avrà cambiate altre due, sempre per pessimo rendimento. Salinger è mezzo ebreo e mezzo cattolico: né carne né pesce dal suo punto di vista; i circoli più esclusivi gli sono preclusi e lui – come tutti i suoi personaggi – fatica a trovare un posto nel mondo. Prendiamo uno dei momenti più strazianti del suo unico romanzo.
È domenica, siamo a New York, a pochi passi da casa dei genitori, Holden ha sedici anni, non sa che fare e non indossa nemmeno la sua protezione, il berretto da caccia rosso che nasco…
È domenica, siamo a New York, a pochi passi da casa dei genitori, Holden ha sedici anni, non sa che fare e non indossa nemmeno la sua protezione, il berretto da caccia rosso che nasco…
A quindici anni, poco prima di entrare nella dura Valley Forge Military Academy in Pennsylvania, Salinger viene a sapere che in una scuola simile le pagine dell’annuario relative ai pochi studenti ebrei possono essere strappate senza che si veda. È una bordata al suo desiderio di emancipazione, alla sua voglia di ricominciare dopo risultati non proprio soddisfacenti. Alla soglia dei diciott’anni, di scuole ne avrà cambiate altre due, sempre per pessimo rendimento. Salinger è mezzo ebreo e mezzo cattolico: né carne né pesce dal suo punto di vista; i circoli più esclusivi gli sono preclusi e lui – come tutti i suoi personaggi – fatica a trovare un posto nel mondo. Prendiamo uno dei momenti più strazianti del suo unico romanzo.
È domenica, siamo a New York, a pochi passi da casa dei genitori, Holden ha sedici anni, non sa che fare e non indossa nemmeno la sua protezione, il berretto da caccia rosso che nasconde i capelli grigi della sua vecchiezza immaginaria: «Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. Gli dicevo: “Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Ti prego, Allie”. Poi quando arrivavo dall’altra parte senza scomparire, lo ringraziavo. \[…\] Avevo un po’ di paura a fermarmi, mi sa». C’è una zona indefinita, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui non puoi fermarti perché rischi di soccombere. Allie è il fratello perfetto, stroncato a undici anni dalla leucemia. Allie è la ferita non rimarginabile.
Chissà qual era il rapporto di Salinger con la morte, visto che, dopo il gorgo della guerra, una parte di sé è rimasta intrappolata in Europa a Kaufering IV, vicino a Dachau, in quel maledetto campo di concentramento dove ha conosciuto il punto più basso dell’umanità. «Non si esce più da Kaufering» scrive a un amico. Quando Salinger e gli altri agenti del controspionaggio entrano, i tedeschi se la sono data a gambe e ci sono solo mucchi di cadaveri che bruciano. La guerra è finita ma ne è iniziata un’altra ben più cruenta.
Nel racconto che gli dà fama e stabilità economica (Un giorno ideale per i pescibanana, New Yorker, 1948), Salinger uccide Seymour Glass, il personaggio a cui è più legato. Lo fa suicidare per fargli poi girare il mondo attorno. Salinger smette di pubblicare nel 1965, a 46 anni, dopo aver prodotto non più di 700 pagine di narrativa distribuite in quattro libri e una sfilza di racconti ripudiati. Cosa ha fatto durante l’altra metà della vita? «Voglio essere lasciato solo. Perché la mia vita non può essere più mia?». Dell’autoreclusione a Cornish, a soli 32 anni, si è detto tanto. Salinger voleva proteggersi dall’interno – affrancarsi da quel male che per tanti anni non ha avuto un nome e che lui, meglio dei medici di allora, ha raccontato, spiegando cosa si prova a non avere tutte le «facoltà intatte». Il disturbo da stress post traumatico.
Cosa scrive Salinger per quasi cinquant’anni? I Glass e i Caulfield sono due bacini perfetti per contenere il dolore. D’altronde Salinger l’aveva detto sulla sovraccoperta di Franny e Zooey (1961): «Ho ancora in cantiere numerosi racconti sui Glass che espanderanno la storia, ognuno a modo suo». Joyce Maynard, la sua giovanissima fidanzata tra il ’72 e il ’73 e una delle poche a entrare nello studio-bunker, ricorda di aver visto, nella masnada di carte, schemi dettagliati con la genealogia dei Glass e degli Holden. Salinger viveva con quei personaggi e parlava di loro come se fossero esseri in carne e ossa, e perfino chi gli era accanto cominciava a vederli. Quando Salinger girava per New York con qualcuno che conosceva – e va detto che ci andava ogni tanto! – imponeva sempre lo stesso tour: il museo, Central Park, la giostra, il laghetto con o senza anatre. «Holden adora il Metropolitan Museum, potremmo andare lì» si è sentita dire Leila Hadley Luce in un’occasione.
Quanto bisogna aspettare per leggere gli inediti? Matthew Salinger ha sempre risposto in modo sfuggente: «Un periodo tra due e dieci anni». «Qualche lettore, magari più innamorato della fama che della scrittura, potrà restare deluso, ma i suoi veri lettori saranno deliziati». Sembrava che Salinger avesse lasciato tutto in ordine, e perfino un programma di uscite a partire dal 2020. Il figlio ribadisce che c’è «parecchio lavoro da fare», «quando sarà tutto pronto pubblicheremo»; i maligni dicono che ci pioverà addosso solo «un ammasso di pagine deliranti» come Hapworth 16, 1924, l’ultimo racconto pubblicato (New Yorker, 1965), tutt’ora inedito in volume.
Chissà se in questi scritti c’è spazio per Holden adulto, chissà se Jane è diventata la sua fidanzata. Oppure, come altri sostengono, oltre alle pagine sui Caulfield e sui Glass, ci sarebbero un romanzo d’amore autobiografico ambientato durante la Seconda guerra mondiale, una novella in prima persona con protagonista un agente del controspionaggio, un manuale di vedanta. Matthew nega («autentiche sciocchezze»). Eppure molti indizi indicano che al centro di tutto ci sia Seymour Glass, con la sua polarità intermittente. Seymour, «il nostro unicorno striato di blu, il nostro specchio ustorio, il genio di famiglia che dà consigli a tutti, la nostra coscienza portatile, il nostro commissario di bordo, il nostro unico poeta», parola di Buddy Glass, il fratello biografo, autore – se leggete bene – di tutte le opere di Salinger.
Nell’attesa possiamo immergerci nelle pagine di Hapworth (basta consultare l’archivio del New Yorker). Scordatevi il parlare smoccolato di Holden o la fierezza dei racconti; qui si respira l’aria mistica dell’illuminazione. Seymour, che ha sette anni e si trova in campeggio con il fratello Buddy, scrive una lettera alla famiglia con questo tono: «Les \[il padre\], ti prego di avere pazienza con noi \[…\] e di non abbatterti quando ti sembriamo del tutto diversi dai bambini normali, per esempio dai bambini della tua infanzia. Nei tuoi frequenti momenti bui, rammenta a te stesso che siamo bambini normalissimi in tutto e per tutto, è solo che smettiamo di esserlo quando salta fuori qualcosa di importante o cruciale».
Più avanti chiede, o meglio, ordina di inviargli una biblioteca di volumi da leggere: «Speditemi, per favore, un qualunque saggio irreprensibile sulla Seconda guerra mondiale, ritratta nella sua vergognosa e profittevole interezza, preferibilmente non scritto da veterani vanagloriosi e nostalgici e neppure da intraprendenti giornalisti di modesta capacità o coscienza. Apprezzerei moltissimo qualunque cosa non contenga belle fotografie. Più si cresce più si tende a fregarsene delle belle foto». Selfie a parte, ora non dite che Salinger era monotono o retrogrado.
È domenica, siamo a New York, a pochi passi da casa dei genitori, Holden ha sedici anni, non sa che fare e non indossa nemmeno la sua protezione, il berretto da caccia rosso che nasconde i capelli grigi della sua vecchiezza immaginaria: «Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. Gli dicevo: “Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Ti prego, Allie”. Poi quando arrivavo dall’altra parte senza scomparire, lo ringraziavo. \[…\] Avevo un po’ di paura a fermarmi, mi sa». C’è una zona indefinita, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui non puoi fermarti perché rischi di soccombere. Allie è il fratello perfetto, stroncato a undici anni dalla leucemia. Allie è la ferita non rimarginabile.
Chissà qual era il rapporto di Salinger con la morte, visto che, dopo il gorgo della guerra, una parte di sé è rimasta intrappolata in Europa a Kaufering IV, vicino a Dachau, in quel maledetto campo di concentramento dove ha conosciuto il punto più basso dell’umanità. «Non si esce più da Kaufering» scrive a un amico. Quando Salinger e gli altri agenti del controspionaggio entrano, i tedeschi se la sono data a gambe e ci sono solo mucchi di cadaveri che bruciano. La guerra è finita ma ne è iniziata un’altra ben più cruenta.
Nel racconto che gli dà fama e stabilità economica (Un giorno ideale per i pescibanana, New Yorker, 1948), Salinger uccide Seymour Glass, il personaggio a cui è più legato. Lo fa suicidare per fargli poi girare il mondo attorno. Salinger smette di pubblicare nel 1965, a 46 anni, dopo aver prodotto non più di 700 pagine di narrativa distribuite in quattro libri e una sfilza di racconti ripudiati. Cosa ha fatto durante l’altra metà della vita? «Voglio essere lasciato solo. Perché la mia vita non può essere più mia?». Dell’autoreclusione a Cornish, a soli 32 anni, si è detto tanto. Salinger voleva proteggersi dall’interno – affrancarsi da quel male che per tanti anni non ha avuto un nome e che lui, meglio dei medici di allora, ha raccontato, spiegando cosa si prova a non avere tutte le «facoltà intatte». Il disturbo da stress post traumatico.
Cosa scrive Salinger per quasi cinquant’anni? I Glass e i Caulfield sono due bacini perfetti per contenere il dolore. D’altronde Salinger l’aveva detto sulla sovraccoperta di Franny e Zooey (1961): «Ho ancora in cantiere numerosi racconti sui Glass che espanderanno la storia, ognuno a modo suo». Joyce Maynard, la sua giovanissima fidanzata tra il ’72 e il ’73 e una delle poche a entrare nello studio-bunker, ricorda di aver visto, nella masnada di carte, schemi dettagliati con la genealogia dei Glass e degli Holden. Salinger viveva con quei personaggi e parlava di loro come se fossero esseri in carne e ossa, e perfino chi gli era accanto cominciava a vederli. Quando Salinger girava per New York con qualcuno che conosceva – e va detto che ci andava ogni tanto! – imponeva sempre lo stesso tour: il museo, Central Park, la giostra, il laghetto con o senza anatre. «Holden adora il Metropolitan Museum, potremmo andare lì» si è sentita dire Leila Hadley Luce in un’occasione.
Quanto bisogna aspettare per leggere gli inediti? Matthew Salinger ha sempre risposto in modo sfuggente: «Un periodo tra due e dieci anni». «Qualche lettore, magari più innamorato della fama che della scrittura, potrà restare deluso, ma i suoi veri lettori saranno deliziati». Sembrava che Salinger avesse lasciato tutto in ordine, e perfino un programma di uscite a partire dal 2020. Il figlio ribadisce che c’è «parecchio lavoro da fare», «quando sarà tutto pronto pubblicheremo»; i maligni dicono che ci pioverà addosso solo «un ammasso di pagine deliranti» come Hapworth 16, 1924, l’ultimo racconto pubblicato (New Yorker, 1965), tutt’ora inedito in volume.
Chissà se in questi scritti c’è spazio per Holden adulto, chissà se Jane è diventata la sua fidanzata. Oppure, come altri sostengono, oltre alle pagine sui Caulfield e sui Glass, ci sarebbero un romanzo d’amore autobiografico ambientato durante la Seconda guerra mondiale, una novella in prima persona con protagonista un agente del controspionaggio, un manuale di vedanta. Matthew nega («autentiche sciocchezze»). Eppure molti indizi indicano che al centro di tutto ci sia Seymour Glass, con la sua polarità intermittente. Seymour, «il nostro unicorno striato di blu, il nostro specchio ustorio, il genio di famiglia che dà consigli a tutti, la nostra coscienza portatile, il nostro commissario di bordo, il nostro unico poeta», parola di Buddy Glass, il fratello biografo, autore – se leggete bene – di tutte le opere di Salinger.
Nell’attesa possiamo immergerci nelle pagine di Hapworth (basta consultare l’archivio del New Yorker). Scordatevi il parlare smoccolato di Holden o la fierezza dei racconti; qui si respira l’aria mistica dell’illuminazione. Seymour, che ha sette anni e si trova in campeggio con il fratello Buddy, scrive una lettera alla famiglia con questo tono: «Les \[il padre\], ti prego di avere pazienza con noi \[…\] e di non abbatterti quando ti sembriamo del tutto diversi dai bambini normali, per esempio dai bambini della tua infanzia. Nei tuoi frequenti momenti bui, rammenta a te stesso che siamo bambini normalissimi in tutto e per tutto, è solo che smettiamo di esserlo quando salta fuori qualcosa di importante o cruciale».
Più avanti chiede, o meglio, ordina di inviargli una biblioteca di volumi da leggere: «Speditemi, per favore, un qualunque saggio irreprensibile sulla Seconda guerra mondiale, ritratta nella sua vergognosa e profittevole interezza, preferibilmente non scritto da veterani vanagloriosi e nostalgici e neppure da intraprendenti giornalisti di modesta capacità o coscienza. Apprezzerei moltissimo qualunque cosa non contenga belle fotografie. Più si cresce più si tende a fregarsene delle belle foto». Selfie a parte, ora non dite che Salinger era monotono o retrogrado.