Mistero Van Eyck
Dario Pappalardo , di DARIO PAPPALARDONelle Fiandre sono ora raccolti insieme i rarissimi capolavori del maestro fiammingo autore del “Polittico dell’Agnello mistico”. Ma la vita del pittore quattrocentesco rimane piena di enigmi
Gand (Belgio)
"Segreto" è la parola che ricorre di più nella scarna biografia di Jan Van Eyck (1390?- 1441). "Segrete" sono le missioni che gli vengono affidate da Filippo il Buono, duca di Borgogna, sovrano delle Fiandre. "Segrete" le mete, "segreti" i motivi di tanti pagamenti, compresi i raddoppi continui del vitalizio annuo.
La pittura c'entra poco. I documenti raggruppati ora qui, al Museum voor Schone Kunsten di Gand, in Belgio, si prendono gioco di noi. Una nota manoscritta dell'estate 1436 parla di "lunghe spedizioni in terre lontane per certe ragioni segrete che non si vogliono menzionare". Sono questi gli indizi di un thriller che va avanti da sei secoli e che forse non si scioglierà mai. Il mistero si addice al pittore fiammingo.
Persino Giorgio Vasari, più di cento anni dopo la morte di Jan, scrive nelle Vite (1550) che Antonello da Messina viaggiò fino allo studio di Bruges per …
"Segreto" è la parola che ricorre di più nella scarna biografia di Jan Van Eyck (1390?- 1441). "Segrete" sono le missioni che gli vengono affidate da Filippo il Buono, duca di Borgogna, sovrano delle Fiandre. "Segrete" le mete, "segreti" i motivi di tanti pagamenti, compresi i raddoppi continui del vitalizio annuo.
La pittura c'entra poco. I documenti raggruppati ora qui, al Museum voor Schone Kunsten di Gand, in Belgio, si prendono gioco di noi. Una nota manoscritta dell'estate 1436 parla di "lunghe spedizioni in terre lontane per certe ragioni segrete che non si vogliono menzionare". Sono questi gli indizi di un thriller che va avanti da sei secoli e che forse non si scioglierà mai. Il mistero si addice al pittore fiammingo.
Persino Giorgio Vasari, più di cento anni dopo la morte di Jan, scrive nelle Vite (1550) che Antonello da Messina viaggiò fino allo studio di Bruges per …
Gand (Belgio)
"Segreto" è la parola che ricorre di più nella scarna biografia di Jan Van Eyck (1390?- 1441). "Segrete" sono le missioni che gli vengono affidate da Filippo il Buono, duca di Borgogna, sovrano delle Fiandre. "Segrete" le mete, "segreti" i motivi di tanti pagamenti, compresi i raddoppi continui del vitalizio annuo.
La pittura c'entra poco. I documenti raggruppati ora qui, al Museum voor Schone Kunsten di Gand, in Belgio, si prendono gioco di noi. Una nota manoscritta dell'estate 1436 parla di "lunghe spedizioni in terre lontane per certe ragioni segrete che non si vogliono menzionare". Sono questi gli indizi di un thriller che va avanti da sei secoli e che forse non si scioglierà mai. Il mistero si addice al pittore fiammingo.
Persino Giorgio Vasari, più di cento anni dopo la morte di Jan, scrive nelle Vite (1550) che Antonello da Messina viaggiò fino allo studio di Bruges per carpire il "segreto" - ancora - della pittura a olio. I tempi non coincidono - Antonello sarebbe stato un bambino - ma la leggenda è dura da smentire.
Nell'Ottocento il francese Joseph François Ducq raffigura su tela l'incontro tra i due maestri: si vede un allievo di Van Eyck che subito copre la cassa con la "formula magica" della nuova tecnica. Perfezionata, ma non esattamente inventata da lui che era molto più di un artista: alchimista, matematico, studioso della rifrazione della luce, diplomatico, consigliere del suo duca per gli acquisti d'arte, procacciatore di matrimoni. E, probabilmente, spia al soldo dei potenti delle Fiandre per conto dei quali batté in lungo e in largo l'Europa - e forse non solo - del Quattrocento.
Arrivò davvero in Terra Santa, come suggerirebbero le palme e la vegetazione della Gerusalemme celeste dipinta sullo sfondo della pala di Gand? I rapporti intercorsi tra il duca Filippo e i francescani del Monte Sion sarebbero un'ulteriore prova a favore. Insomma, il mito e gli enigmi che ruotano attorno a "Meyster Johannes" sono intatti.
Per questo Jan Van Eyck: una rivoluzione ottica (fino al 30 aprile) si candida a diventare la mostra dell'anno, Raffaello permettendo. E non è tanto per dire. In tredici sale a contendersi gli occhi dei visitatori ci sono 122 oggetti: dipinti (tra cui quelli dei contemporanei italiani Masaccio e Beato Angelico), sculture, disegni, libri miniati, arazzi, documenti, persino i coltelli di Filippo il Buono.
Una decina di opere sono proprio di Van Eyck: significa la metà di quelle certe, che secondo gli storici dell'arte risultano al massimo 23. L'occasione è unica anche perché, per l'ultima volta in assoluto, la cattedrale di Gand concede in prestito i pannelli esterni e due laterali interni - ovvero Adamo ed Eva - del Polittico dell'Agnello mistico.
Quella pala monumentale avviata dal fratello maggiore Hubert (morto nel 1426) e completata da Jan che è il punto di non ritorno dell'intera pittura occidentale. Meta di pellegrinaggio di ogni artista degno di questo nome, a cominciare da Albrecht Dürer. Smembrata, rubata, copiata e restituita dai monuments men (ma la predella con l'Apocalisse e uno sportello sono spariti per sempre) costituisce un oggetto mitologico in sé.
In mostra, finalmente, si consuma l'incontro ravvicinato con L'Annunciazione: ecco l'interno con i particolari domestici dove prende vita la scena sacra, mentre sullo sfondo, dalle finestre della casa di Maria, si intravede la città "vera" con i suoi elementi architettonici tutt'ora riconoscibili, come la facciata di un edificio medievale che adesso ospita il negozio di un marchio della moda italiano. Il restauro delle tavole è costato finora più di due milioni di euro.
Adamo ed Eva attendono ancora di essere ripuliti, ma sono esposti ad altezza d'uomo. Il resto dell'opera si trova nella maxi teca di vetro della cattedrale di San Bavone. In ottobre l'intera pala troverà una nuova collocazione nella stessa chiesa. Intanto, però, il restauro ha fatto già discutere.
E sul web c'è chi si prende gioco del nuovo aspetto dell'Agnello che, rimosse le ridipinture successive, ha un volto "umano" o, per altri, "umanoide". A Gand su questo è meglio non scherzare, però. Nell'équipe dei restauratori guidata da Hélène Dubois qualcuno sussurra di aver provato inquietudine davanti agli occhi dell'animale che simboleggia il Cristo che - letteralmente nel dipinto - versa il sangue per la redenzione dei peccati: "Sembra che ti guardi per chiederti conto della tua vita".
Frederica Van Dam è una dei curatori dell'esposizione: "Non ci sarà più una mostra così - dice - . Mettere insieme un buon numero di opere di questo tipo non è stato facile. Si tratta di oggetti non semplici da spostare proprio per la loro rarità. Ma lo spunto è partito dal restauro del Polittico dell'Agnello mistico iniziato nel 2012. Come rinunciare all'occasione di inserirlo tra gli altri dipinti di Van Eyck, di cui finalmente condivide i colori? I minimi particolari, i giochi di luci e ombre che sono la cifra riconoscibile del pittore risultano adesso alla portata dell'occhio di tutti".
Nella stanza dei ritratti non si può fare a meno di scovare le imperfezioni della pelle, le cicatrici, le rughe dei singoli personaggi. Come Joos Vijd e la moglie Elisabeth Borluut, committenti della Pala dell'Agnello, raffigurati con spietata verità. E ancora: il Giovane uomo (Timoteo) arrivato dalla National Gallery di Londra e il Baudouin di Lannoy, spedito dal museo di Berlino, di cui si individuano a uno a uno i peli della barba che ricresce.
La moglie di Van Eyck, Marguerite, con il copricapo cornuto come Malefica e il velo bianco, guarda serafica lo spettatore con occhio di sfida. Lei che, una volta vedova, nel 1441, erediterà la bottega e l'appannaggio di Jan, condivide con il marito quei segreti che non siamo stati ancora in grado di decifrare.
"Segreto" è la parola che ricorre di più nella scarna biografia di Jan Van Eyck (1390?- 1441). "Segrete" sono le missioni che gli vengono affidate da Filippo il Buono, duca di Borgogna, sovrano delle Fiandre. "Segrete" le mete, "segreti" i motivi di tanti pagamenti, compresi i raddoppi continui del vitalizio annuo.
La pittura c'entra poco. I documenti raggruppati ora qui, al Museum voor Schone Kunsten di Gand, in Belgio, si prendono gioco di noi. Una nota manoscritta dell'estate 1436 parla di "lunghe spedizioni in terre lontane per certe ragioni segrete che non si vogliono menzionare". Sono questi gli indizi di un thriller che va avanti da sei secoli e che forse non si scioglierà mai. Il mistero si addice al pittore fiammingo.
Persino Giorgio Vasari, più di cento anni dopo la morte di Jan, scrive nelle Vite (1550) che Antonello da Messina viaggiò fino allo studio di Bruges per carpire il "segreto" - ancora - della pittura a olio. I tempi non coincidono - Antonello sarebbe stato un bambino - ma la leggenda è dura da smentire.
Nell'Ottocento il francese Joseph François Ducq raffigura su tela l'incontro tra i due maestri: si vede un allievo di Van Eyck che subito copre la cassa con la "formula magica" della nuova tecnica. Perfezionata, ma non esattamente inventata da lui che era molto più di un artista: alchimista, matematico, studioso della rifrazione della luce, diplomatico, consigliere del suo duca per gli acquisti d'arte, procacciatore di matrimoni. E, probabilmente, spia al soldo dei potenti delle Fiandre per conto dei quali batté in lungo e in largo l'Europa - e forse non solo - del Quattrocento.
Arrivò davvero in Terra Santa, come suggerirebbero le palme e la vegetazione della Gerusalemme celeste dipinta sullo sfondo della pala di Gand? I rapporti intercorsi tra il duca Filippo e i francescani del Monte Sion sarebbero un'ulteriore prova a favore. Insomma, il mito e gli enigmi che ruotano attorno a "Meyster Johannes" sono intatti.
Per questo Jan Van Eyck: una rivoluzione ottica (fino al 30 aprile) si candida a diventare la mostra dell'anno, Raffaello permettendo. E non è tanto per dire. In tredici sale a contendersi gli occhi dei visitatori ci sono 122 oggetti: dipinti (tra cui quelli dei contemporanei italiani Masaccio e Beato Angelico), sculture, disegni, libri miniati, arazzi, documenti, persino i coltelli di Filippo il Buono.
Una decina di opere sono proprio di Van Eyck: significa la metà di quelle certe, che secondo gli storici dell'arte risultano al massimo 23. L'occasione è unica anche perché, per l'ultima volta in assoluto, la cattedrale di Gand concede in prestito i pannelli esterni e due laterali interni - ovvero Adamo ed Eva - del Polittico dell'Agnello mistico.
Quella pala monumentale avviata dal fratello maggiore Hubert (morto nel 1426) e completata da Jan che è il punto di non ritorno dell'intera pittura occidentale. Meta di pellegrinaggio di ogni artista degno di questo nome, a cominciare da Albrecht Dürer. Smembrata, rubata, copiata e restituita dai monuments men (ma la predella con l'Apocalisse e uno sportello sono spariti per sempre) costituisce un oggetto mitologico in sé.
In mostra, finalmente, si consuma l'incontro ravvicinato con L'Annunciazione: ecco l'interno con i particolari domestici dove prende vita la scena sacra, mentre sullo sfondo, dalle finestre della casa di Maria, si intravede la città "vera" con i suoi elementi architettonici tutt'ora riconoscibili, come la facciata di un edificio medievale che adesso ospita il negozio di un marchio della moda italiano. Il restauro delle tavole è costato finora più di due milioni di euro.
Adamo ed Eva attendono ancora di essere ripuliti, ma sono esposti ad altezza d'uomo. Il resto dell'opera si trova nella maxi teca di vetro della cattedrale di San Bavone. In ottobre l'intera pala troverà una nuova collocazione nella stessa chiesa. Intanto, però, il restauro ha fatto già discutere.
E sul web c'è chi si prende gioco del nuovo aspetto dell'Agnello che, rimosse le ridipinture successive, ha un volto "umano" o, per altri, "umanoide". A Gand su questo è meglio non scherzare, però. Nell'équipe dei restauratori guidata da Hélène Dubois qualcuno sussurra di aver provato inquietudine davanti agli occhi dell'animale che simboleggia il Cristo che - letteralmente nel dipinto - versa il sangue per la redenzione dei peccati: "Sembra che ti guardi per chiederti conto della tua vita".
Frederica Van Dam è una dei curatori dell'esposizione: "Non ci sarà più una mostra così - dice - . Mettere insieme un buon numero di opere di questo tipo non è stato facile. Si tratta di oggetti non semplici da spostare proprio per la loro rarità. Ma lo spunto è partito dal restauro del Polittico dell'Agnello mistico iniziato nel 2012. Come rinunciare all'occasione di inserirlo tra gli altri dipinti di Van Eyck, di cui finalmente condivide i colori? I minimi particolari, i giochi di luci e ombre che sono la cifra riconoscibile del pittore risultano adesso alla portata dell'occhio di tutti".
Nella stanza dei ritratti non si può fare a meno di scovare le imperfezioni della pelle, le cicatrici, le rughe dei singoli personaggi. Come Joos Vijd e la moglie Elisabeth Borluut, committenti della Pala dell'Agnello, raffigurati con spietata verità. E ancora: il Giovane uomo (Timoteo) arrivato dalla National Gallery di Londra e il Baudouin di Lannoy, spedito dal museo di Berlino, di cui si individuano a uno a uno i peli della barba che ricresce.
La moglie di Van Eyck, Marguerite, con il copricapo cornuto come Malefica e il velo bianco, guarda serafica lo spettatore con occhio di sfida. Lei che, una volta vedova, nel 1441, erediterà la bottega e l'appannaggio di Jan, condivide con il marito quei segreti che non siamo stati ancora in grado di decifrare.