L’uomo non è il re della foresta
Michele Neri , di MICHELE NERI“Anzi, deve ritrovare il dialogo con gli altri esseri viventi”, dice il filosofo francese Baptiste Morizot. Mettendo in soffitta Sartre
Apprendere a inforestarsi significa intrattenere rapporti sociali con la foresta e i suoi esseri viventi, dalla microfauna che nutre il suolo ai grandi predatori. Vuol dire imparare a decifrare tracce e impronte per ricostruire le prospettive animali sul mondo e tornare a non considerarci più soli nell'universo. È non intendere più la “natura” come qualcosa su cui la nostra civiltà ritenga di poter prevaricare, o un'entità innocente da attraversare con gli occhi meravigliati da escursionisti della domenica.
Per intrattenere un rapporto con la natura uguale a quello descritto con passione dal filosofo francese Baptiste Morizot nel suo Sulla pista animale (Nottetempo), occorre scoprire l'arte sottile del tracciamento. E avvicinarsi così agli altri esseri viventi facendo attenzione ai loro segni, indizi o usi e costumi per sopravvivere – dalle unghiate di lince su un tronco agli escrementi bianchi dell'aquila, a…
Per intrattenere un rapporto con la natura uguale a quello descritto con passione dal filosofo francese Baptiste Morizot nel suo Sulla pista animale (Nottetempo), occorre scoprire l'arte sottile del tracciamento. E avvicinarsi così agli altri esseri viventi facendo attenzione ai loro segni, indizi o usi e costumi per sopravvivere – dalle unghiate di lince su un tronco agli escrementi bianchi dell'aquila, a…
Apprendere a inforestarsi significa intrattenere rapporti sociali con la foresta e i suoi esseri viventi, dalla microfauna che nutre il suolo ai grandi predatori. Vuol dire imparare a decifrare tracce e impronte per ricostruire le prospettive animali sul mondo e tornare a non considerarci più soli nell'universo. È non intendere più la “natura” come qualcosa su cui la nostra civiltà ritenga di poter prevaricare, o un'entità innocente da attraversare con gli occhi meravigliati da escursionisti della domenica.
Per intrattenere un rapporto con la natura uguale a quello descritto con passione dal filosofo francese Baptiste Morizot nel suo Sulla pista animale (Nottetempo), occorre scoprire l'arte sottile del tracciamento. E avvicinarsi così agli altri esseri viventi facendo attenzione ai loro segni, indizi o usi e costumi per sopravvivere – dalle unghiate di lince su un tronco agli escrementi bianchi dell'aquila, alle tattiche di guerriglia del lupi – lasciandosene investire e trasformare, fino a diventare indistinti da loro.
«Seguire per diverse centinaia di metri, l’andatura lenta dell’orso; vedere, nelle sue caratteristiche tracce a forma di c, i luoghi dove si è fermato, i tronchi che ha scavalcato, i cespugli di cui condividiamo l’odore; tutto ciò lo trasforma in guida e ci mette al suo posto, a camminare sui suoi passi, a vedere attraverso i suoi occhi, con la sua testa». È la nascita di una diplomazia nuova, necessaria.
Sulla pista animale (premio Jacques Lacroix dell''Académie française) è un libro spartiacque quanto Walden di Thoreau: trasmette l'entusiasmo gioioso dei Ricordi di un entomologo di Jean-Henri Fabre. Attraverso una serie di pedinamenti e successivi incontri ravvicinati con l'orso, il lupo, la pantera del Kirghizistan, ma anche osservando la cosmologia del lombrico nella compostiera di casa, Morizot, “neo-naturalista” dell’Università di Aix-Marseille, insegna l'attenzione nei confronti delle strategie esistenziali degli altri viventi.
In cosa consiste la sottile arte del tracciamento?
«Il tracciamento filosofico è diventare sensibili alle modalità con cui gli altri esseri viventi abitano questo mondo. È una nuova forma d'attenzione per il vivente: senza negare possibili conflitti e rapporti di forza ma con l'obiettivo di stabilire un modus vivendi il più pacifico possibile. È una via che supera l'opposizione tra pensiero e sensibilità, tra pratica e teoria. Nel tracciamento, per interpretare gli indizi lasciati da un cervo o una pantera delle nevi, occorre legare tra loro in modo stretto sensi, corpo, intuizione, immaginazione e ragionamento per raggiungere un'attenzione acuta e vibrante per ciò che succede attorno. Siamo lontani dai dualismi ereditati dalla Modernità».
Quali sono stati i benefici delle sue esperienze di tracciamento?
«È stata una metamorfosi intellettuale ed esistenziale. E un modo per rianimare il paesaggio, restituendogli una complessa varietà animale, di funghi, insetti e vegetali che non si limitano ad abitare il paesaggio ma lo costituiscono, lo sono. È difficile da accettare, perché ereditiamo un pregiudizio sugli ecosistemi, l'idea che lo spazio preesista e che su questo ci siano poi animali che ci vivano sopra. Riusciamo a immaginare soltanto che un mondo vegetale immobile sia la casa per animali capaci di movimento. In realtà tutti gli esseri abitano insieme, dalla salvia dei prati ai collemboli, dalla martora dei pini ai pini stessi in cui vive. In cosa consiste allora l'habitat, se tutti sono abitanti? Nel vivente, l'habitat di uno è sempre la tela degli altri e non un paesaggio inanimato. Noi viviamo nella respirazione dei vegetali, nell'impollinazione delle api così come le rane asiatiche vivono nell'impronta-mondo delle zampe di elefanti».
Come s'impara a inforestarsi?
«Basta un po' d'allenamento e lo spazio del visibile e del sensibile si apre poco a poco e così quei paesaggi in cui "non si vede nulla", si popolano d'indizi, presenze e relazioni. Ho appena scoperto che un uccello europeo, il codirosso, quando migra nel sud del Sahara è capace d'imparare la lingua dei passeri autoctoni per negoziare i territori con questi. È un diplomatico. Inforestarsi non esige una foresta. Nei nostri giardini ci sono orchidee che scambiano molecole di zucchero con gli aceri, attraverso un'associazione simbiotica sotterranea, secondo il momento in cui uno ne ha più bisogno».
Nel libro descrive minuziose battute di tracciamento di orsi, pantere, lupi. Cos'ha imparato dagli incontri da «da uomo a uomo» con loro?
«L'effetto filosofico più potente è il confronto con la prova irrefutabile di un'intelligenza raffinata ma diversa. È come il primo incontro con un popolo extraterrestre, anche se è sempre stato con noi. La vita intelligente nell'universo è qui, sotto forme prodigiose, ma discreta e occultata dalla filosofia moderna. Questa ha confiscato le attitudini immateriali dei viventi – d'interazione, comunicazione e politiche – nell'intento, tra gli altri, di giustificare il nostro trattarli come una materia prima. È l'ora di smettere di puntare a Sirio, e di trasferire l'incanto nello spazio perché abbiamo disincantato la Terra. Il futuro della nostra esplorazione diplomatica è qui».
Seguire le piste animali ci fa sentire meno soli nell'universo?
«Una delle grandi sfide del secolo sarà riuscire a descrivere l'intelligenza dei non umani senza proiettare su di loro noi stessi. Ciò modifica la fisionomia del pianeta. Perché è ripopolare l'ambiente in cui viviamo con forme di vita enigmatiche, intriganti, anche moleste. Esistono coabitazioni difficili come con il lupo, ma il fatto che il mondo torni ricco di significati e comunicazioni, fa sì che la vita si ripresenti più interessante del cosmo assurdo ereditato dagli esistenzialisti. Mi sono formato sulla filosofia di Sartre e Camus, grandi pensatori dell'emancipazione. Con la loro dottrina dell'umano come unica libertà in un mondo assurdo e privo di senso, sono stati alleati dell'estrattivismo. E hanno contribuito a immaginare un mondo-materia prima, nel quale ci si reputa i soli soggetti».
Alla fine del libro ipotizza che alla base di una prima ragione collettiva ci fossero le esperienze di tracciamento. In che senso?
«L'essere umano ha praticato il tracciamento ben prima della comparsa dell'Homo Sapiens. E nel tracciamento il dialogo è necessario. Da soli la gamma delle sensazioni captate è poca cosa. Ogni volta che si aggiunge un corpo sensibile, le cose viste aumentano, e così le possibilità d'interpretazione delle tracce. I bushmen del Kalahari praticano da 40 mila anni la caccia di resistenza, che implica un lungo tracciamento collettivo, in cui dialogano per determinare la direzione dell'animale, la bontà o meno della pista davanti a loro. È probabile che per centinaia di migliaia di anni gli esseri umani abbiano trascorso molto tempo ad argomentare per determinare quale pista stessero seguendo e come proseguire. Non mi sembra lontano dalla definizione classica della cosa pubblica».
Il libro
Sulla pista animale di Baptiste Morizot è edito da Nottetempo (pagg. 259, euro 9,49)
Per intrattenere un rapporto con la natura uguale a quello descritto con passione dal filosofo francese Baptiste Morizot nel suo Sulla pista animale (Nottetempo), occorre scoprire l'arte sottile del tracciamento. E avvicinarsi così agli altri esseri viventi facendo attenzione ai loro segni, indizi o usi e costumi per sopravvivere – dalle unghiate di lince su un tronco agli escrementi bianchi dell'aquila, alle tattiche di guerriglia del lupi – lasciandosene investire e trasformare, fino a diventare indistinti da loro.
«Seguire per diverse centinaia di metri, l’andatura lenta dell’orso; vedere, nelle sue caratteristiche tracce a forma di c, i luoghi dove si è fermato, i tronchi che ha scavalcato, i cespugli di cui condividiamo l’odore; tutto ciò lo trasforma in guida e ci mette al suo posto, a camminare sui suoi passi, a vedere attraverso i suoi occhi, con la sua testa». È la nascita di una diplomazia nuova, necessaria.
Sulla pista animale (premio Jacques Lacroix dell''Académie française) è un libro spartiacque quanto Walden di Thoreau: trasmette l'entusiasmo gioioso dei Ricordi di un entomologo di Jean-Henri Fabre. Attraverso una serie di pedinamenti e successivi incontri ravvicinati con l'orso, il lupo, la pantera del Kirghizistan, ma anche osservando la cosmologia del lombrico nella compostiera di casa, Morizot, “neo-naturalista” dell’Università di Aix-Marseille, insegna l'attenzione nei confronti delle strategie esistenziali degli altri viventi.
In cosa consiste la sottile arte del tracciamento?
«Il tracciamento filosofico è diventare sensibili alle modalità con cui gli altri esseri viventi abitano questo mondo. È una nuova forma d'attenzione per il vivente: senza negare possibili conflitti e rapporti di forza ma con l'obiettivo di stabilire un modus vivendi il più pacifico possibile. È una via che supera l'opposizione tra pensiero e sensibilità, tra pratica e teoria. Nel tracciamento, per interpretare gli indizi lasciati da un cervo o una pantera delle nevi, occorre legare tra loro in modo stretto sensi, corpo, intuizione, immaginazione e ragionamento per raggiungere un'attenzione acuta e vibrante per ciò che succede attorno. Siamo lontani dai dualismi ereditati dalla Modernità».
Quali sono stati i benefici delle sue esperienze di tracciamento?
«È stata una metamorfosi intellettuale ed esistenziale. E un modo per rianimare il paesaggio, restituendogli una complessa varietà animale, di funghi, insetti e vegetali che non si limitano ad abitare il paesaggio ma lo costituiscono, lo sono. È difficile da accettare, perché ereditiamo un pregiudizio sugli ecosistemi, l'idea che lo spazio preesista e che su questo ci siano poi animali che ci vivano sopra. Riusciamo a immaginare soltanto che un mondo vegetale immobile sia la casa per animali capaci di movimento. In realtà tutti gli esseri abitano insieme, dalla salvia dei prati ai collemboli, dalla martora dei pini ai pini stessi in cui vive. In cosa consiste allora l'habitat, se tutti sono abitanti? Nel vivente, l'habitat di uno è sempre la tela degli altri e non un paesaggio inanimato. Noi viviamo nella respirazione dei vegetali, nell'impollinazione delle api così come le rane asiatiche vivono nell'impronta-mondo delle zampe di elefanti».
Come s'impara a inforestarsi?
«Basta un po' d'allenamento e lo spazio del visibile e del sensibile si apre poco a poco e così quei paesaggi in cui "non si vede nulla", si popolano d'indizi, presenze e relazioni. Ho appena scoperto che un uccello europeo, il codirosso, quando migra nel sud del Sahara è capace d'imparare la lingua dei passeri autoctoni per negoziare i territori con questi. È un diplomatico. Inforestarsi non esige una foresta. Nei nostri giardini ci sono orchidee che scambiano molecole di zucchero con gli aceri, attraverso un'associazione simbiotica sotterranea, secondo il momento in cui uno ne ha più bisogno».
Nel libro descrive minuziose battute di tracciamento di orsi, pantere, lupi. Cos'ha imparato dagli incontri da «da uomo a uomo» con loro?
«L'effetto filosofico più potente è il confronto con la prova irrefutabile di un'intelligenza raffinata ma diversa. È come il primo incontro con un popolo extraterrestre, anche se è sempre stato con noi. La vita intelligente nell'universo è qui, sotto forme prodigiose, ma discreta e occultata dalla filosofia moderna. Questa ha confiscato le attitudini immateriali dei viventi – d'interazione, comunicazione e politiche – nell'intento, tra gli altri, di giustificare il nostro trattarli come una materia prima. È l'ora di smettere di puntare a Sirio, e di trasferire l'incanto nello spazio perché abbiamo disincantato la Terra. Il futuro della nostra esplorazione diplomatica è qui».
Seguire le piste animali ci fa sentire meno soli nell'universo?
«Una delle grandi sfide del secolo sarà riuscire a descrivere l'intelligenza dei non umani senza proiettare su di loro noi stessi. Ciò modifica la fisionomia del pianeta. Perché è ripopolare l'ambiente in cui viviamo con forme di vita enigmatiche, intriganti, anche moleste. Esistono coabitazioni difficili come con il lupo, ma il fatto che il mondo torni ricco di significati e comunicazioni, fa sì che la vita si ripresenti più interessante del cosmo assurdo ereditato dagli esistenzialisti. Mi sono formato sulla filosofia di Sartre e Camus, grandi pensatori dell'emancipazione. Con la loro dottrina dell'umano come unica libertà in un mondo assurdo e privo di senso, sono stati alleati dell'estrattivismo. E hanno contribuito a immaginare un mondo-materia prima, nel quale ci si reputa i soli soggetti».
Alla fine del libro ipotizza che alla base di una prima ragione collettiva ci fossero le esperienze di tracciamento. In che senso?
«L'essere umano ha praticato il tracciamento ben prima della comparsa dell'Homo Sapiens. E nel tracciamento il dialogo è necessario. Da soli la gamma delle sensazioni captate è poca cosa. Ogni volta che si aggiunge un corpo sensibile, le cose viste aumentano, e così le possibilità d'interpretazione delle tracce. I bushmen del Kalahari praticano da 40 mila anni la caccia di resistenza, che implica un lungo tracciamento collettivo, in cui dialogano per determinare la direzione dell'animale, la bontà o meno della pista davanti a loro. È probabile che per centinaia di migliaia di anni gli esseri umani abbiano trascorso molto tempo ad argomentare per determinare quale pista stessero seguendo e come proseguire. Non mi sembra lontano dalla definizione classica della cosa pubblica».
Il libro
Sulla pista animale di Baptiste Morizot è edito da Nottetempo (pagg. 259, euro 9,49)