Jean Daniel, professione reporter
Bernardo Valli , di BERNARDO VALLIIl fondatore del Nouvel Observateur è morto a 99 anni. Nato in Algeria, era stato influenzato dal pensiero dell’amico Albert Camus e aveva incarnato gli ideali della sinistra non comunista. Fu soldato della brigata del generale Leclerc che liberò Parigi dai nazisti nel 1944
Jean Daniel ha mancato di poco il centesimo compleanno. L'avrebbe celebrato il 21 luglio ed è morto il 19 febbraio. Venne al mondo nel 1920 a Blida, una cittadina non lontano da Algeri rivolta verso le montagne dell'Atlante, in una famiglia ebrea numerosa, i Bensaid, di cui lui era l'undicesimo figlio. La legge Cremieux, entrata in vigore dopo la Comune parigina all'inizio degli anni Settanta dell'Ottocento, aveva dato la nazionalità francese agli ebrei d'Algeria, e la famiglia di Jean Daniel, pur tenendo alla propria identità, quella israelita, la considerava una conquista. Non pochi membri dei Bensaid si sono uniti in matrimonio con donne cristiane. Lui stesso ha avuto compagna nella vita Michelle, una bella e raffinata parigina. In Jean lo spirito laico non contrastava con la forte impronta delle origini.
Comincio questo ricordo di Jean Daniel, un amico da più di mezzo secolo, perduto da poche ore, ripercorrendo avvenimenti lonta…
Comincio questo ricordo di Jean Daniel, un amico da più di mezzo secolo, perduto da poche ore, ripercorrendo avvenimenti lonta…
Jean Daniel ha mancato di poco il centesimo compleanno. L'avrebbe celebrato il 21 luglio ed è morto il 19 febbraio. Venne al mondo nel 1920 a Blida, una cittadina non lontano da Algeri rivolta verso le montagne dell'Atlante, in una famiglia ebrea numerosa, i Bensaid, di cui lui era l'undicesimo figlio. La legge Cremieux, entrata in vigore dopo la Comune parigina all'inizio degli anni Settanta dell'Ottocento, aveva dato la nazionalità francese agli ebrei d'Algeria, e la famiglia di Jean Daniel, pur tenendo alla propria identità, quella israelita, la considerava una conquista. Non pochi membri dei Bensaid si sono uniti in matrimonio con donne cristiane. Lui stesso ha avuto compagna nella vita Michelle, una bella e raffinata parigina. In Jean lo spirito laico non contrastava con la forte impronta delle origini.
Comincio questo ricordo di Jean Daniel, un amico da più di mezzo secolo, perduto da poche ore, ripercorrendo avvenimenti lontani. Cerco così di dare la giusta misura al fatto che i funerali parigini si estendano nella forma ufficiale all'Hotel des Invalides, nel cuore della capitale (dove è tra l'altro sepolto Napoleone primo). All'undicesimo figlio della famiglia di Blida è stato accordato un privilegio riservato a francesi autori di gesta importanti, eroiche, o a presidenti e capi militari.
Sul feretro di Jean Daniel esposto sulla spianata degli Invalidi ci saranno le decorazioni militari e civili. Ci sarà la Croce di guerra avuta come soldato della brigata del generale Leclerc che liberò Parigi dai nazisti nel 1944 e la Legion d'onore ricevuta come giornalista e uomo di lettere. Alcuni presidenti della Repubblica, tra questi François Mitterrand, lo avrebbero voluto nominare ambasciatore di Francia. Carica che lui rifiutò. Il ragazzo di Blida che dormiva nella stessa stanza con i fratelli e i genitori, piccoli commercianti, in una casa modesta ai piedi delle montagne dell'Atlante, ha avuto una lunga e intensa vita.
L'ho incontrato per la prima volta ad Algeri, nel 1958, quando i generali francesi impegnati nella guerra contro il Fronte di Liberazione Nazionale si ribellarono al governo della Quarta Repubblica, giudicato rinunciatario, e favorirono l'ascesa al potere del generale Charles de Gaulle. Contro il quale poi si ribellarono. Jean Daniel lavorava spesso insieme a Tom Brady, inviato del New York Times, e a Italo Pietra, che poi sarebbe diventato direttore del mio giornale d'allora (Il Giorno). Mi univo a loro per proteggere Jean dagli insulti e dagli sgarbi dei francesi d'Algeria che lo consideravano un traditore, poiché i suoi articoli sul settimanale L'Express erano in favore dell'indipendenza algerina. O comunque della formazione di due Stati, uno francese e uno algerino.
Quella di Jean era una posizione abbastanza rara. La folta comunità ebrea contava anche coraggiosi partigiani dell'indipendenza dell'Algeria. Ma la maggioranza aderiva all'Oas, l'organizzazione segreta procoloniale. Più tardi, quando l'indipendenza era ormai imminente, sarebbe fuggita in Francia. La posizione di Jean Daniel era difficile. Coraggiosa. Aveva turbato anche la vecchia amicizia con Albert Camus. Il quale era un "pied noir". Così si chiamavano i francesi d'Algeria. Per molti aspetti Camus era solidale con gli arabi; giovane cronista aveva difeso i loro diritti; ma era anche preoccupato per gli europei, tra i quali c'era sua madre. "Tra gli uni e gli altri preferisco lei", disse una volta il futuro Premio Nobel.
In un libro (Le refuge et la source) Jean Daniel si discosta dalla politica e con stile letterario ricorda la sua Algeria. È un bellissimo racconto. Poetico. L'impegno politico lo porta nel frattempo a prendere il controllo di un settimanale, France Observateur, che ribattezza Nouvel Observateur. Assume alcuni giornalisti amici dell'Express. In particolare K.S. Karol. Il nuovo giornale diventa un punto di riferimento per la sinistra non comunista.
Ha detto Jean Daniel in un'intervista a Le débat: "Prima di essere un figlio dei Lumi, soprattutto di Diderot e del 1789, prima di scoprire Nietzsche, Bergson e Malraux, mi sono formato alla scuola di Gide... Avevo sedici anni e non sono rimasto indifferente (al suo filocomunismo, n.d.r.). Due anni dopo Gide ha pubblicato Retour de Russie. Dove c'era la sua delusione per l'Unione Sovietica, e mi ha insegnato il dubbio, qualunque dubbio. Da allora amo molto la formula di Alain: "Dei miei dubbi ho fatto la mia spada". Gide mi ha dato la curiosità per la differenza e l'alterità".
Jean Daniel ha sempre detto di avere imparato da Valéry che le civiltà sono mortali; da Freud che sono attraversate da malesseri; da Huxley che esse "si dirigono verso il migliore dei mondi"; da Zweig che non rivedremo più il mondo di ieri; da Orwell che Big Brother ci sorveglia sempre e ovunque; da Mendès France che le banche sono sempre più forti degli Stati. E conclude: "Non vi sembra che, grazie a questi concetti, io sia ben armato?".
Il letterato, il pensatore, è anche un cronista che ama seguire da vicino avvenimenti pericolosi. Nel luglio '61, durante giorni di grande violenza in Tunisia, ai confini con l'Algeria, con Charles Guetta, compagno d'armi nella divisione Leclerc durante la Seconda guerra mondiale, attraversa Biserta mentre è in corso una fitta sparatoria. Avvistati da un piccolo aereo, Daniel e Guetta sono investiti da raffiche di mitragliatrice. Jean viene ferito e operato d'urgenza in un vicino ospedale.
Due anni dopo è negli Stati Uniti per un'intervista con Kennedy. È il 1963 e con l'aiuto di Ben Bradlee, futuro direttore del Washingon Post, cerca di accendere un dialogo tra il presidente degli Stati Uniti e Fidel Castro. Il progetto sembra ambizioso. In novembre Jean Daniel è all'Avana dove Fidel lo trattiene per un interminabile colloquio. Jean porta a Cuba un messaggio di Kennedy, ma mentre compie la sua eccezionale missione arriva la notizia dell'assassinio del presidente a Dallas. In Le Temps qui reste il giornalista francese racconta nei dettagli la reazione di Fidel all'attentato al presidente americano. Il reportage gli darà notorietà sulle due sponde dell'Atlantico. Un anno dopo comincia l'impresa di Le Nouvel Observateur.
Il giornalista, la politica, i libri. Quest'ultimi gli hanno fatto dimenticare gli anni. Si sentiva senza età quando rileggeva Tolstoj e quando si chiedeva perché Anna Karenina si era suicidata, e si poneva la stessa domanda per Madame Bovary, o quando ascoltava una sinfonia di Mozart. Era senza età quando il mare blu e profondo lo sommergeva e ascoltava il canto di alcune cantatrici nere. Jean non credeva in Dio: gli faceva il rimprovero di non esistere. Ed era convinto che si debba resistere a tutto ciò che è contrario alla bellezza. Il solo valore ai suoi occhi che conteneva tutti gli altri valori. Vale a dire la Vita, concludeva. In queste ore le sue parole assumono un peso particolare.
Comincio questo ricordo di Jean Daniel, un amico da più di mezzo secolo, perduto da poche ore, ripercorrendo avvenimenti lontani. Cerco così di dare la giusta misura al fatto che i funerali parigini si estendano nella forma ufficiale all'Hotel des Invalides, nel cuore della capitale (dove è tra l'altro sepolto Napoleone primo). All'undicesimo figlio della famiglia di Blida è stato accordato un privilegio riservato a francesi autori di gesta importanti, eroiche, o a presidenti e capi militari.
Sul feretro di Jean Daniel esposto sulla spianata degli Invalidi ci saranno le decorazioni militari e civili. Ci sarà la Croce di guerra avuta come soldato della brigata del generale Leclerc che liberò Parigi dai nazisti nel 1944 e la Legion d'onore ricevuta come giornalista e uomo di lettere. Alcuni presidenti della Repubblica, tra questi François Mitterrand, lo avrebbero voluto nominare ambasciatore di Francia. Carica che lui rifiutò. Il ragazzo di Blida che dormiva nella stessa stanza con i fratelli e i genitori, piccoli commercianti, in una casa modesta ai piedi delle montagne dell'Atlante, ha avuto una lunga e intensa vita.
L'ho incontrato per la prima volta ad Algeri, nel 1958, quando i generali francesi impegnati nella guerra contro il Fronte di Liberazione Nazionale si ribellarono al governo della Quarta Repubblica, giudicato rinunciatario, e favorirono l'ascesa al potere del generale Charles de Gaulle. Contro il quale poi si ribellarono. Jean Daniel lavorava spesso insieme a Tom Brady, inviato del New York Times, e a Italo Pietra, che poi sarebbe diventato direttore del mio giornale d'allora (Il Giorno). Mi univo a loro per proteggere Jean dagli insulti e dagli sgarbi dei francesi d'Algeria che lo consideravano un traditore, poiché i suoi articoli sul settimanale L'Express erano in favore dell'indipendenza algerina. O comunque della formazione di due Stati, uno francese e uno algerino.
Quella di Jean era una posizione abbastanza rara. La folta comunità ebrea contava anche coraggiosi partigiani dell'indipendenza dell'Algeria. Ma la maggioranza aderiva all'Oas, l'organizzazione segreta procoloniale. Più tardi, quando l'indipendenza era ormai imminente, sarebbe fuggita in Francia. La posizione di Jean Daniel era difficile. Coraggiosa. Aveva turbato anche la vecchia amicizia con Albert Camus. Il quale era un "pied noir". Così si chiamavano i francesi d'Algeria. Per molti aspetti Camus era solidale con gli arabi; giovane cronista aveva difeso i loro diritti; ma era anche preoccupato per gli europei, tra i quali c'era sua madre. "Tra gli uni e gli altri preferisco lei", disse una volta il futuro Premio Nobel.
In un libro (Le refuge et la source) Jean Daniel si discosta dalla politica e con stile letterario ricorda la sua Algeria. È un bellissimo racconto. Poetico. L'impegno politico lo porta nel frattempo a prendere il controllo di un settimanale, France Observateur, che ribattezza Nouvel Observateur. Assume alcuni giornalisti amici dell'Express. In particolare K.S. Karol. Il nuovo giornale diventa un punto di riferimento per la sinistra non comunista.
Ha detto Jean Daniel in un'intervista a Le débat: "Prima di essere un figlio dei Lumi, soprattutto di Diderot e del 1789, prima di scoprire Nietzsche, Bergson e Malraux, mi sono formato alla scuola di Gide... Avevo sedici anni e non sono rimasto indifferente (al suo filocomunismo, n.d.r.). Due anni dopo Gide ha pubblicato Retour de Russie. Dove c'era la sua delusione per l'Unione Sovietica, e mi ha insegnato il dubbio, qualunque dubbio. Da allora amo molto la formula di Alain: "Dei miei dubbi ho fatto la mia spada". Gide mi ha dato la curiosità per la differenza e l'alterità".
Jean Daniel ha sempre detto di avere imparato da Valéry che le civiltà sono mortali; da Freud che sono attraversate da malesseri; da Huxley che esse "si dirigono verso il migliore dei mondi"; da Zweig che non rivedremo più il mondo di ieri; da Orwell che Big Brother ci sorveglia sempre e ovunque; da Mendès France che le banche sono sempre più forti degli Stati. E conclude: "Non vi sembra che, grazie a questi concetti, io sia ben armato?".
Il letterato, il pensatore, è anche un cronista che ama seguire da vicino avvenimenti pericolosi. Nel luglio '61, durante giorni di grande violenza in Tunisia, ai confini con l'Algeria, con Charles Guetta, compagno d'armi nella divisione Leclerc durante la Seconda guerra mondiale, attraversa Biserta mentre è in corso una fitta sparatoria. Avvistati da un piccolo aereo, Daniel e Guetta sono investiti da raffiche di mitragliatrice. Jean viene ferito e operato d'urgenza in un vicino ospedale.
Due anni dopo è negli Stati Uniti per un'intervista con Kennedy. È il 1963 e con l'aiuto di Ben Bradlee, futuro direttore del Washingon Post, cerca di accendere un dialogo tra il presidente degli Stati Uniti e Fidel Castro. Il progetto sembra ambizioso. In novembre Jean Daniel è all'Avana dove Fidel lo trattiene per un interminabile colloquio. Jean porta a Cuba un messaggio di Kennedy, ma mentre compie la sua eccezionale missione arriva la notizia dell'assassinio del presidente a Dallas. In Le Temps qui reste il giornalista francese racconta nei dettagli la reazione di Fidel all'attentato al presidente americano. Il reportage gli darà notorietà sulle due sponde dell'Atlantico. Un anno dopo comincia l'impresa di Le Nouvel Observateur.
Il giornalista, la politica, i libri. Quest'ultimi gli hanno fatto dimenticare gli anni. Si sentiva senza età quando rileggeva Tolstoj e quando si chiedeva perché Anna Karenina si era suicidata, e si poneva la stessa domanda per Madame Bovary, o quando ascoltava una sinfonia di Mozart. Era senza età quando il mare blu e profondo lo sommergeva e ascoltava il canto di alcune cantatrici nere. Jean non credeva in Dio: gli faceva il rimprovero di non esistere. Ed era convinto che si debba resistere a tutto ciò che è contrario alla bellezza. Il solo valore ai suoi occhi che conteneva tutti gli altri valori. Vale a dire la Vita, concludeva. In queste ore le sue parole assumono un peso particolare.