Alcune delle opere dell'artista esposte nel 2014 all'Ara Pacis di Roma
È morta Beverly Pepper, maestra dell'arte ambientale
Chiara Gatti
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di CHIARA GATTI
La scultrice americana, da molto tempo residente a Todi, è scomparsa all'età di 97 anni
Aggiornato alle 1 minuti di lettura
I cerchi nei campi sulle colline umbre. Le spirali in acciaio corten distillate a Roma nel 2014 davanti ai marmi algidi dell'Ara Pacis. Il gigantesco anfiteatro in vetro e cemento per la sede della AT&T in New Jersey. E, ancora, il parco in ghisa e ceramica per le Olimpiadi di Barcellona del 1992 o il muro della memoria, the Walls of Memory, in Lituania, un impasto di calcestruzzo, rami e catrame che scava un sentiero cupo nei boschi di Vilnius. Sono alcuni dei lavori più noti dell'artista statunitense Beverly Pepper, grande nome della ricerca internazionale, decana della scultura monumentale, morta ieri a Todi, in provincia di Perugia, dove abitava dal 1972. Aveva 97 anni e i manuali di storia dell'arte la ricordano come una costruttrice di volumi nella materia, abituata a lavorare in officina, a forgiare ferri e saldare lastre inossidabili. "Sono viva - diceva - non voglio vedere cose fatte da altri, voglio le mia mani sporche".
I cerchi nei campi sulle colline umbre. Le spirali in acciaio corten distillate a Roma nel 2014 davanti ai marmi algidi dell'Ara Pacis. Il gigantesco anfiteatro in vetro e cemento per la sede della AT&T in New Jersey. E, ancora, il parco in ghisa e ceramica per le Olimpiadi di Barcellona del 1992 o il muro della memoria, the Walls of Memory, in Lituania, un impasto di calcestruzzo, rami e catrame che scava un sentiero cupo nei boschi di Vilnius. Sono alcuni dei lavori più noti dell'artista statunitense Beverly Pepper, grande nome della ricerca internazionale, decana della scultura monumentale, morta ieri a Todi, in provincia di Perugia, dove abitava dal 1972. Aveva 97 anni e i manuali di storia dell'arte la ricordano come una costruttrice di volumi nella materia, abituata a lavorare in officina, a forgiare ferri e saldare lastre inossidabili. "Sono viva - diceva - non voglio vedere cose fatte da altri, voglio le mia mani sporche".
Beverly Pepper in Italia in una foto d'epoca
Nata a Brooklyn nel 1922, una laurea in design e fotografia presso l'Art Students League, studiò a Parigi nel secondo dopoguerra ma scelse Roma come città d'adozione nel 1951. Qui incontrò il futuro marito, il giornalista e scrittore americano Curtis Bill Pepper, e frequentò il clima culturale che ruotava attorno alla storica Galleria dello Zodiaco e agli astrattisti del gruppo Forma, come Perilli, Consagra, Dorazio. Il loro motto teorico "la forma nell'ambiente, ovvero interesse plastico per lo spazio e per la luce" ispirò il suo lavoro sin dagli esordi, già proiettato verso gli esiti maturi della land art.
Stivali al ginocchio, maschera, guanti e saldatrice, plasmava steli nel vuoto, arricciando le linee e forzando i volumi. Gesti liberi nell'aria inseguivano una dimensione incorporea. Quando nel 1961 il critico Giovanni Carandente la invitò (con Calder e Arnaldo Pomodoro) a realizzare alcune opere per il Festival di Spoleto, Beverly entrò negli impianti dell'Italsider a Piombino e scoprì la grande bellezza dell'acciaio lucidato. E infatti ne uscirono capolavori come Venezia Blu, con le famose superfici riflettenti e mutevoli che, collocati nel paesaggio, diventavano specchi; la scultura si smaterializzava. "L'opera era costretta a sparire" diceva.
La mole statuaria per forme invisibili distinse da allora i pezzi esposti in mezzo mondo, da Roma (presentati anche dal celebre critico d'arte Giulio Carlo Argan) a New York, oltre alla Biennale di Venezia del 1972, anno dell'approdo definitivo a Todi dove, lo scorso settembre, è stato inaugurato un parco tematico con venti sculture donate dall'artista alla città. Un lungo percorso attraversa la sua storia; dalle stele sottili degli anni Sessanta agli ultimi monoliti dall'energia arcaica.