Salgado, ritratto di un amore
Raffaella De Santis , dalla nostra inviata RAFFAELLA DE SANTISL’impegno politico, i primi reportage, l’attivismo ambientale. Il grande fotografo e sua moglie Lélia Wanick si raccontano
Francoforte
Le fotografie di Sebastião Salgado sono atti d’amore verso l’umanità, anche quando la raffigurano nei suoi aspetti più crudeli. Per capire meglio chi è Salgado bisogna però incontrare Salgado. Vederlo insieme alla moglie Lélia Wanick spiega tante cose, soprattutto che non si inventano emozioni che non si conoscono. Sono cresciuti insieme. Né un passo avanti, né un passo indietro. Lui di lei dice: «Non so dove comincio io e dove finisce lei».
Nel 1994 hanno fondato a Parigi, dove vivono, l’agenzia Amazonas images e da allora gestiscono ogni fase dei loro progetti. L’ultimo si chiama Amazonia, debutterà nella primavera del prossimo anno. Si spalleggiano con affetto. «Oggi voglio parlare io — dice Lélia ridendo — . Tu stai zitto». Lui sta al gioco, si siede e tira fuori da una tasca ago e filo. «Devo riparare la cordicella degli occhiali, si…
Le fotografie di Sebastião Salgado sono atti d’amore verso l’umanità, anche quando la raffigurano nei suoi aspetti più crudeli. Per capire meglio chi è Salgado bisogna però incontrare Salgado. Vederlo insieme alla moglie Lélia Wanick spiega tante cose, soprattutto che non si inventano emozioni che non si conoscono. Sono cresciuti insieme. Né un passo avanti, né un passo indietro. Lui di lei dice: «Non so dove comincio io e dove finisce lei».
Nel 1994 hanno fondato a Parigi, dove vivono, l’agenzia Amazonas images e da allora gestiscono ogni fase dei loro progetti. L’ultimo si chiama Amazonia, debutterà nella primavera del prossimo anno. Si spalleggiano con affetto. «Oggi voglio parlare io — dice Lélia ridendo — . Tu stai zitto». Lui sta al gioco, si siede e tira fuori da una tasca ago e filo. «Devo riparare la cordicella degli occhiali, si…
Francoforte
Le fotografie di Sebastião Salgado sono atti d’amore verso l’umanità, anche quando la raffigurano nei suoi aspetti più crudeli. Per capire meglio chi è Salgado bisogna però incontrare Salgado. Vederlo insieme alla moglie Lélia Wanick spiega tante cose, soprattutto che non si inventano emozioni che non si conoscono. Sono cresciuti insieme. Né un passo avanti, né un passo indietro. Lui di lei dice: «Non so dove comincio io e dove finisce lei».
Nel 1994 hanno fondato a Parigi, dove vivono, l’agenzia Amazonas images e da allora gestiscono ogni fase dei loro progetti. L’ultimo si chiama Amazonia, debutterà nella primavera del prossimo anno. Si spalleggiano con affetto. «Oggi voglio parlare io — dice Lélia ridendo — . Tu stai zitto». Lui sta al gioco, si siede e tira fuori da una tasca ago e filo. «Devo riparare la cordicella degli occhiali, si è rotta ieri sera». Dovessimo scattare una foto, si vedrebbe una donna chic che guarda l’obiettivo, e un uomo con un cappellaccio da baseball da cui spuntano sopracciglia candide e foltissime che fissa un ago a testa china.
Siamo nella hall del Frankfurter Hof, nel centro di Francoforte, dove a Salgado è stato consegnato il premio per la pace degli editori tedeschi. È Lélia a prendere la parola: «La nostra love story è iniziata tanto tempo fa, avevo diciassette anni, Sebastião venti. Abbiamo capito subito che viaggiavamo alle stesse frequenze, condividevamo le stesse visioni sulla vita, sulla cultura, sulla politica. Diventammo una coppia in un baleno».
Galeotta la passione per la natura. Sullo sfondo la città di Vitória, in Brasile. «Sebastião era al primo anno dell’università, io stavo finendo il college. Ci siamo incontrati all’Alliance française». Lei era lì per studiare francese, lui era addetto alla tesoreria. «Il mio ricordo — la interrompe Sebastião — è il verde. Ogni sera andavo a trovare Lélia. Per arrivare a casa sua prendevo un tram che passava dentro una foresta». Lélia annuisce: «C’erano alberi ovunque, vivevamo a contatto con gli animali. Abitavo vicino a un bosco, in una casa con un bel giardino. C’erano perfino i serpenti (ride)».
Sebastião ripensa alla sua infanzia ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais: «Sono cresciuto nella valle del Rio Doce. Mio padre aveva una fattoria. Producevamo tutto quello di cui avevamo bisogno. Lì ho imparato ad amare la natura, le sue luci». La siccità distruggerà nel tempo quel paradiso e a quel punto Lélia convincerà il marito, stremato dai massacri visti in Ruanda, a intraprendere un’impresa visionaria: «Perché non ripiantiamo la foresta?». Pianteranno più di due milioni di alberi dando vita all’Instituto Terra. Una storia pazzesca, che Wim Wenders ha raccontato nel film Il sale della terra, diretto insieme a Juliano Salgado, il loro primogenito.
Da ragazzini frequentano i giovani di sinistra, aderiscono al gruppo rivoluzionario “Azione popolare”. «Abbiamo scoperto insieme la politica», dice Lélia. Sebastião si iscrive alla facoltà di economia, vuole studiare le disuguaglianze. Si laurea nel 1967, il giorno dopo sposa Lélia e si trasferiscono a San Paolo. Tre anni prima un colpo di stato militare aveva destituito il presidente João Goulart. «Nel 1969 abbiamo deciso di lasciare il Brasile», dice Lélia senza spiegare troppo. In realtà sono in pericolo a causa del loro attivismo politico.
In Francia Lélia si iscrive ad architettura, Sebastião segue un dottorato. Vivono in una camera nella città universitaria, per mantenersi lui scarica camion e lavora per una cooperativa universitaria, lei fa la bibliotecaria. È Lélia a scoprire la fotografia: «Mi attraeva, la studiavo, per un po’ ho anche pensato di diventare fotografa ma era troppo faticoso. Sono stata io ad acquistare la nostra prima macchina fotografica. Una Pentax». Per Sebastião è una scoperta: «Ero entusiasta, iniziai subito a scattare foto. Allestimmo una piccola camera oscura nella città universitaria, realizzavamo stampe per gli studenti».
Ormai è fatta, pur avendo un ottimo lavoro a Londra, Sebastião non pensa che a fare foto: «Finito il Phd a Parigi, trovai un impiego presso l’International Coffee Organization. Mi mandarono in Africa, dove stavano investendo, e portai con me la macchina fotografica». È il 1971, viaggia tra Burundi e Ruanda su un maggiolino Volkswagen. Inizia a pensare di mollare tutto per la fotografia, ne parla con Lélia, decidono insieme: è giusto tentare.
Tornano a Parigi, ma ora possono permettersi solo una stanzetta. L’Africa chiama, partono per il Niger, vogliono realizzare un reportage sulla fame. «Lélia ti prego fammi raccontare quello che facevi per me. In quel periodo, quando ho iniziato a fotografare, Lélia prendeva le mie foto, saliva sul motorino e girava Parigi per mostrarle ai giornali. Cercava di venderle ai magazine più noti, come Paris Match, ma anche ad alcuni periodici religiosi che avevano un pubblico di lettori vastissimo». I soldi guadagnati servono a procurarsi materiale fotografico, comprano una Leica.
Sebastião inizia a lavorare per l’agenzia Gamma, realizza servizi sugli Indios dell’America Latina, parte per lunghi mesi. Poi è la volta del Sahel e nel 1979 approda alla Magnum. Ma proprio in quel momento scoprono che il loro secondo figlio, Rodrigo, è down. È un colpo duro. Quando Sebastião parte si sentono quotidianamente: «Ci scrivevamo lettere d’amore. Ci mettevano tanto per arrivare ma ogni giorno ne scrivevamo una. Le ho conservate tutte in un baule (sorride). A volte ho sofferto la solitudine, ma amo la mia libertà e credo che per entrambi sia stato bello poter vivere separati per alcuni periodi di tempo». Lélia è una donna colta, ha lavorato per magazine fotografici, ha diretto la Magnum Gallery a Parigi, cura i libri e le mostre del marito. Sebastião rimette in tasca ago e filo, il tempo è scaduto, si guardano e si alzano all’unisono.
Le fotografie di Sebastião Salgado sono atti d’amore verso l’umanità, anche quando la raffigurano nei suoi aspetti più crudeli. Per capire meglio chi è Salgado bisogna però incontrare Salgado. Vederlo insieme alla moglie Lélia Wanick spiega tante cose, soprattutto che non si inventano emozioni che non si conoscono. Sono cresciuti insieme. Né un passo avanti, né un passo indietro. Lui di lei dice: «Non so dove comincio io e dove finisce lei».
Nel 1994 hanno fondato a Parigi, dove vivono, l’agenzia Amazonas images e da allora gestiscono ogni fase dei loro progetti. L’ultimo si chiama Amazonia, debutterà nella primavera del prossimo anno. Si spalleggiano con affetto. «Oggi voglio parlare io — dice Lélia ridendo — . Tu stai zitto». Lui sta al gioco, si siede e tira fuori da una tasca ago e filo. «Devo riparare la cordicella degli occhiali, si è rotta ieri sera». Dovessimo scattare una foto, si vedrebbe una donna chic che guarda l’obiettivo, e un uomo con un cappellaccio da baseball da cui spuntano sopracciglia candide e foltissime che fissa un ago a testa china.
Siamo nella hall del Frankfurter Hof, nel centro di Francoforte, dove a Salgado è stato consegnato il premio per la pace degli editori tedeschi. È Lélia a prendere la parola: «La nostra love story è iniziata tanto tempo fa, avevo diciassette anni, Sebastião venti. Abbiamo capito subito che viaggiavamo alle stesse frequenze, condividevamo le stesse visioni sulla vita, sulla cultura, sulla politica. Diventammo una coppia in un baleno».
Galeotta la passione per la natura. Sullo sfondo la città di Vitória, in Brasile. «Sebastião era al primo anno dell’università, io stavo finendo il college. Ci siamo incontrati all’Alliance française». Lei era lì per studiare francese, lui era addetto alla tesoreria. «Il mio ricordo — la interrompe Sebastião — è il verde. Ogni sera andavo a trovare Lélia. Per arrivare a casa sua prendevo un tram che passava dentro una foresta». Lélia annuisce: «C’erano alberi ovunque, vivevamo a contatto con gli animali. Abitavo vicino a un bosco, in una casa con un bel giardino. C’erano perfino i serpenti (ride)».
Sebastião ripensa alla sua infanzia ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais: «Sono cresciuto nella valle del Rio Doce. Mio padre aveva una fattoria. Producevamo tutto quello di cui avevamo bisogno. Lì ho imparato ad amare la natura, le sue luci». La siccità distruggerà nel tempo quel paradiso e a quel punto Lélia convincerà il marito, stremato dai massacri visti in Ruanda, a intraprendere un’impresa visionaria: «Perché non ripiantiamo la foresta?». Pianteranno più di due milioni di alberi dando vita all’Instituto Terra. Una storia pazzesca, che Wim Wenders ha raccontato nel film Il sale della terra, diretto insieme a Juliano Salgado, il loro primogenito.
Da ragazzini frequentano i giovani di sinistra, aderiscono al gruppo rivoluzionario “Azione popolare”. «Abbiamo scoperto insieme la politica», dice Lélia. Sebastião si iscrive alla facoltà di economia, vuole studiare le disuguaglianze. Si laurea nel 1967, il giorno dopo sposa Lélia e si trasferiscono a San Paolo. Tre anni prima un colpo di stato militare aveva destituito il presidente João Goulart. «Nel 1969 abbiamo deciso di lasciare il Brasile», dice Lélia senza spiegare troppo. In realtà sono in pericolo a causa del loro attivismo politico.
In Francia Lélia si iscrive ad architettura, Sebastião segue un dottorato. Vivono in una camera nella città universitaria, per mantenersi lui scarica camion e lavora per una cooperativa universitaria, lei fa la bibliotecaria. È Lélia a scoprire la fotografia: «Mi attraeva, la studiavo, per un po’ ho anche pensato di diventare fotografa ma era troppo faticoso. Sono stata io ad acquistare la nostra prima macchina fotografica. Una Pentax». Per Sebastião è una scoperta: «Ero entusiasta, iniziai subito a scattare foto. Allestimmo una piccola camera oscura nella città universitaria, realizzavamo stampe per gli studenti».
Ormai è fatta, pur avendo un ottimo lavoro a Londra, Sebastião non pensa che a fare foto: «Finito il Phd a Parigi, trovai un impiego presso l’International Coffee Organization. Mi mandarono in Africa, dove stavano investendo, e portai con me la macchina fotografica». È il 1971, viaggia tra Burundi e Ruanda su un maggiolino Volkswagen. Inizia a pensare di mollare tutto per la fotografia, ne parla con Lélia, decidono insieme: è giusto tentare.
Tornano a Parigi, ma ora possono permettersi solo una stanzetta. L’Africa chiama, partono per il Niger, vogliono realizzare un reportage sulla fame. «Lélia ti prego fammi raccontare quello che facevi per me. In quel periodo, quando ho iniziato a fotografare, Lélia prendeva le mie foto, saliva sul motorino e girava Parigi per mostrarle ai giornali. Cercava di venderle ai magazine più noti, come Paris Match, ma anche ad alcuni periodici religiosi che avevano un pubblico di lettori vastissimo». I soldi guadagnati servono a procurarsi materiale fotografico, comprano una Leica.
Sebastião inizia a lavorare per l’agenzia Gamma, realizza servizi sugli Indios dell’America Latina, parte per lunghi mesi. Poi è la volta del Sahel e nel 1979 approda alla Magnum. Ma proprio in quel momento scoprono che il loro secondo figlio, Rodrigo, è down. È un colpo duro. Quando Sebastião parte si sentono quotidianamente: «Ci scrivevamo lettere d’amore. Ci mettevano tanto per arrivare ma ogni giorno ne scrivevamo una. Le ho conservate tutte in un baule (sorride). A volte ho sofferto la solitudine, ma amo la mia libertà e credo che per entrambi sia stato bello poter vivere separati per alcuni periodi di tempo». Lélia è una donna colta, ha lavorato per magazine fotografici, ha diretto la Magnum Gallery a Parigi, cura i libri e le mostre del marito. Sebastião rimette in tasca ago e filo, il tempo è scaduto, si guardano e si alzano all’unisono.