Così ritorna il bisogno di istituzioni
Roberto Esposito , di ROBERTO ESPOSITOPer i populisti di destra e sinistra vanno solo scardinate. Ma ora libri, saggi, dibattiti ci spiegano perché non possiamo farne a meno
Dopo il decennio populista, che ha concepito perfino il Parlamento come una scatola di tonno da aprire, torna il bisogno di istituzioni. Cicli di conferenze, libri come il classico Teoria della fondazione e dell'istituzione di Maurice Hauriou (Quodlibet), riviste specializzate, segnano una netta inversione di tendenza. Mentre in Francia Frédéric Lordon, in Vivre sans? Institutions, police, travail, argent... (La fabrique), conclude che non è possibile vivere senza istituzioni. Dopo che si è preteso di edificare la democrazia diretta - che neanche Rousseau riteneva possibile se non per un popolo di angeli - sulle rovine delle istituzioni rappresentative e dei corpi intermedi, ci si accorge che qualcosa non funziona. Perfino le destre sperimentano che non si governano le società complesse a forza di twitter e che della tanto vituperata Unione Europea occorre tenere conto. Insomma che non è possibile abolire la storia per decreto. Perch&eacut…
Dopo il decennio populista, che ha concepito perfino il Parlamento come una scatola di tonno da aprire, torna il bisogno di istituzioni. Cicli di conferenze, libri come il classico Teoria della fondazione e dell'istituzione di Maurice Hauriou (Quodlibet), riviste specializzate, segnano una netta inversione di tendenza. Mentre in Francia Frédéric Lordon, in Vivre sans? Institutions, police, travail, argent... (La fabrique), conclude che non è possibile vivere senza istituzioni. Dopo che si è preteso di edificare la democrazia diretta - che neanche Rousseau riteneva possibile se non per un popolo di angeli - sulle rovine delle istituzioni rappresentative e dei corpi intermedi, ci si accorge che qualcosa non funziona. Perfino le destre sperimentano che non si governano le società complesse a forza di twitter e che della tanto vituperata Unione Europea occorre tenere conto. Insomma che non è possibile abolire la storia per decreto. Perché questo - un attacco diretto alla storicità dell'esperienza - era l'obiettivo dichiarato della guerra alle istituzioni. Non per nulla il loro ritorno ha il sapore di una rivincita della storia rispetto a tutti coloro che ne avevano dichiarato avventatamente la fine.
Ma a rifare i conti con la propria cultura deve essere anche, e forse soprattutto, la sinistra. Che fin dagli anni Sessanta aveva aperto il fuoco contro istituzioni dichiarate irriformabili. E dunque da abbattere o, in versione "destituente", da abbandonare. Naturalmente la critica alle istituzioni politiche, penitenziali, ospedaliere non era affatto infondata. Il celebre Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza di Erving Goffman (Einaudi) coglieva un sintomo effettivo nella tendenza autoritaria di istituzioni repressive. Così come gli studi genealogici di Foucault su carceri e manicomi restituivano un pezzo di realtà difficilmente confutabile. Eppure quelle analisi, omologando le istituzioni sul loro versante autoritario, finivano per convergere con le teorie che venivano da destra.
Se si leggono Schmitt e Gehlen da un lato e Sartre, Marcuse e Bourdieu dall'altro, il presupposto non muta. L'istituzione costituisce un apparato immunitario - per gli uni da difendere, per gli altri da sfondare - che protegge l'uomo dai propri impulsi dissolutivi. Non lo avevano diversamente sostenuto anche Weber e Freud? Da qui il contrasto tra movimenti e istituzioni che gli anni Sessanta vedono contrapporsi senza mezzi termini. Lo scontro violento del decennio successivo costituisce l'apice tragico di uno strappo profondamente radicato nella cultura europea del secondo Novecento.
È precisamente questa rottura che la nuova teoria delle istituzioni intende ricucire. Sulla scia di alcuni filoni culturali europei - la fenomenologia francese, l'antropologia tedesca, l'istituzionalismo giuridico italiano - essa modifica radicalmente l'interpretazione statica e conservativa dell'istituzione, spostando l'accento dal sostantivo alla forma verbale, dall'istituto all'istituente. Instituire, ricondotto al suo significato originario, significa instaurare qualcosa, aprire uno spazio inedito, dar vita al nuovo. Ma - ecco il rimando alla dimensione storica - non partendo da zero, senza tagliare i ponti col passato. Al contrario, ogni "ripresa" parte da una prima "presa", spinge ciò che sporge dal passato verso il futuro, modificandolo. E modificando anche se stessa. I soggetti istituenti non precedono la propria prassi, ma si sviluppano al suo interno. Per questo all'origine dell'istituzione non vi è la persona giuridica, ma una soggettività plurale, molteplice, collettiva. Da tempo siamo abituati a identificare la massima istituzione con lo Stato, secondo la classica teoria della sovranità. È esattamente quanto il pensiero istituente contesta. Come sosteneva già negli anni Trenta il grande giurista Santi Romano, tutt'altro che coincidenti con lo Stato sovrano, le istituzioni lo eccedono dall'interno e dall'esterno, come fanno ad esempio le organizzazioni non governative. Ma anche tutte le associazioni, i movimenti, i segmenti di società che chiedono ascolto e rappresentanza. Non contro le istituzioni politiche, come sono i partiti, ma slargandone i confini, modificandone le prassi, rivitalizzandone le procedure.
Da questo punto di vista lo stesso diritto, alleggerito della sua corazza normativa e sanzionatoria, può acquisire una capacità performativa che gli consente di creare realtà giuridiche prima inesistenti. Si pensi da un lato, al netto dei suoi limiti, alla creazione dell'Unione europea. Dall'altro al campo in espansione dei cosiddetti beni comuni. A venire meno, o almeno a sbiadirsi, in questo orizzonte istituente, sono tutte le dicotomie che hanno imprigionato a lungo il pensiero politico - tra pubblico e privato, individuale e collettivo, ordine e conflitto. Perché le istituzioni sono allo stesso tempo oggetto e terreno di scontro politico. Esse costituiscono il tessuto connettivo che da un lato consente il conflitto tra interessi diversi, dall'altro lo sottrae alla violenza. Perciò i movimenti non vanno contrapposti alle istituzioni, ma integrati con esse. Si tratta di agire da entrambi i lati: istituzionalizzando i movimenti e mobilitando le istituzioni.
Ma a rifare i conti con la propria cultura deve essere anche, e forse soprattutto, la sinistra. Che fin dagli anni Sessanta aveva aperto il fuoco contro istituzioni dichiarate irriformabili. E dunque da abbattere o, in versione "destituente", da abbandonare. Naturalmente la critica alle istituzioni politiche, penitenziali, ospedaliere non era affatto infondata. Il celebre Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza di Erving Goffman (Einaudi) coglieva un sintomo effettivo nella tendenza autoritaria di istituzioni repressive. Così come gli studi genealogici di Foucault su carceri e manicomi restituivano un pezzo di realtà difficilmente confutabile. Eppure quelle analisi, omologando le istituzioni sul loro versante autoritario, finivano per convergere con le teorie che venivano da destra.
Se si leggono Schmitt e Gehlen da un lato e Sartre, Marcuse e Bourdieu dall'altro, il presupposto non muta. L'istituzione costituisce un apparato immunitario - per gli uni da difendere, per gli altri da sfondare - che protegge l'uomo dai propri impulsi dissolutivi. Non lo avevano diversamente sostenuto anche Weber e Freud? Da qui il contrasto tra movimenti e istituzioni che gli anni Sessanta vedono contrapporsi senza mezzi termini. Lo scontro violento del decennio successivo costituisce l'apice tragico di uno strappo profondamente radicato nella cultura europea del secondo Novecento.
È precisamente questa rottura che la nuova teoria delle istituzioni intende ricucire. Sulla scia di alcuni filoni culturali europei - la fenomenologia francese, l'antropologia tedesca, l'istituzionalismo giuridico italiano - essa modifica radicalmente l'interpretazione statica e conservativa dell'istituzione, spostando l'accento dal sostantivo alla forma verbale, dall'istituto all'istituente. Instituire, ricondotto al suo significato originario, significa instaurare qualcosa, aprire uno spazio inedito, dar vita al nuovo. Ma - ecco il rimando alla dimensione storica - non partendo da zero, senza tagliare i ponti col passato. Al contrario, ogni "ripresa" parte da una prima "presa", spinge ciò che sporge dal passato verso il futuro, modificandolo. E modificando anche se stessa. I soggetti istituenti non precedono la propria prassi, ma si sviluppano al suo interno. Per questo all'origine dell'istituzione non vi è la persona giuridica, ma una soggettività plurale, molteplice, collettiva. Da tempo siamo abituati a identificare la massima istituzione con lo Stato, secondo la classica teoria della sovranità. È esattamente quanto il pensiero istituente contesta. Come sosteneva già negli anni Trenta il grande giurista Santi Romano, tutt'altro che coincidenti con lo Stato sovrano, le istituzioni lo eccedono dall'interno e dall'esterno, come fanno ad esempio le organizzazioni non governative. Ma anche tutte le associazioni, i movimenti, i segmenti di società che chiedono ascolto e rappresentanza. Non contro le istituzioni politiche, come sono i partiti, ma slargandone i confini, modificandone le prassi, rivitalizzandone le procedure.
Da questo punto di vista lo stesso diritto, alleggerito della sua corazza normativa e sanzionatoria, può acquisire una capacità performativa che gli consente di creare realtà giuridiche prima inesistenti. Si pensi da un lato, al netto dei suoi limiti, alla creazione dell'Unione europea. Dall'altro al campo in espansione dei cosiddetti beni comuni. A venire meno, o almeno a sbiadirsi, in questo orizzonte istituente, sono tutte le dicotomie che hanno imprigionato a lungo il pensiero politico - tra pubblico e privato, individuale e collettivo, ordine e conflitto. Perché le istituzioni sono allo stesso tempo oggetto e terreno di scontro politico. Esse costituiscono il tessuto connettivo che da un lato consente il conflitto tra interessi diversi, dall'altro lo sottrae alla violenza. Perciò i movimenti non vanno contrapposti alle istituzioni, ma integrati con esse. Si tratta di agire da entrambi i lati: istituzionalizzando i movimenti e mobilitando le istituzioni.