Joshua Wong, sul fronte di Hong Kong
Ezio Mauro , di EZIO MAUROÈ nella metropoli cinese che si gioca la sfida globale per la democrazia. Lo dice, nel suo saggio, Joshua Wong, leader della protesta degli ombrelli, che ha portato in piazza centinaia di migliaia di ragazzi in nome dei diritti umani. Questa è la sua storia che, alla fine, è anche un po’ la nostra
Chissà dov'è finito il Re delle Scimmie, che trentun anni fa regnava riverito sul bordo di piazza Tien An Men, mentre i ragazzi ribelli della Cina di Deng svenivano per lo sciopero della fame davanti al Palazzo del Popolo sbarrato.
Al megafono parlava Chai Ling, la pasionaria della protesta contro il potere, Yu Er Kai Si dialogava coi soldati acquartierati sui camion che circondavano già il centro di Pechino, il dottor Ma Sui, volontario, si chinava sui giovani corpi abbandonati sull'asfalto che chiedevano "Shin", acqua: ma al fondo di quel paesaggio orientale inedito, più sacrificale che politico, quasi religioso, stava seduto tra gli aquiloni proprio Ma Shao Feng, studente all'ultimo anno, ma in realtà per tutti Re delle Scimmie, a indicare l'autorità paradossale e parallela che si era insediata di fronte alla Città proibita, prima che arrivassero i carrarmati.
Trent'anni dopo un'altra generazione c…
Al megafono parlava Chai Ling, la pasionaria della protesta contro il potere, Yu Er Kai Si dialogava coi soldati acquartierati sui camion che circondavano già il centro di Pechino, il dottor Ma Sui, volontario, si chinava sui giovani corpi abbandonati sull'asfalto che chiedevano "Shin", acqua: ma al fondo di quel paesaggio orientale inedito, più sacrificale che politico, quasi religioso, stava seduto tra gli aquiloni proprio Ma Shao Feng, studente all'ultimo anno, ma in realtà per tutti Re delle Scimmie, a indicare l'autorità paradossale e parallela che si era insediata di fronte alla Città proibita, prima che arrivassero i carrarmati.
Trent'anni dopo un'altra generazione c…
Chissà dov'è finito il Re delle Scimmie, che trentun anni fa regnava riverito sul bordo di piazza Tien An Men, mentre i ragazzi ribelli della Cina di Deng svenivano per lo sciopero della fame davanti al Palazzo del Popolo sbarrato.
Al megafono parlava Chai Ling, la pasionaria della protesta contro il potere, Yu Er Kai Si dialogava coi soldati acquartierati sui camion che circondavano già il centro di Pechino, il dottor Ma Sui, volontario, si chinava sui giovani corpi abbandonati sull'asfalto che chiedevano "Shin", acqua: ma al fondo di quel paesaggio orientale inedito, più sacrificale che politico, quasi religioso, stava seduto tra gli aquiloni proprio Ma Shao Feng, studente all'ultimo anno, ma in realtà per tutti Re delle Scimmie, a indicare l'autorità paradossale e parallela che si era insediata di fronte alla Città proibita, prima che arrivassero i carrarmati.
Trent'anni dopo un'altra generazione cinese ha avuto il battesimo della piazza, questa volta ibridando i riti d'oriente e d'occidente, in una doppia osservanza ribelle, com'è inevitabile nella terra di Hong Kong, in movimento perenne come un'isola vagante tra Est e Ovest, democrazia e dittatura, passato e futuro, grattacieli e guerriglia urbana, nella doppia natura che genera l'inquieto presente.
Sono i figli di Tien An Men, la leva successiva, ragazzi che non hanno nessun ricordo della città coloniale e della bandiera britannica perché sono nati e cresciuti già nella piena sovranità cinese e l'unico vessillo che hanno visto sventolare sui palazzi è quello rosso con le cinque stelle dorate. Nelle scuole di Hong Kong, quasi ovunque, hanno studiato in inglese, ma l'educazione culturale, politica e civica era quella della grande madrepatria e della sua visione imperiale, oltre il principio sancito dal trattato del 1984 che prevedeva "un Paese e due sistemi", inventato dalla sottigliezza di Deng per assicurare a tutti che "i cavalli continueranno a correre, e i ballerini a danzare".
Eppure quella regola sottoscritta da Londra e Pechino ha generato una scintilla, che ha infiammato nuovamente il mondo dei ragazzi, e ha portato alla "rivoluzione degli ombrelli", sei anni fa, poi si è conservata sottoterra per riemergere nuovamente per mesi: senza mai spegnersi. Il volto del movimento, Chi-fung nel nome cinese, ma conosciuto in tutto il mondo come Joshua Wong, oggi spiega in un libro (Noi siamo la rivoluzione, Feltrinelli) la genesi di questa ribellione e poi il suo percorso che ha attraversato l'intera comunità di Hong Kong e l'ha sensibilizzata, mobilitata e divisa. Voltandosi indietro e raccontandosi, dall'alto dei suoi 24 anni, Wong rivela l'iniziazione politica di un intero mondo giovanile, che ha concepito l'impossibile sfida di strada al regime per la democrazia.
Si potrebbe dire che il destino di Joshua è segnato fin dalla nascita, in quell'anno del Topo di Fuoco che era il 1996, destinato dallo zodiaco all'avventura e alla ribellione. Ma soprattutto, il ragazzo è figlio di una minoranza, perché i genitori sono cristiani. Sposati immediatamente dopo il massacro di Tien An Men, padre e madre avevano dato subito un colore politico anche se silenzioso alle nozze, evitando di far festa in una città sotto choc. Medioborghesi con la domestica in casa, tecnologici (il papà è un tecnico informatico), dediti al volontariato e all'assistenza agli anziani tutti i fine settimana, iscrivono il figlio alle superiori allo United Christian College.
Lui non aveva mai incontrato la politica. A dieci anni, aveva assistito alla protesta contro la demolizione di due moli storici per traghetti, lo Star Ferry Pier e il Queen's Pier e aveva confusamente intuito che lì, dietro la gentrificazione, c'era un nodo identitario di Hong Kong da difendere. È Facebook a dargli la prima scossa. Lancia una petizione on line tra gli studenti contro il cibo scadente alla mensa della scuola, e si ritrova in mano l'adesione del 10 per cento dei ragazzi: la cosa funziona. Ne parla con Justin, l'amico, che lo accompagna al pomeriggio nelle biblioteche di quartiere, gli passa i primi libri politici, gli spiega il bizzarro sistema elettorale di Hong Kong, dove si privilegia il controllo delle scelte da parte del partito, degli imprenditori miliardari legati al potere e dei gruppi d'interesse. Si appassionano: "Questo è ciò che conta davvero".
Quando ci sono le elezioni supplettive, i due ragazzi di tredici anni progettano la follia di trasformarle in un referendum sulla riforma del sistema elettorale, e fanno campagna su Facebook, da perfetti sconosciuti, bucando il muro del silenzio. L'anno dopo, quando il governo introduce nelle scuole la nuova materia obbligatoria di "educazione morale e nazionale" sono pronti e organizzati: fondano sui social il gruppo Scholarism, e intanto si muovono in strada con striscioni, volantini, manifesti, banchetti.
Wong impara a fare comizi volanti agli angoli delle strade, dà le prime interviste. "Per 18 mesi vissi come Peter Parker, l'alter ego di Spider Man. Di giorno andavo a scuola e di notte combattevo contro il nemico, per impedire che l'educazione morale e nazionale entrasse a scuola". Gli altri ragazzi nel tempo libero vanno al karaoke o al cinema. Lui incontra legislatori, giuristi, leader della società civile, lancia una richiesta di donazioni, riesce ad affittare un ufficio che diventa quartier generale del movimento. La pagella s'inabissa nelle insufficienze, ma la scuola gli garantisce sottobanco la promozione per fine anno.
Con lui c'è Ivan Lam, studente del quarto anno, arriva Agnes Chow. Insieme, quando il governo distribuisce in tutte le scuole un manuale di insegnamento ideologico che esalta il partito, firmano un'alleanza con la Federazione degli Studenti e il Fronte civile per i diritti umani: il giorno in cui organizzano la prima grande manifestazione di protesta, portano in strada centomila studenti, poi occupano il cortile del palazzo di governo e lo rendono simbolico della svolta, chiamandolo "Civic Square". Parte lo sciopero della fame, il primo nella storia della città che coinvolge studenti. Un mese dopo, l'indicazione è di vestirsi tutti di nero, per lutto, davanti al quartier generale governativo, dove Joshua, che adesso ha 15 anni, urla al megafono di "sospendere il programma che lava il cervello". Dopo nove giorni con gli studenti in strada, il governo ritira la sua proposta. I ragazzi hanno vinto, il rito politico d'iniziazione si è compiuto.
Cambia tutto nella vita di Joshua Wong, proiettato sulla stampa e nelle televisioni come una pop star della politica. Ma cambiano anche gli obiettivi del movimento. I ragazzi alzano gli occhi dalla scuola, guardano la città, eternamente sospesa, come un bimbo affidato a una famiglia occidentale che ritorna per obbligo ai suoi genitori biologici cinesi: l'incertezza identitaria è naturale, Hong Kong non è più britannica, non vuol essere cinese, rischia di essere troppo o niente. Soprattutto, dice Joshua "rimane una città teoricamente libera ma senza democrazia. Bisogna puntare ad un vero suffragio universale". Varano un referendum spontaneo di otto giorni in tutta la città chiedendo ai cittadini di scegliere il loro sistema elettorale. Votano in ottocentomila, uno su nove si presenta alle urne clandestine, ma Pechino decide che per la guida della città potranno esserci solo due o tre candidati, scelti da una commissione di 1200 membri.
Riparte la protesta, diventa quotidiana, tutti indossano un nastro giallo, a fine settembre i ragazzi si riprendono Civic Square che era stata transennata. Wong viene arrestato, a 17 anni, dopo aver perso gli occhiali e una scarpa nei tafferugli. Rilasciato, scopre dalla tv che in strada i manifestanti nel suo nome erano arrivati in quei giorni a duecentomila, vede la polizia sparare lacrimogeni mentre gli studenti si riparano il viso con la pellicola per gli alimenti e spalancano gli ombrelli, che diventeranno il simbolo della protesta.
L'occupazione ad Admiralty dura 75 giorni, e smuove la città che si avvicina al movimento, lo aiuta economicamente, porta cibo, acqua, medicine, ma anche creme e cosmetici per le ragazze. L'ombrello giallo, simbolo disarmato, è dovunque. I ragazzi si ricordano che i campioni della disobbedienza civile sono asiatici, citano Liu Xiaobo, l'intellettuale dissidente che nel 2010, mentre era in carcere, ha ottenuto il Nobel per la pace. A Haorcourt Road nasce una tendopoli, ma dentro nascono anche le prime fratture. Il movimento si divide tra moderati ed estremisti, mentre la città intera si spacca tra i nastri gialli che vogliono la rivoluzione e i nastri blu, favorevoli al governo e alla polizia. Su queste divisioni avanzano le ruspe del regime, smantellando l'occupazione. Il 15 dicembre Hong Kong è ripulita. Joshua è appena stato arrestato mentre urlava "Cittadini, non arrendetevi", condannato a sei mesi per organizzazione di raduno illegale, rinchiuso nel carcere minorile di Pik Uk, a pochi metri dalla scuola che frequentava da bambino. Numero di matricola 4030XX.
Fuori, finisce in copertina su Time", Fortune lo classifica tra i 50 leader più importanti al mondo, il Times lo nomina "Young Person of the year" nel 2014, mentre Scholarism diventa un vero partito di giovani, adesso si chiama Demosisto, "stare col popolo". Dentro, il cibo non è male ma Joshua deve marciare in una parata nel cortile ogni mattina, il letto è una panca di legno senza materasso, le luci si spengono alle 10, deve spazzare il pavimento di 200 metri quadrati della mensa, piegare la biancheria e lucidare le scarpe, ha l'obbligo di rivolgersi alle guardie senza guardarle in volto. Può chiedere l'abbonamento a due giornali liberali, riceve anche 40 lettere di supporter al giorno, vede i leader del suo partito che gli portano stampate le 291 pagine del suo account fb, incontra i genitori, si compera una radio (che però funziona male), gioca a ping pong e si ribella all'obbligo di tenere i capelli più corti di 6 millimetri. Ha tempo per pensare. La protesta ha fallito i suoi obiettivi o ha comunque piantato un seme nella coscienza civile della città? Prima di lasciare il carcere scrive una lettera ai suoi sostenitori: "Hong Kong era una semiautonomia, con la repressione è diventata una semiautocrazia. Se perseveriamo quanto basta, l'arco della storia si piegherà verso di noi".
Ma noi chi? Nel fuoco dell'ultima battaglia - nata a giugno 2019 contro la decisione del governo di consentire l'estradizione in Cina di sospetti criminali, e poi diventata una lotta per la democrazia - , Joshua fa un passo avanti nella sua riflessione: la partita che si sta giocando a Hong Kong riguarda tutto il mondo, non è un fatto locale. Il mondo libero pensa che il benessere economico porterà a una riforma politica in Cina, "ma Xi è un lupo travestito da panda, la motivazione del regime è solo l'autoperpetuazione, dunque una nuova guerra fredda ribolle tra Pechino e il mondo democratico e Hong Kong è in prima fila". Anzi è il canarino nella miniera di carbone, e sta mandando un segnale di pericolo al resto del mondo: "Che vi piaccia o no - conclude Joshua Wong - la nostra lotta è diventata la vostra lotta. Se Hong Kong cade, la stessa sorte potrebbe toccare al mondo libero, che non può restare a guardare. Temo che la guerra infinita che da anni grava sulla mia città possa presto arrivare anche sugli schermi dei vostri cinematografi".
Noi siamo la rivoluzione di Joshua Wong e Jason Y. Ng è edito da Feltrinelli (pagg. 220, euro 15)
Al megafono parlava Chai Ling, la pasionaria della protesta contro il potere, Yu Er Kai Si dialogava coi soldati acquartierati sui camion che circondavano già il centro di Pechino, il dottor Ma Sui, volontario, si chinava sui giovani corpi abbandonati sull'asfalto che chiedevano "Shin", acqua: ma al fondo di quel paesaggio orientale inedito, più sacrificale che politico, quasi religioso, stava seduto tra gli aquiloni proprio Ma Shao Feng, studente all'ultimo anno, ma in realtà per tutti Re delle Scimmie, a indicare l'autorità paradossale e parallela che si era insediata di fronte alla Città proibita, prima che arrivassero i carrarmati.
Trent'anni dopo un'altra generazione cinese ha avuto il battesimo della piazza, questa volta ibridando i riti d'oriente e d'occidente, in una doppia osservanza ribelle, com'è inevitabile nella terra di Hong Kong, in movimento perenne come un'isola vagante tra Est e Ovest, democrazia e dittatura, passato e futuro, grattacieli e guerriglia urbana, nella doppia natura che genera l'inquieto presente.
Sono i figli di Tien An Men, la leva successiva, ragazzi che non hanno nessun ricordo della città coloniale e della bandiera britannica perché sono nati e cresciuti già nella piena sovranità cinese e l'unico vessillo che hanno visto sventolare sui palazzi è quello rosso con le cinque stelle dorate. Nelle scuole di Hong Kong, quasi ovunque, hanno studiato in inglese, ma l'educazione culturale, politica e civica era quella della grande madrepatria e della sua visione imperiale, oltre il principio sancito dal trattato del 1984 che prevedeva "un Paese e due sistemi", inventato dalla sottigliezza di Deng per assicurare a tutti che "i cavalli continueranno a correre, e i ballerini a danzare".
Eppure quella regola sottoscritta da Londra e Pechino ha generato una scintilla, che ha infiammato nuovamente il mondo dei ragazzi, e ha portato alla "rivoluzione degli ombrelli", sei anni fa, poi si è conservata sottoterra per riemergere nuovamente per mesi: senza mai spegnersi. Il volto del movimento, Chi-fung nel nome cinese, ma conosciuto in tutto il mondo come Joshua Wong, oggi spiega in un libro (Noi siamo la rivoluzione, Feltrinelli) la genesi di questa ribellione e poi il suo percorso che ha attraversato l'intera comunità di Hong Kong e l'ha sensibilizzata, mobilitata e divisa. Voltandosi indietro e raccontandosi, dall'alto dei suoi 24 anni, Wong rivela l'iniziazione politica di un intero mondo giovanile, che ha concepito l'impossibile sfida di strada al regime per la democrazia.
Si potrebbe dire che il destino di Joshua è segnato fin dalla nascita, in quell'anno del Topo di Fuoco che era il 1996, destinato dallo zodiaco all'avventura e alla ribellione. Ma soprattutto, il ragazzo è figlio di una minoranza, perché i genitori sono cristiani. Sposati immediatamente dopo il massacro di Tien An Men, padre e madre avevano dato subito un colore politico anche se silenzioso alle nozze, evitando di far festa in una città sotto choc. Medioborghesi con la domestica in casa, tecnologici (il papà è un tecnico informatico), dediti al volontariato e all'assistenza agli anziani tutti i fine settimana, iscrivono il figlio alle superiori allo United Christian College.
Lui non aveva mai incontrato la politica. A dieci anni, aveva assistito alla protesta contro la demolizione di due moli storici per traghetti, lo Star Ferry Pier e il Queen's Pier e aveva confusamente intuito che lì, dietro la gentrificazione, c'era un nodo identitario di Hong Kong da difendere. È Facebook a dargli la prima scossa. Lancia una petizione on line tra gli studenti contro il cibo scadente alla mensa della scuola, e si ritrova in mano l'adesione del 10 per cento dei ragazzi: la cosa funziona. Ne parla con Justin, l'amico, che lo accompagna al pomeriggio nelle biblioteche di quartiere, gli passa i primi libri politici, gli spiega il bizzarro sistema elettorale di Hong Kong, dove si privilegia il controllo delle scelte da parte del partito, degli imprenditori miliardari legati al potere e dei gruppi d'interesse. Si appassionano: "Questo è ciò che conta davvero".
Quando ci sono le elezioni supplettive, i due ragazzi di tredici anni progettano la follia di trasformarle in un referendum sulla riforma del sistema elettorale, e fanno campagna su Facebook, da perfetti sconosciuti, bucando il muro del silenzio. L'anno dopo, quando il governo introduce nelle scuole la nuova materia obbligatoria di "educazione morale e nazionale" sono pronti e organizzati: fondano sui social il gruppo Scholarism, e intanto si muovono in strada con striscioni, volantini, manifesti, banchetti.
Wong impara a fare comizi volanti agli angoli delle strade, dà le prime interviste. "Per 18 mesi vissi come Peter Parker, l'alter ego di Spider Man. Di giorno andavo a scuola e di notte combattevo contro il nemico, per impedire che l'educazione morale e nazionale entrasse a scuola". Gli altri ragazzi nel tempo libero vanno al karaoke o al cinema. Lui incontra legislatori, giuristi, leader della società civile, lancia una richiesta di donazioni, riesce ad affittare un ufficio che diventa quartier generale del movimento. La pagella s'inabissa nelle insufficienze, ma la scuola gli garantisce sottobanco la promozione per fine anno.
Con lui c'è Ivan Lam, studente del quarto anno, arriva Agnes Chow. Insieme, quando il governo distribuisce in tutte le scuole un manuale di insegnamento ideologico che esalta il partito, firmano un'alleanza con la Federazione degli Studenti e il Fronte civile per i diritti umani: il giorno in cui organizzano la prima grande manifestazione di protesta, portano in strada centomila studenti, poi occupano il cortile del palazzo di governo e lo rendono simbolico della svolta, chiamandolo "Civic Square". Parte lo sciopero della fame, il primo nella storia della città che coinvolge studenti. Un mese dopo, l'indicazione è di vestirsi tutti di nero, per lutto, davanti al quartier generale governativo, dove Joshua, che adesso ha 15 anni, urla al megafono di "sospendere il programma che lava il cervello". Dopo nove giorni con gli studenti in strada, il governo ritira la sua proposta. I ragazzi hanno vinto, il rito politico d'iniziazione si è compiuto.
Cambia tutto nella vita di Joshua Wong, proiettato sulla stampa e nelle televisioni come una pop star della politica. Ma cambiano anche gli obiettivi del movimento. I ragazzi alzano gli occhi dalla scuola, guardano la città, eternamente sospesa, come un bimbo affidato a una famiglia occidentale che ritorna per obbligo ai suoi genitori biologici cinesi: l'incertezza identitaria è naturale, Hong Kong non è più britannica, non vuol essere cinese, rischia di essere troppo o niente. Soprattutto, dice Joshua "rimane una città teoricamente libera ma senza democrazia. Bisogna puntare ad un vero suffragio universale". Varano un referendum spontaneo di otto giorni in tutta la città chiedendo ai cittadini di scegliere il loro sistema elettorale. Votano in ottocentomila, uno su nove si presenta alle urne clandestine, ma Pechino decide che per la guida della città potranno esserci solo due o tre candidati, scelti da una commissione di 1200 membri.
Riparte la protesta, diventa quotidiana, tutti indossano un nastro giallo, a fine settembre i ragazzi si riprendono Civic Square che era stata transennata. Wong viene arrestato, a 17 anni, dopo aver perso gli occhiali e una scarpa nei tafferugli. Rilasciato, scopre dalla tv che in strada i manifestanti nel suo nome erano arrivati in quei giorni a duecentomila, vede la polizia sparare lacrimogeni mentre gli studenti si riparano il viso con la pellicola per gli alimenti e spalancano gli ombrelli, che diventeranno il simbolo della protesta.
L'occupazione ad Admiralty dura 75 giorni, e smuove la città che si avvicina al movimento, lo aiuta economicamente, porta cibo, acqua, medicine, ma anche creme e cosmetici per le ragazze. L'ombrello giallo, simbolo disarmato, è dovunque. I ragazzi si ricordano che i campioni della disobbedienza civile sono asiatici, citano Liu Xiaobo, l'intellettuale dissidente che nel 2010, mentre era in carcere, ha ottenuto il Nobel per la pace. A Haorcourt Road nasce una tendopoli, ma dentro nascono anche le prime fratture. Il movimento si divide tra moderati ed estremisti, mentre la città intera si spacca tra i nastri gialli che vogliono la rivoluzione e i nastri blu, favorevoli al governo e alla polizia. Su queste divisioni avanzano le ruspe del regime, smantellando l'occupazione. Il 15 dicembre Hong Kong è ripulita. Joshua è appena stato arrestato mentre urlava "Cittadini, non arrendetevi", condannato a sei mesi per organizzazione di raduno illegale, rinchiuso nel carcere minorile di Pik Uk, a pochi metri dalla scuola che frequentava da bambino. Numero di matricola 4030XX.
Fuori, finisce in copertina su Time", Fortune lo classifica tra i 50 leader più importanti al mondo, il Times lo nomina "Young Person of the year" nel 2014, mentre Scholarism diventa un vero partito di giovani, adesso si chiama Demosisto, "stare col popolo". Dentro, il cibo non è male ma Joshua deve marciare in una parata nel cortile ogni mattina, il letto è una panca di legno senza materasso, le luci si spengono alle 10, deve spazzare il pavimento di 200 metri quadrati della mensa, piegare la biancheria e lucidare le scarpe, ha l'obbligo di rivolgersi alle guardie senza guardarle in volto. Può chiedere l'abbonamento a due giornali liberali, riceve anche 40 lettere di supporter al giorno, vede i leader del suo partito che gli portano stampate le 291 pagine del suo account fb, incontra i genitori, si compera una radio (che però funziona male), gioca a ping pong e si ribella all'obbligo di tenere i capelli più corti di 6 millimetri. Ha tempo per pensare. La protesta ha fallito i suoi obiettivi o ha comunque piantato un seme nella coscienza civile della città? Prima di lasciare il carcere scrive una lettera ai suoi sostenitori: "Hong Kong era una semiautonomia, con la repressione è diventata una semiautocrazia. Se perseveriamo quanto basta, l'arco della storia si piegherà verso di noi".
Ma noi chi? Nel fuoco dell'ultima battaglia - nata a giugno 2019 contro la decisione del governo di consentire l'estradizione in Cina di sospetti criminali, e poi diventata una lotta per la democrazia - , Joshua fa un passo avanti nella sua riflessione: la partita che si sta giocando a Hong Kong riguarda tutto il mondo, non è un fatto locale. Il mondo libero pensa che il benessere economico porterà a una riforma politica in Cina, "ma Xi è un lupo travestito da panda, la motivazione del regime è solo l'autoperpetuazione, dunque una nuova guerra fredda ribolle tra Pechino e il mondo democratico e Hong Kong è in prima fila". Anzi è il canarino nella miniera di carbone, e sta mandando un segnale di pericolo al resto del mondo: "Che vi piaccia o no - conclude Joshua Wong - la nostra lotta è diventata la vostra lotta. Se Hong Kong cade, la stessa sorte potrebbe toccare al mondo libero, che non può restare a guardare. Temo che la guerra infinita che da anni grava sulla mia città possa presto arrivare anche sugli schermi dei vostri cinematografi".
Noi siamo la rivoluzione di Joshua Wong e Jason Y. Ng è edito da Feltrinelli (pagg. 220, euro 15)