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Leonardo Sciascia nella sua casa di Racalmuto (Agf) 

Cambiando il finale a Sciascia

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“La notte della civetta” è il titolo della non fiction con cui Piero Melati ribalta la classica narrazione antimafia sulla Sicilia, dagli anni ’70 a oggi. Con il dilemma: si può riscrivere l’epilogo del capolavoro dello scrittore?
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Da dove cominciare per parlare di un libro che può far male, molto male? Dalla bipolarità di cui soffriamo noi siciliani che amiamo contemporaneamente Sciascia e Falcone? O forse sarebbe meglio inseguire leggende come quella degli "squadroni della morte" che giravano per la città maledetta? Partiamo da "Giovanni" e da "Paolo", idolatrati e per ciò snervati da ipocrisie e cialtronerie che mai conoscono fine o ci dobbiamo semplicemente e dolcemente abbandonare agli inganni della Fata Morgana, che nei giorni di agosto con i suoi miraggi riduce a un catino lo Stretto fra l'isola e il resto del mondo?

Io ho scelto d'iniziare da qui: "Palermo, quando è ai suoi massimi, non si può nemmeno raccontare". Il riferimento è alla cronaca scomparsa di un pomeriggio d'estate del 1985, giorno di caldo bestia e giorno anche dell'omicidio del commissario capo Ninni Cassarà, data che l'aut…
Da dove cominciare per parlare di un libro che può far male, molto male? Dalla bipolarità di cui soffriamo noi siciliani che amiamo contemporaneamente Sciascia e Falcone? O forse sarebbe meglio inseguire leggende come quella degli "squadroni della morte" che giravano per la città maledetta? Partiamo da "Giovanni" e da "Paolo", idolatrati e per ciò snervati da ipocrisie e cialtronerie che mai conoscono fine o ci dobbiamo semplicemente e dolcemente abbandonare agli inganni della Fata Morgana, che nei giorni di agosto con i suoi miraggi riduce a un catino lo Stretto fra l'isola e il resto del mondo?

Io ho scelto d'iniziare da qui: "Palermo, quando è ai suoi massimi, non si può nemmeno raccontare". Il riferimento è alla cronaca scomparsa di un pomeriggio d'estate del 1985, giorno di caldo bestia e giorno anche dell'omicidio del commissario capo Ninni Cassarà, data che l'autore di questo libro ha ben impiantata nella sua memoria (e nella sua carne) e che gli serve non solo per farsi trasportare avanti e indietro nel tempo ma soprattutto per immergersi nel "giardino dei segreti e degli orrori" che è Palermo.

Quel pomeriggio, ai funerali del commissario, erano schierati carabinieri e poliziotti. Ma non contro la mafia, erano in assetto di guerra gli uni contro gli altri, i primi a inseguire i secondi che stavano prendendo d'assalto presidenti e ministri della Repubblica. Notizia mai diventata notizia, nemmeno una breve sui quotidiani.

Una della tante mancanze - chiamiamole così per comodità, vedremo poi che di ben altro si tratta - rintracciate da Piero Melati ne La notte della civetta. Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d'Italia (Zolfo editore, pagg 283, euro 18) che sin dall'inizio dichiara con ostinazione molto sospetta di voler cambiare l'epilogo - tutto a favore della mafia - de Il giorno della civetta dello scrittore di Racalmuto. Se ci riuscirà o meno, scopritelo da soli.

Il libro di Melati - ex giornalista, ci tiene a precisarlo lui stesso con una punta di raffinato compiacimento - è una scossa elettrica ad alta intensità perché oltrepassa i confini educati che vogliono i "buoni" sempre da una parte e i "cattivi" dall'altra, racconta della Sicilia naufragata in un grosso equivoco e di una città - Palermo - svanita e che ha ceduto "il posto alla sua pura narrazione scollegata dai fatti".

Una scrittura colta ed elegante e una lettura che produce ustioni, un rimescolamento che farà agitare e sudare i sacerdoti dell'ortodossia. Finalmente ecco una Palermo che non si nasconde dietro i suoi totem e le sue scatole nere.

C'è una domanda che viene ripetuta ossessivamente pagina dopo pagina e anno dopo anno - nel 1985 della morte del commissario Cassarà, ma anche nel 1992 di Capaci e di via D'Amelio, nel 1987 della sentenza del maxiprocesso, nel 1978 che fu l'anno dell'uccisione di Peppino Impastato - ed è questa: in che momento preciso si è fottuta la Sicilia?

La quarta di copertina è urticante quanto basta: "Quando abbiamo deciso che qualcosa si poteva scrivere e qualcos'altro no? Per il bene supremo della lotta alla mafia, della legalità, dello Stato. Per non attaccare la magistratura, già così esposta, che ha versato il suo tributo di sangue. Per non mettere in difficoltà le forze dell'ordine, che rischiano in prima fila. Per non calunniare gli innocenti. Per non alimentare veleni. Per rispettare il dolore dei parenti. Per non fare il gioco della mafia. C'era sempre un buon motivo".

Falcone e Sciascia, è uno degli assilli di Melati. Scrive: "Tutti noi siciliani viviamo all'ombra di questo comune, inconciliabile magistero, quello del magistrato sacrificatosi nella lotta contro la mafia, e quello dello scrittore che per primo la denuncia... Siamo tutti sciasciani e falconiani, irriducibilmente... Essere così è come tifare ad un tempo Inter e Juventus, è come definirsi insieme razionali e mistici, carnivori e vegani, comunisti e fascisti...".

Una coda del ragionamento ci riporta alla famosa polemica su "I professionisti dell'Antimafia", ferite ancora aperte. Secondo Melati, il bersaglio vero di quell'articolo di Leonardo Sciascia non sarebbe stato Borsellino ma proprio Falcone.

Tutto poi finisce dove naturalmente deve finire: in droga, nella morfina base "lavorata" nei laboratori palermitani, nel "narco-sistema" perfetto che Cosa Nostra costruisce fra il 1970 e il 1980. Colossali guadagni con l'eroina portata ai cugini americani di Cherry Hills e negli stessi anni uno sterminio di ragazzi a Palermo, una generazione cancellata e passata fra le palme di Villa Sperlinga ribattezzata "Villa Siringa" dagli stessi tossici che vi vagavano.

Mafia e droga, il consigliere istruttore Rocco Chinnici che un giorno indagava sulla mafia e l'altro giorno andava nelle scuole a parlare di droga. Chinnici, uno che avrebbe voluto tanto cambiare il finale de Il giorno della civetta ma non gliene diedero il tempo.

La droga che ha fatto ricca, opulenta Palermo. Con Tommaso Buscetta che ha confessato di non averne mai visto un solo grammo (e gli abbiamo creduto!!!), lui il migliore amico di Tanino Badalamenti che probabilmente è stato "il primo vero narcos" apparso sulla terra.

La notte della civetta ci dà un consiglio finale: "Sarebbe il caso di non trattare più la nostra storia come un presepe di Betlemme a Natale. Intoccabile". La citazione che l'accompagna è sempre di Sciascia: quando si perdono di vista i fatti, tutto può accadere.

Il libro. La notte della civetta di Piero Melati (Zolfo, pagg. 283, euro 18). In libreria dal 27 febbraio