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La sala della materia con minerali e vasi in terraglia marmorizzata 

Invito alla corte di Napoli

Al Museo di Capodimonte in una trentina di sale sono riunite tre eccellenze della città: il Teatro di San Carlo, la scuola di ceramica e il Conservatorio. Ci sono costumi di scena, cineserie, musica profana, le parrucche e la potenza delle maschere. Su tutte: Pulcinella
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È una frase di Wolfgang Amadeus Mozart, piccino, appena quattordicenne, a darci, dopo tre secoli, la scala di grandezza con cui computare ciò che è, ed è stata Napoli. Egli scrisse al padre, in una lettera inviata dal suo Grand Tour: «il giorno che riuscirò a scrivere una partitura che possa piacere al Teatro San Carlo varrà come cento concerti fatti per i tedeschi».

Ora, anche al netto degli ardori di gioventù e delle svenevolezze che conosciamo nei viaggiatori famosi della fine del Settecento, il piccolo Mozart racconta di come, in quel finire di secolo, Napoli fosse, assieme a Londra e Parigi, la capitale culturale d’Europa, popolosissima e continuamente, del tutto, intrisa di miseria e nobiltà (e di questi passati fasti essa è ancora vittima sedotta).

Mozart scrisse questa lettera a suo padre dopo aver assistito alla rappresentazione del Demofoonte di Jommelli, al regio teatro di San Carlo (Jean-Jac…
È una frase di Wolfgang Amadeus Mozart, piccino, appena quattordicenne, a darci, dopo tre secoli, la scala di grandezza con cui computare ciò che è, ed è stata Napoli. Egli scrisse al padre, in una lettera inviata dal suo Grand Tour: «il giorno che riuscirò a scrivere una partitura che possa piacere al Teatro San Carlo varrà come cento concerti fatti per i tedeschi».

Ora, anche al netto degli ardori di gioventù e delle svenevolezze che conosciamo nei viaggiatori famosi della fine del Settecento, il piccolo Mozart racconta di come, in quel finire di secolo, Napoli fosse, assieme a Londra e Parigi, la capitale culturale d’Europa, popolosissima e continuamente, del tutto, intrisa di miseria e nobiltà (e di questi passati fasti essa è ancora vittima sedotta).

Mozart scrisse questa lettera a suo padre dopo aver assistito alla rappresentazione del Demofoonte di Jommelli, al regio teatro di San Carlo (Jean-Jacques Rousseau nel Dizionario della musica del 1768 dice: «Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi»), che tanta parte ha in questa mostra curiosissima, nel senso di strana, così come si usa a Napoli (“curiosa” significa “singolare”), ma anche perché dettata da curiosità particolari.

Bisogna vincervi due cose: un iniziale preconcetto verso ciò che potrebbe apparire lezioso: merletti e ceramiche, e la ritrosia, giustificatissima altrimenti, a indossare le cuffie per l’ascolto. Qualora infatti il visitatore se le tenesse a bella posta sul braccio, sarebbe continuamente redarguito dalle maschere che insistono: «ascolti».

Bene. Stavolta, per una volta, è il caso di ascoltare: la singolarità di questo allestimento (Napoli Napoli. Di lava porcellana e musica, fino al 21 giugno, catalogo Electa) di Sylvain Bellenger con la curatela di Hubert Le Galle è proprio aver riunito in una trentina di sale del magnifico Museo di Capodimonte, residenza storica dei Borbone (ma anche dei Bonaparte, dei Murat e dei Savoia), altre tre eccellenze della città: il Teatro di San Carlo, la scuola di ceramica di Capodimonte, e il Conservatorio di San Pietro a Majella (all’epoca, solo uno dei quattro conservatori della città: scrive Gabriel-François Coyer nel Voyage d’Italie et d’Hollande — più si procede lungo l’Italia e più la musica avanza nella perfezione. E Napoli è l’apice).

Per cui la musica, l’ascolto, diventano non solo la linea guida su cui appoggiare la visione dei pezzi, bensì proprio il loro principio compositivo. A partire dallo Stabat Mater dolorosa di Pergolesi, che si ascolta nella seconda sala (in un’esecuzione che ebbe come direttore d’orchestra Riccardo Muti), circondati dai costumi di Odette Nicoletti realizzati per il 250esimo dalla morte del compositore, per la regia di Roberto De Simone (a cui la mostra è dedicata), che provoca letteralmente le lacrime.

Il percorso espositivo si snoda al primo piano, che è un piano molto conosciuto dai frequentatori di Capodimonte — museo amato dai napoletani, che vanta anche un parterre di “amici” che si preoccupano della piantumazione del suo monumentale parco aggettante sulla città, e delle sue panchine, e delle statue e delle fontane — perché è custode, in collezione permanente, di quelle ceramiche che invece così, per fortuna, prendono vita.

Ciò che avevamo visto musealizzato, ergo inventariato, ergo esposto ed esplicato tramite didascalie che, se non si è intenditori, al ventesimo pezzo stancano, qui viene drammatizzato. Ma è una drammatizzazione d’eccellenza, raffinata, mai eclatante: sempre composta, dai costumi di scena, le cineserie, il gioco d’azzardo, la musica profana, la seduzione, dalle parrucche, e dalla potenza delle maschere, su tutte: Pulcinella, la maschera infera che ride e piange cui Giorgio Agamben dedicò un saggio imprescindibile («Napoli ha avuto un grande filosofo», dice Libero Bovio di Pulcinella).

E così succede quello che un napoletano non si aspetta: ci si sorprende a vedere assieme lava, porcellana e abiti. A essere agiti da quella stessa musica che pochi chilometri più giù, («GiùNapoli» si dice) a precipizio sui gradoni dei Cristallini si può raggiungere — ad averci le ginocchia buone — in venti minuti. Il museo fa, cioè, in questo caso, ciò che dovrebbe fare ogni museo: non solo custodire la grandiosità di una città e di un’epoca, bensì far parlare le sue manifestazioni tra di loro: mostrare perché capitò (capita ancora?) proprio qui, in quel golfo, in quel secolo, sotto quel vulcano, che sovrani ed artisti ambissero a rivendicarsi napoletani. Insomma riesce, questa mostra, a ribaltare un recente malinteso (che a volte si coglie nei cortiletti del provincialismo di cui son fatti certi potentati culturali italiani) per cui ciò che accade a Napoli per essere sdoganato deve essere annunziato come “internazionale”, quando da sempre è esattamente il contrario: ciò che culturalmente nasce a Napoli è già universale di per sé, e proprio per questo.