Si fa presto a dire educazione
Maurizio Ferraris , di MAURIZIO FERRARISSiamo animali molto difettosi, eppure, a differenza degli altri, possiamo essere formati. Condizione necessaria soprattutto adesso che ci esprimiamo sempre e comunque attraverso la tecnologia
L'homo faber ha una storia e una geografia: non esisteva quando i nostri antenati erano cacciatori e raccoglitori, e queste condizioni si sono perpetuate in zone marginali rispetto alla cultura occidentale, per esempio in Amazzonia, o apicali (senatori romani o duchi inglesi). Ma progressivamente sta scomparendo, sostituito da persone che viaggiano, scrivono (per lo più stupidaggini) maneggiano telefoni, corrono con orologi che contano i loro passi e i loro battiti cardiaci e li archiviano chissà dove.
È ovvio, a questo punto, che la domanda centrale diviene: che cos'è l'essere umano nel momento in cui non è più identificato dal lavoro? L'errore più grande, da questo punto di vista, sarebbe considerarlo un angelo caduto, un individuo perfetto capace ormai di esprimersi in tutta la sua ricchezza. Non è così, e la marea di stupidaggini o di cattiverie che si leggono sul web lo dimostra come meglio (anzi, com…
È ovvio, a questo punto, che la domanda centrale diviene: che cos'è l'essere umano nel momento in cui non è più identificato dal lavoro? L'errore più grande, da questo punto di vista, sarebbe considerarlo un angelo caduto, un individuo perfetto capace ormai di esprimersi in tutta la sua ricchezza. Non è così, e la marea di stupidaggini o di cattiverie che si leggono sul web lo dimostra come meglio (anzi, com…
L'homo faber ha una storia e una geografia: non esisteva quando i nostri antenati erano cacciatori e raccoglitori, e queste condizioni si sono perpetuate in zone marginali rispetto alla cultura occidentale, per esempio in Amazzonia, o apicali (senatori romani o duchi inglesi). Ma progressivamente sta scomparendo, sostituito da persone che viaggiano, scrivono (per lo più stupidaggini) maneggiano telefoni, corrono con orologi che contano i loro passi e i loro battiti cardiaci e li archiviano chissà dove.
È ovvio, a questo punto, che la domanda centrale diviene: che cos'è l'essere umano nel momento in cui non è più identificato dal lavoro? L'errore più grande, da questo punto di vista, sarebbe considerarlo un angelo caduto, un individuo perfetto capace ormai di esprimersi in tutta la sua ricchezza. Non è così, e la marea di stupidaggini o di cattiverie che si leggono sul web lo dimostra come meglio (anzi, come peggio) non si potrebbe. Occorre piuttosto una trasvalutazione di tutti i lavori che riconosca nel lavoro come tradizionalmente lo abbiamo inteso una forma particolare (e caduca) di mobilitazione.
E soprattutto che riconosca la mobilitazione come un lavoro a pieno titolo in base a questo argomento: se la mobilitazione è registrata, produce valore (dati utili per la produzione e la distribuzione); se produce valore, è lavoro (a voler pensare come Marx) o comunque va riconosciuto e retribuito (a voler essere giusti). Però la retribuzione non deve limitarsi al sostentamento e ai servizi (molti dei quali sono nel frattempo diventati gratuiti: chi si comprerebbe un'enciclopedia, oggi?), e deve trasformarsi in cultura, tanto più indispensabile nel momento in cui, grazie alla tecnica, diviene effettivamente possibile, per ogni essere umano o quasi, l'espressione delle proprie idee.
Se le cose stanno in questi termini, davvero viviamo tempi interessanti, perché permettono una trasvalutazione che sostituisca al valore ultimo della produzione quello del consumo. Senza di esso, propriamente parlando, non ci sarebbe produzione, perché se qualcosa come la produzione ha un senso è solo in vista di un consumo. E questo risulta tanto più evidente quanto più cresce l'automazione.
La macchina non va davvero e sino in fondo da sé, ha sempre bisogno di un fine esterno, e quest'ultimo è il vivente che si manifesta come consumo: come soddisfacimento dei bisogni più vari, dal cosiddetto futile alla cultura e ai bisogni vitali, un sistema di bisogni che definiscono l'umano e ne qualificano l'urgenza, la temporalità specifica, dal momento che un meccanismo non ha fretta e non ha moventi, può aspettare tutto il tempo del mondo, mentre un organismo è spinto da una urgenza vitale e in assenza di consumo muore. Troviamo qui la temporalità originaria che dà il tempo all'economia e il valore al valore.
È sulla base di questa circostanza che diviene possibile un ripensamento tanto dell'economia quanto dell'ecologia. Una economia generale non può badare soltanto al profitto, deve mettere in conto la perdita e l'inutile, perché sono proprio quei principi quelli che fanno muovere l'economia. Da questo punto di vista l'ecologia - che non riguarda la natura, bensì gli umani in quanto interagiscono con gli organismi che stanno in loro e fuori di loro e con la tecnica in quanto supplemento specifico dell'organismo umano - non è che una economia generale.
Ed è con questa economia generale che dobbiamo misurarci ora, dopo secoli (ma non millenni) che hanno visto il prevalere della economia ristretta, quella che non ammette perdite, e che non riconosce l'utilità essenziale dello sperpero. Se i valori dell'economia erano la produzione, l'alienazione e il profitto, quelli della ecologia (che non li annulla ma li inserisce in un orizzonte più comprensivo) sono l'incarnazione, l'invenzione e l'educazione.
Testoni con un corpo esile erano gli umani della fantascienza. O robot. E disincarnato e immateriale sarebbe stato il nuovo mondo postmoderno. In tutti questi casi si trascurava un elemento centrale, quello che assolve il ruolo decisivo in tutta la faccenda, ossia il fatto che siamo organismi. In questo incrocio fra la dotazione organica e il supplemento meccanico si produce un incrocio pieno di conseguenze teoriche e pratiche. La dotazione è organismo, dunque appunto soggetta a un processo irreversibile (gli umani sono o accesi o spenti, e una volta spenti non si riaccendono); il che conferisce il sapore, il senso, l'urgenza e il valore della vita. Il tempo che abbiamo non è infinito, e soprattutto nel corso del tempo le nostre forze diminuiscono, dunque dobbiamo fare in fretta, e soprattutto dotarci sempre più di supplementi (in genere, occhiali e soldi) quanto più le forze diminuiscono. Se c'è uno scopo, un significato e un fine della storia, è per questa piccola storia che riguarda ciascuno di noi.
L'automa, dunque, non esclude la carne e l'anima, ne ha bisogno più di ogni altra cosa. Così come ha bisogno di quell'ovvia conseguenza della carne e dell'anima che è l'invenzione. Proprio nel momento in cui un apparato tecnico si è insediato, diviene possibile scatenare l'inventività umana, che non è inibita, ma potenziata dalla tecnica. Pensate ai pittori, che per millenni hanno avuto una esistenza ovvia, garantita dall'abilità manuale nel produrre rappresentazioni.
A un certo punto, però, la macchina entra in scena, o meglio esce dal mulino, dal telaio, dal laboratorio ed entra nella vita di tutti, e soprattutto incomincia a rendere obsoleto il fatto a mano. Nel caso dei pittori, è la macchina fotografica, che li priva della loro più naturale funzione. Che fare? Come abbiamo visto, se ne sono inventate, di cose da fare, e il mercato dell'arte non è mai stato così florido come da quando esiste la macchina fotografica. Anzi, paradossalmente ma non troppo, sono i fotografi a essere scomparsi, non i pittori.
L'educazione è l'ultimo punto, cruciale per una umanità non più alienata nel lavoro ma non necessariamente vocata all'invenzione, che è cosa rara. Kant, che giudiziosamente osservava che dal legno storto dell'umanità non si può pensare di cavare qualcosa di completamente diritto aveva non meno giudiziosamente notato che l'umano è l'unico animale che possa essere educato. Un discorso sull'educazione deve partire proprio di qui. Siamo animali particolarmente difettosi, ma anche animali educabili (e non addestrabili, come si può fare con un pappagallo o un cavallo, cui si propongono obiettivi che non sono loro, ma nostri). E di qui che bisogna partire, avendo presenti tre principi.
Il primo riguarda l'espressione. Gli esseri umani vanno educati sempre, ma soprattutto nel momento in cui possiedono gli strumenti tecnici per esprimere le loro opinioni. Il secondo ha invece a che fare con l'illuminismo. Per quanto deludente sia il mondo degli odiatori da tastiera, è pur sempre una manifestazione di illuminismo, dunque di progresso: osa pensare con la tua testa (prima non era così).
Il terzo è che, essendo educabile, l'animale umano può apprendere gli altri due principi dell'illuminismo (purtroppo non sappiamo in quanto tempo): impara a pensare mettendoti nella testa degli altri, e impara a pensare in accordo con te stesso, cioè in modo conseguente.
Questo testo è l'anticipazione dell'intervento che Maurizio Ferraris terrà al Forum dell'Educazione di Camogli (1-2 febbraio) promosso dal direttore del Festival della Comunicazione Danco Singer. Venti protagonisti della cultura e dell'economia svilupperanno una proposta per riorganizzare il mondo della formazione.
È ovvio, a questo punto, che la domanda centrale diviene: che cos'è l'essere umano nel momento in cui non è più identificato dal lavoro? L'errore più grande, da questo punto di vista, sarebbe considerarlo un angelo caduto, un individuo perfetto capace ormai di esprimersi in tutta la sua ricchezza. Non è così, e la marea di stupidaggini o di cattiverie che si leggono sul web lo dimostra come meglio (anzi, come peggio) non si potrebbe. Occorre piuttosto una trasvalutazione di tutti i lavori che riconosca nel lavoro come tradizionalmente lo abbiamo inteso una forma particolare (e caduca) di mobilitazione.
E soprattutto che riconosca la mobilitazione come un lavoro a pieno titolo in base a questo argomento: se la mobilitazione è registrata, produce valore (dati utili per la produzione e la distribuzione); se produce valore, è lavoro (a voler pensare come Marx) o comunque va riconosciuto e retribuito (a voler essere giusti). Però la retribuzione non deve limitarsi al sostentamento e ai servizi (molti dei quali sono nel frattempo diventati gratuiti: chi si comprerebbe un'enciclopedia, oggi?), e deve trasformarsi in cultura, tanto più indispensabile nel momento in cui, grazie alla tecnica, diviene effettivamente possibile, per ogni essere umano o quasi, l'espressione delle proprie idee.
Se le cose stanno in questi termini, davvero viviamo tempi interessanti, perché permettono una trasvalutazione che sostituisca al valore ultimo della produzione quello del consumo. Senza di esso, propriamente parlando, non ci sarebbe produzione, perché se qualcosa come la produzione ha un senso è solo in vista di un consumo. E questo risulta tanto più evidente quanto più cresce l'automazione.
La macchina non va davvero e sino in fondo da sé, ha sempre bisogno di un fine esterno, e quest'ultimo è il vivente che si manifesta come consumo: come soddisfacimento dei bisogni più vari, dal cosiddetto futile alla cultura e ai bisogni vitali, un sistema di bisogni che definiscono l'umano e ne qualificano l'urgenza, la temporalità specifica, dal momento che un meccanismo non ha fretta e non ha moventi, può aspettare tutto il tempo del mondo, mentre un organismo è spinto da una urgenza vitale e in assenza di consumo muore. Troviamo qui la temporalità originaria che dà il tempo all'economia e il valore al valore.
È sulla base di questa circostanza che diviene possibile un ripensamento tanto dell'economia quanto dell'ecologia. Una economia generale non può badare soltanto al profitto, deve mettere in conto la perdita e l'inutile, perché sono proprio quei principi quelli che fanno muovere l'economia. Da questo punto di vista l'ecologia - che non riguarda la natura, bensì gli umani in quanto interagiscono con gli organismi che stanno in loro e fuori di loro e con la tecnica in quanto supplemento specifico dell'organismo umano - non è che una economia generale.
Ed è con questa economia generale che dobbiamo misurarci ora, dopo secoli (ma non millenni) che hanno visto il prevalere della economia ristretta, quella che non ammette perdite, e che non riconosce l'utilità essenziale dello sperpero. Se i valori dell'economia erano la produzione, l'alienazione e il profitto, quelli della ecologia (che non li annulla ma li inserisce in un orizzonte più comprensivo) sono l'incarnazione, l'invenzione e l'educazione.
Testoni con un corpo esile erano gli umani della fantascienza. O robot. E disincarnato e immateriale sarebbe stato il nuovo mondo postmoderno. In tutti questi casi si trascurava un elemento centrale, quello che assolve il ruolo decisivo in tutta la faccenda, ossia il fatto che siamo organismi. In questo incrocio fra la dotazione organica e il supplemento meccanico si produce un incrocio pieno di conseguenze teoriche e pratiche. La dotazione è organismo, dunque appunto soggetta a un processo irreversibile (gli umani sono o accesi o spenti, e una volta spenti non si riaccendono); il che conferisce il sapore, il senso, l'urgenza e il valore della vita. Il tempo che abbiamo non è infinito, e soprattutto nel corso del tempo le nostre forze diminuiscono, dunque dobbiamo fare in fretta, e soprattutto dotarci sempre più di supplementi (in genere, occhiali e soldi) quanto più le forze diminuiscono. Se c'è uno scopo, un significato e un fine della storia, è per questa piccola storia che riguarda ciascuno di noi.
L'automa, dunque, non esclude la carne e l'anima, ne ha bisogno più di ogni altra cosa. Così come ha bisogno di quell'ovvia conseguenza della carne e dell'anima che è l'invenzione. Proprio nel momento in cui un apparato tecnico si è insediato, diviene possibile scatenare l'inventività umana, che non è inibita, ma potenziata dalla tecnica. Pensate ai pittori, che per millenni hanno avuto una esistenza ovvia, garantita dall'abilità manuale nel produrre rappresentazioni.
A un certo punto, però, la macchina entra in scena, o meglio esce dal mulino, dal telaio, dal laboratorio ed entra nella vita di tutti, e soprattutto incomincia a rendere obsoleto il fatto a mano. Nel caso dei pittori, è la macchina fotografica, che li priva della loro più naturale funzione. Che fare? Come abbiamo visto, se ne sono inventate, di cose da fare, e il mercato dell'arte non è mai stato così florido come da quando esiste la macchina fotografica. Anzi, paradossalmente ma non troppo, sono i fotografi a essere scomparsi, non i pittori.
L'educazione è l'ultimo punto, cruciale per una umanità non più alienata nel lavoro ma non necessariamente vocata all'invenzione, che è cosa rara. Kant, che giudiziosamente osservava che dal legno storto dell'umanità non si può pensare di cavare qualcosa di completamente diritto aveva non meno giudiziosamente notato che l'umano è l'unico animale che possa essere educato. Un discorso sull'educazione deve partire proprio di qui. Siamo animali particolarmente difettosi, ma anche animali educabili (e non addestrabili, come si può fare con un pappagallo o un cavallo, cui si propongono obiettivi che non sono loro, ma nostri). E di qui che bisogna partire, avendo presenti tre principi.
Il primo riguarda l'espressione. Gli esseri umani vanno educati sempre, ma soprattutto nel momento in cui possiedono gli strumenti tecnici per esprimere le loro opinioni. Il secondo ha invece a che fare con l'illuminismo. Per quanto deludente sia il mondo degli odiatori da tastiera, è pur sempre una manifestazione di illuminismo, dunque di progresso: osa pensare con la tua testa (prima non era così).
Il terzo è che, essendo educabile, l'animale umano può apprendere gli altri due principi dell'illuminismo (purtroppo non sappiamo in quanto tempo): impara a pensare mettendoti nella testa degli altri, e impara a pensare in accordo con te stesso, cioè in modo conseguente.
Questo testo è l'anticipazione dell'intervento che Maurizio Ferraris terrà al Forum dell'Educazione di Camogli (1-2 febbraio) promosso dal direttore del Festival della Comunicazione Danco Singer. Venti protagonisti della cultura e dell'economia svilupperanno una proposta per riorganizzare il mondo della formazione.