David Peace: “Maledetto calcio non mi ispiri più”
Enrico Franceschini , di ENRICO FRANCESCHINIIl grande scrittore inglese, autore di uno dei più bei romanzi sul tema, racconta: “Un tempo era puro pathos, ora è finito”. L’unico amore che resiste nel tempo è il noir: “I miei maestri? Hammett e Sciascia”
Londra
Qualcuno dice che è l'erede di George Orwell, con la differenza che esplora il passato invece del futuro, come nella quadrilogia di thriller Red Riding Quartet, i cui titoli, 1974, 1977, 1980, 1983, evocano chiaramente l'autore di 1984, richiamato ancora più esplicitamente dal successivo Gb84.
Altri lo paragonano a Nick Hornby, perché il suo Il maledetto United andrebbe letto insieme a Febbre a 90' come coppia di libri più belli sul calcio inglese. E c'è chi fa paralleli perfino con il maestro del cinema Akira Kurosawa, per la sua trilogia di gialli ambientati a Tokyo, il cui terzo volume uscirà quest'anno: non solo perché usa la stessa tecnica di Rashomon, capolavoro del regista giapponese, ma perché per terminarlo è andato a vivere in Giappone, sostenendo che in Inghilterra non riusciva più a scrivere.
David Peace, 53 anni, nominato nel 2003 dalla rivista Granta nella lista dei Best Yo…
Qualcuno dice che è l'erede di George Orwell, con la differenza che esplora il passato invece del futuro, come nella quadrilogia di thriller Red Riding Quartet, i cui titoli, 1974, 1977, 1980, 1983, evocano chiaramente l'autore di 1984, richiamato ancora più esplicitamente dal successivo Gb84.
Altri lo paragonano a Nick Hornby, perché il suo Il maledetto United andrebbe letto insieme a Febbre a 90' come coppia di libri più belli sul calcio inglese. E c'è chi fa paralleli perfino con il maestro del cinema Akira Kurosawa, per la sua trilogia di gialli ambientati a Tokyo, il cui terzo volume uscirà quest'anno: non solo perché usa la stessa tecnica di Rashomon, capolavoro del regista giapponese, ma perché per terminarlo è andato a vivere in Giappone, sostenendo che in Inghilterra non riusciva più a scrivere.
David Peace, 53 anni, nominato nel 2003 dalla rivista Granta nella lista dei Best Yo…
Londra
Qualcuno dice che è l'erede di George Orwell, con la differenza che esplora il passato invece del futuro, come nella quadrilogia di thriller Red Riding Quartet, i cui titoli, 1974, 1977, 1980, 1983, evocano chiaramente l'autore di 1984, richiamato ancora più esplicitamente dal successivo Gb84.
Altri lo paragonano a Nick Hornby, perché il suo Il maledetto United andrebbe letto insieme a Febbre a 90' come coppia di libri più belli sul calcio inglese. E c'è chi fa paralleli perfino con il maestro del cinema Akira Kurosawa, per la sua trilogia di gialli ambientati a Tokyo, il cui terzo volume uscirà quest'anno: non solo perché usa la stessa tecnica di Rashomon, capolavoro del regista giapponese, ma perché per terminarlo è andato a vivere in Giappone, sostenendo che in Inghilterra non riusciva più a scrivere.
David Peace, 53 anni, nominato nel 2003 dalla rivista Granta nella lista dei Best Young British Novelists, è un personaggio per certi versi indecifrabile come quelli che popolano le sue opere (edite dal Saggiatore). Ne ha pubblicate undici e, aggiungendo l'ennesimo enigma alla propria biografia, ha annunciato che la dodicesima sarà l'ultima. Per chiedergli perché bisogna telefonare a Tokyo.
Partiamo da lontano, David: come è diventato uno scrittore?
"Mi verrebbe da dire che lo sono nato. A 8 anni scrivevo racconti, a 14 poesie, a 16 sceneggiature, all'università ho scritto un romanzone noir che al termine degli studi ho mandato a tutti gli editori e tutti l'hanno rifiutato. Ma poi, quando sono venuto per la prima volta in Giappone a insegnare inglese e nel negozio di libri usati in cui compravo thriller non ce n'erano più, ho deciso di provarne a scrivere il giallo che avrei voluto leggere, nello stile di James Ellroy, di cui avevo divorato tutto, con elementi di altri scrittori che ho sempre ammirato, da Orwell a Beckett. E me l'hanno pubblicato".
Da dove veniva questa passione?
"Da quella di leggere, innanzi tutto. E poi dal fatto che mio padre, maestro di scuola, per tutta la vita ha cercato di scrivere un romanzo: la sera si chiudeva nello studio e lo sentivo battere sui tasti. Non ce l'ha fatta. Ma forse inconsciamente sono stato influenzato dal suo esempio".
I suoi libri sono spesso ispirati da fatti realmente accaduti, dallo "squartatore dello Yorkshire" al lungo sciopero dei minatori contro la Thatcher, dalla leggendaria stagione di Brian Clough sulla panchina del Leeds United nel 1974 all'occupazione militare americana del Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Anche lei è del parere che i thriller sono il nuovo romanzo sociale?
"Lo credo fermamente. Perché inventare un delitto, quando la realtà ti mette sotto il naso un tipo come lo Yorkshire Ripper, accusato di avere ucciso almeno trenta donne? E poi il romanzo a sfondo criminale è una finestra aperta per esplorare la realtà. I miei modelli sono Leonardo Sciascia e Dashiell Hammett, romanzi come Il giorno della civetta e Il falcone maltese dicono di più sul mondo che descrivono di un saggio o di un'inchiesta giornalistica".
A proposito di modelli, chi preferisce tra i capostipiti della detective story, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie?
"La mia preferenza va al primo, che ho letto religiosamente da ragazzo, perché nei suoi libri c'è appunto anche la società del tempo, non si tratta soltanto di scoprire chi è l'assassino, come in quelli con Poirot. Ma qualche volta, magari in aereo, ho letto anche Agatha Christie e devo dire che a rileggerla da adulto si trovano nei suoi romanzi molti più aspetti e caratteristiche della vita del tempo di quanto non sembri a un primo sguardo".
E chi preferisce fra Georges Simenon e Raymond Chandler?
"Amo entrambi, il Simenon dei romanzi senza Maigret è pura letteratura e lo stile di Chandler è inimitabile. Ma, per quel che riguarda il noir americano, come ho detto prediligo Hammett rispetto a Chandler, perché c'è lo stile ma pure la sostanza".
Il calcio è un'altra delle sue passioni: che posto ha nella sua vita e, avendo scritto un libro su Clough, come giudica Klopp, Guardiola e Mourinho?
"C'è stato un tempo in cui non perdevo una partita della Premier League in tv. Ma ora, un po' perché devi avere l'abbonamento a pagamento per guardarle, un po' perché quest'anno il campionato l'ha già vinto il Liverpool e non c'è suspense, ho un po' perso interesse. Quanto a quei tre, i super allenatori sono ormai figure da telenovela, romanzesche, cariche di pathos, che vanno oltre la tecnica. Però la cosa che mi piace di più è andare a leggere in archivio i giornali del passato, le cronache delle vecchie partite, quando non c'era internet e la televisione trasmetteva al massimo un match alla settimana".
Dovrebbe leggere Gianni Brera, mitico giornalista italiano e grande scrittore, se lo trovasse tradotto in inglese.
"Lo leggerei volentieri. I giornalisti di una volta, quelli veramente bravi, ti facevano vedere il pallone come se fossi in tribuna con loro. E alcuni scrivevano davvero da dio, appunto al livello di grandi scrittori".
È vero che si è trasferito in Giappone perché in Inghilterra non riusciva più a scrivere?
"Nel 2009, dopo quindici anni a Tokyo, sono tornato nello Yorkshire, la regione in cui sono cresciuto: volevo che i miei figli, nati in Giappone, di madre giapponese, assorbissero un po' della cultura inglese. Ma tra il calcio, gli amici, la politica, c'erano troppe distrazioni e in effetti ho un po' perso l'ispirazione. Così siamo tornati tutti a Tokyo. Contrariamente allo stereotipo, anche a Tokyo, se uno vuole, si può fare una vita tranquilla: passeggio nei parchi, cammino molto, mangio benissimo, zuppa, pesce, riso, spendendo 5 o 6 euro".
Non le capita, per citare il noto film, di sentirsi "Lost in translation"?
"No. Potrei restare a Tokyo per sempre o a un certo punto ritirarmi altrove, ma non tornerei in Inghilterra. È a Londra che mi sento "lost in translation", non capisco più le battute, i riferimenti, lo slang, tantomeno la politica che mi pare totalmente impazzita".
E perché non vuole più scrivere? Imita Tarantino, che dice di volersi fermare al prossimo film?
"Lo dissi anni fa, in un momento di stanchezza. E in assoluto penso che uno non dovrebbe continuare a scrivere tanto per scrivere, ovvero solo per guadagnare dei soldi. Ma insegnando letteratura contemporanea all'università di Tokyo, ascoltando le domande degli studenti, ho ritrovato fiducia e amore per il mio mestiere".
Può sempre citare Daniel Craig, che quando ha girato un altro film su James Bond, dopo avere giurato che non ne avrebbe più fatti, si è giustificato così: "Dico cose e poi cambio idea".
"Proprio così. Cambiare idea non è un segno di debolezza. Non bisogna averne paura".
Domani a Milano, nell'ambito della rassegna "Zacapa Noir Festival", David Peace incontra i lettori, in dialogo con Enrico Franceschini. Appuntamento alle 20.30 al Memo Restaurant
Qualcuno dice che è l'erede di George Orwell, con la differenza che esplora il passato invece del futuro, come nella quadrilogia di thriller Red Riding Quartet, i cui titoli, 1974, 1977, 1980, 1983, evocano chiaramente l'autore di 1984, richiamato ancora più esplicitamente dal successivo Gb84.
Altri lo paragonano a Nick Hornby, perché il suo Il maledetto United andrebbe letto insieme a Febbre a 90' come coppia di libri più belli sul calcio inglese. E c'è chi fa paralleli perfino con il maestro del cinema Akira Kurosawa, per la sua trilogia di gialli ambientati a Tokyo, il cui terzo volume uscirà quest'anno: non solo perché usa la stessa tecnica di Rashomon, capolavoro del regista giapponese, ma perché per terminarlo è andato a vivere in Giappone, sostenendo che in Inghilterra non riusciva più a scrivere.
David Peace, 53 anni, nominato nel 2003 dalla rivista Granta nella lista dei Best Young British Novelists, è un personaggio per certi versi indecifrabile come quelli che popolano le sue opere (edite dal Saggiatore). Ne ha pubblicate undici e, aggiungendo l'ennesimo enigma alla propria biografia, ha annunciato che la dodicesima sarà l'ultima. Per chiedergli perché bisogna telefonare a Tokyo.
Partiamo da lontano, David: come è diventato uno scrittore?
"Mi verrebbe da dire che lo sono nato. A 8 anni scrivevo racconti, a 14 poesie, a 16 sceneggiature, all'università ho scritto un romanzone noir che al termine degli studi ho mandato a tutti gli editori e tutti l'hanno rifiutato. Ma poi, quando sono venuto per la prima volta in Giappone a insegnare inglese e nel negozio di libri usati in cui compravo thriller non ce n'erano più, ho deciso di provarne a scrivere il giallo che avrei voluto leggere, nello stile di James Ellroy, di cui avevo divorato tutto, con elementi di altri scrittori che ho sempre ammirato, da Orwell a Beckett. E me l'hanno pubblicato".
Da dove veniva questa passione?
"Da quella di leggere, innanzi tutto. E poi dal fatto che mio padre, maestro di scuola, per tutta la vita ha cercato di scrivere un romanzo: la sera si chiudeva nello studio e lo sentivo battere sui tasti. Non ce l'ha fatta. Ma forse inconsciamente sono stato influenzato dal suo esempio".
I suoi libri sono spesso ispirati da fatti realmente accaduti, dallo "squartatore dello Yorkshire" al lungo sciopero dei minatori contro la Thatcher, dalla leggendaria stagione di Brian Clough sulla panchina del Leeds United nel 1974 all'occupazione militare americana del Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Anche lei è del parere che i thriller sono il nuovo romanzo sociale?
"Lo credo fermamente. Perché inventare un delitto, quando la realtà ti mette sotto il naso un tipo come lo Yorkshire Ripper, accusato di avere ucciso almeno trenta donne? E poi il romanzo a sfondo criminale è una finestra aperta per esplorare la realtà. I miei modelli sono Leonardo Sciascia e Dashiell Hammett, romanzi come Il giorno della civetta e Il falcone maltese dicono di più sul mondo che descrivono di un saggio o di un'inchiesta giornalistica".
A proposito di modelli, chi preferisce tra i capostipiti della detective story, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie?
"La mia preferenza va al primo, che ho letto religiosamente da ragazzo, perché nei suoi libri c'è appunto anche la società del tempo, non si tratta soltanto di scoprire chi è l'assassino, come in quelli con Poirot. Ma qualche volta, magari in aereo, ho letto anche Agatha Christie e devo dire che a rileggerla da adulto si trovano nei suoi romanzi molti più aspetti e caratteristiche della vita del tempo di quanto non sembri a un primo sguardo".
E chi preferisce fra Georges Simenon e Raymond Chandler?
"Amo entrambi, il Simenon dei romanzi senza Maigret è pura letteratura e lo stile di Chandler è inimitabile. Ma, per quel che riguarda il noir americano, come ho detto prediligo Hammett rispetto a Chandler, perché c'è lo stile ma pure la sostanza".
Il calcio è un'altra delle sue passioni: che posto ha nella sua vita e, avendo scritto un libro su Clough, come giudica Klopp, Guardiola e Mourinho?
"C'è stato un tempo in cui non perdevo una partita della Premier League in tv. Ma ora, un po' perché devi avere l'abbonamento a pagamento per guardarle, un po' perché quest'anno il campionato l'ha già vinto il Liverpool e non c'è suspense, ho un po' perso interesse. Quanto a quei tre, i super allenatori sono ormai figure da telenovela, romanzesche, cariche di pathos, che vanno oltre la tecnica. Però la cosa che mi piace di più è andare a leggere in archivio i giornali del passato, le cronache delle vecchie partite, quando non c'era internet e la televisione trasmetteva al massimo un match alla settimana".
Dovrebbe leggere Gianni Brera, mitico giornalista italiano e grande scrittore, se lo trovasse tradotto in inglese.
"Lo leggerei volentieri. I giornalisti di una volta, quelli veramente bravi, ti facevano vedere il pallone come se fossi in tribuna con loro. E alcuni scrivevano davvero da dio, appunto al livello di grandi scrittori".
È vero che si è trasferito in Giappone perché in Inghilterra non riusciva più a scrivere?
"Nel 2009, dopo quindici anni a Tokyo, sono tornato nello Yorkshire, la regione in cui sono cresciuto: volevo che i miei figli, nati in Giappone, di madre giapponese, assorbissero un po' della cultura inglese. Ma tra il calcio, gli amici, la politica, c'erano troppe distrazioni e in effetti ho un po' perso l'ispirazione. Così siamo tornati tutti a Tokyo. Contrariamente allo stereotipo, anche a Tokyo, se uno vuole, si può fare una vita tranquilla: passeggio nei parchi, cammino molto, mangio benissimo, zuppa, pesce, riso, spendendo 5 o 6 euro".
Non le capita, per citare il noto film, di sentirsi "Lost in translation"?
"No. Potrei restare a Tokyo per sempre o a un certo punto ritirarmi altrove, ma non tornerei in Inghilterra. È a Londra che mi sento "lost in translation", non capisco più le battute, i riferimenti, lo slang, tantomeno la politica che mi pare totalmente impazzita".
E perché non vuole più scrivere? Imita Tarantino, che dice di volersi fermare al prossimo film?
"Lo dissi anni fa, in un momento di stanchezza. E in assoluto penso che uno non dovrebbe continuare a scrivere tanto per scrivere, ovvero solo per guadagnare dei soldi. Ma insegnando letteratura contemporanea all'università di Tokyo, ascoltando le domande degli studenti, ho ritrovato fiducia e amore per il mio mestiere".
Può sempre citare Daniel Craig, che quando ha girato un altro film su James Bond, dopo avere giurato che non ne avrebbe più fatti, si è giustificato così: "Dico cose e poi cambio idea".
"Proprio così. Cambiare idea non è un segno di debolezza. Non bisogna averne paura".
Domani a Milano, nell'ambito della rassegna "Zacapa Noir Festival", David Peace incontra i lettori, in dialogo con Enrico Franceschini. Appuntamento alle 20.30 al Memo Restaurant