Anno bisesto non vi sia funesto
Marino Niola , di MARINO NIOLAA confermare le antiche credenze sull’anno bisestile ecco il coronavirus. Ultima in ordine di tempo di una serie di sfortune: la saggezza popolare non ha mai avuto dubbi sull’influenza negativa esercitata da questa doppia irregolarità del calendario. Coraggio, passerà anche questo
L'anno bisestile stavolta si è presentato come dio comanda. Il coronavirus e le paure che lo accompagnano sembrano proprio voler confermare le antiche credenze che attribuiscono a questa eccezione calendariale tutta una serie di conseguenze calamitose. Prime fra tutte, le epidemie. Ne era convinto il medico quattrocentesco Michele Savonarola, luminare dell’Università di Padova e nonno del famoso Girolamo, uno dei più grandi profeti di sventura della storia.
«Anno bisesto, anno funesto». Ma anche dissesto. E pure molesto. La saggezza popolare non ha mai avuto dubbi sull’influenza negativa esercitata da questa doppia irregolarità del calendario. Che associa un giorno in più ad un mese che ne ha due in meno, come febbraio, storicamente circondato da un’aura sfigata. Forse perché riflette l’idea di un tempo deformato. Allungato e insieme accorciato.
In realtà, questa cattiva fama deriva dalla reputa…
«Anno bisesto, anno funesto». Ma anche dissesto. E pure molesto. La saggezza popolare non ha mai avuto dubbi sull’influenza negativa esercitata da questa doppia irregolarità del calendario. Che associa un giorno in più ad un mese che ne ha due in meno, come febbraio, storicamente circondato da un’aura sfigata. Forse perché riflette l’idea di un tempo deformato. Allungato e insieme accorciato.
In realtà, questa cattiva fama deriva dalla reputa…
L'anno bisestile stavolta si è presentato come dio comanda. Il coronavirus e le paure che lo accompagnano sembrano proprio voler confermare le antiche credenze che attribuiscono a questa eccezione calendariale tutta una serie di conseguenze calamitose. Prime fra tutte, le epidemie. Ne era convinto il medico quattrocentesco Michele Savonarola, luminare dell’Università di Padova e nonno del famoso Girolamo, uno dei più grandi profeti di sventura della storia.
«Anno bisesto, anno funesto». Ma anche dissesto. E pure molesto. La saggezza popolare non ha mai avuto dubbi sull’influenza negativa esercitata da questa doppia irregolarità del calendario. Che associa un giorno in più ad un mese che ne ha due in meno, come febbraio, storicamente circondato da un’aura sfigata. Forse perché riflette l’idea di un tempo deformato. Allungato e insieme accorciato.
In realtà, questa cattiva fama deriva dalla reputazione magica del mese che gli antichi romani consideravano il più compromesso con le potenze delle tenebre. Sin dai tempi di Numa Pompilio, il mitico re che lo introdusse nel calendario, febbraio, dal latino februare che significa purificare, era infatti un momento consacrato ai riti di espiazione in onore di Februus, il dio etrusco della morte e della febbre, nonché alle altre divinità degli inferi. E quando Giulio Cesare inaugurò il nuovo calendario, che da lui prese il nome di giuliano, attribuendo ai mesi il numero di giorni attuale, lasciò a februariusi ventotto originari proprio «perché la religione degli dèi inferi non ne fosse toccata».
Tra questi rituali, due in particolare spiegano l’aura sinistramente sacrale che circonda questo periodo. I Feralia — all’origine del termine ferale — che il ventuno del mese aprivano il varco al ritorno dei morti sulla terra. E il Regifugium, che di lì a poco rievocava la cacciata dei re. Questo rito cadeva nel cosiddetto “dies sextus”, perché precedeva di sei giorni le calende di marzo.
E proprio a questo periodo fatidico Cesare aggiunse un giorno ogni quattro anni. Dovendo però fare i conti con la nota predilezione delle potenze infernali per i numeri pari, i giorni di febbraio dovevano dunque restare ventotto almeno di nome. Allora il fondatore dell’impero se la cavò raddoppiando il giorno sesto. Nasce così il “bis sextus”. Ovvero il bisesto. Che fa quadrare il conto delle stagioni ma introduce nel calendario uno stato di eccezione.
Da questo calcolo dell’incalcolabile deriva quella legittima suspicione verso il febbraio di ventinove giorni, l’ancestrale diffidenza nei confronti di questa sporgenza temporale che, come tutte le protesi, evoca il difetto stesso che corregge. Non a caso anche nell’immaginario dell’Europa moderna gli ultimi giorni del mese più corto vengono chiamati “i giorni della conocchia” e considerati particolarmente malefici. Con ogni probabilità all’origine di questa tradizione c’è la paurosa memoria delle tre Parche, le fatali tessitrici che decidono e recidono il filo della vita. Si credeva che tutte le attività intraprese in quei giorni sarebbero fallite miseramente.
Ecco perché ancora oggi continuiamo ad attribuire un surplus di significato a questa anomalia del tempo. A questo andamento zoppicante che richiede di essere corretto con un artificio che faccia avanzare il calendario con passo cadenzato, mettendogli una stampella.
Non è un caso che i popoli più diversi rappresentino l’alternanza stagionale difettosa come uno zoppicamento che va corretto. Come se ogni tanto l’anno andasse in asincrono e fosse necessario scongiurare questa ferale aritmia con un intervento di ortopedia propiziatoria. Dalla danza claudicante della Cina del tempo che fu, ai saltellamenti descritti negli antichi testi talmudici, fino ai salterelli rituali dell’Europa moderna. Esorcismi ritmici contro l’artrosi del futuro.
Oggi ci siamo liberati dalle credenze dei nostri padri ma non dalle loro diffidenze. Abbiamo tradotto le mitologie antiche in inquietudini moderne. Parenti strette delle superstizioni. Certo bisogna ammettere che gli anni bisestili ce la mettono tutta per meritarsi la cattiva nomea che li circonda. Il loro palmarès negativo annovera sfighe di ogni sorta. Terremoti disastrosi come quelli del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980.
Attentati terroristici sanguinosi come quello di Bologna del 1980, del Rapido 904 del 1984, della stazione madrilena di Atocha nel 2004 e del Lungomare di Nizza nel 2016. E pure le stragi di Capaci e di via d’Amelio, che nel 1992 costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non fecero eccezione alla funesta regola del febbraio aumentato.
Ecco perché nonostante il tempo non sia mai abbastanza, non siamo troppo contenti di avere in agenda quel giorno in più. E se potessimo, il 29 lo metteremmo in quarantena.
«Anno bisesto, anno funesto». Ma anche dissesto. E pure molesto. La saggezza popolare non ha mai avuto dubbi sull’influenza negativa esercitata da questa doppia irregolarità del calendario. Che associa un giorno in più ad un mese che ne ha due in meno, come febbraio, storicamente circondato da un’aura sfigata. Forse perché riflette l’idea di un tempo deformato. Allungato e insieme accorciato.
In realtà, questa cattiva fama deriva dalla reputazione magica del mese che gli antichi romani consideravano il più compromesso con le potenze delle tenebre. Sin dai tempi di Numa Pompilio, il mitico re che lo introdusse nel calendario, febbraio, dal latino februare che significa purificare, era infatti un momento consacrato ai riti di espiazione in onore di Februus, il dio etrusco della morte e della febbre, nonché alle altre divinità degli inferi. E quando Giulio Cesare inaugurò il nuovo calendario, che da lui prese il nome di giuliano, attribuendo ai mesi il numero di giorni attuale, lasciò a februariusi ventotto originari proprio «perché la religione degli dèi inferi non ne fosse toccata».
Tra questi rituali, due in particolare spiegano l’aura sinistramente sacrale che circonda questo periodo. I Feralia — all’origine del termine ferale — che il ventuno del mese aprivano il varco al ritorno dei morti sulla terra. E il Regifugium, che di lì a poco rievocava la cacciata dei re. Questo rito cadeva nel cosiddetto “dies sextus”, perché precedeva di sei giorni le calende di marzo.
E proprio a questo periodo fatidico Cesare aggiunse un giorno ogni quattro anni. Dovendo però fare i conti con la nota predilezione delle potenze infernali per i numeri pari, i giorni di febbraio dovevano dunque restare ventotto almeno di nome. Allora il fondatore dell’impero se la cavò raddoppiando il giorno sesto. Nasce così il “bis sextus”. Ovvero il bisesto. Che fa quadrare il conto delle stagioni ma introduce nel calendario uno stato di eccezione.
Da questo calcolo dell’incalcolabile deriva quella legittima suspicione verso il febbraio di ventinove giorni, l’ancestrale diffidenza nei confronti di questa sporgenza temporale che, come tutte le protesi, evoca il difetto stesso che corregge. Non a caso anche nell’immaginario dell’Europa moderna gli ultimi giorni del mese più corto vengono chiamati “i giorni della conocchia” e considerati particolarmente malefici. Con ogni probabilità all’origine di questa tradizione c’è la paurosa memoria delle tre Parche, le fatali tessitrici che decidono e recidono il filo della vita. Si credeva che tutte le attività intraprese in quei giorni sarebbero fallite miseramente.
Ecco perché ancora oggi continuiamo ad attribuire un surplus di significato a questa anomalia del tempo. A questo andamento zoppicante che richiede di essere corretto con un artificio che faccia avanzare il calendario con passo cadenzato, mettendogli una stampella.
Non è un caso che i popoli più diversi rappresentino l’alternanza stagionale difettosa come uno zoppicamento che va corretto. Come se ogni tanto l’anno andasse in asincrono e fosse necessario scongiurare questa ferale aritmia con un intervento di ortopedia propiziatoria. Dalla danza claudicante della Cina del tempo che fu, ai saltellamenti descritti negli antichi testi talmudici, fino ai salterelli rituali dell’Europa moderna. Esorcismi ritmici contro l’artrosi del futuro.
Oggi ci siamo liberati dalle credenze dei nostri padri ma non dalle loro diffidenze. Abbiamo tradotto le mitologie antiche in inquietudini moderne. Parenti strette delle superstizioni. Certo bisogna ammettere che gli anni bisestili ce la mettono tutta per meritarsi la cattiva nomea che li circonda. Il loro palmarès negativo annovera sfighe di ogni sorta. Terremoti disastrosi come quelli del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980.
Attentati terroristici sanguinosi come quello di Bologna del 1980, del Rapido 904 del 1984, della stazione madrilena di Atocha nel 2004 e del Lungomare di Nizza nel 2016. E pure le stragi di Capaci e di via d’Amelio, che nel 1992 costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non fecero eccezione alla funesta regola del febbraio aumentato.
Ecco perché nonostante il tempo non sia mai abbastanza, non siamo troppo contenti di avere in agenda quel giorno in più. E se potessimo, il 29 lo metteremmo in quarantena.