Il primo indizio arriva già alla quinta riga, dove finisce la prima frase del libro: «... hanno il potere di rendermi maledettamente nervoso». L’avverbio “maledettamente” è uno dei due che, malgrado il loro italianissimo quantitativo di sillabe, ricorrono in traduzioni, pastiche ed emulazioni varie, a cui dovrebbero conferire la connotazione di: “stile americano”.
L’altro avverbio è “fottutamente”, ma Enrico Deaglio non ha sentito il bisogno di usare anche quello per togliere ogni dubbio sul fatto che con questo suo racconto (genere che l’autore da qualche anno ha ripreso ad alternare alla consueta scrittura giornalistica) sta sostanzialmente scherzando. Scherza però con il fuoco: almeno con il fuoco di una sua passione, quella per lo scrittore Jerome David Salinger, la sua opera e soprattutto il suo celebre personaggio Holden Caulfield.
L’ultima moglie di J. D. Salinger è una …
L’altro avverbio è “fottutamente”, ma Enrico Deaglio non ha sentito il bisogno di usare anche quello per togliere ogni dubbio sul fatto che con questo suo racconto (genere che l’autore da qualche anno ha ripreso ad alternare alla consueta scrittura giornalistica) sta sostanzialmente scherzando. Scherza però con il fuoco: almeno con il fuoco di una sua passione, quella per lo scrittore Jerome David Salinger, la sua opera e soprattutto il suo celebre personaggio Holden Caulfield.
L’ultima moglie di J. D. Salinger è una …
Il primo indizio arriva già alla quinta riga, dove finisce la prima frase del libro: «... hanno il potere di rendermi maledettamente nervoso». L’avverbio “maledettamente” è uno dei due che, malgrado il loro italianissimo quantitativo di sillabe, ricorrono in traduzioni, pastiche ed emulazioni varie, a cui dovrebbero conferire la connotazione di: “stile americano”.
L’altro avverbio è “fottutamente”, ma Enrico Deaglio non ha sentito il bisogno di usare anche quello per togliere ogni dubbio sul fatto che con questo suo racconto (genere che l’autore da qualche anno ha ripreso ad alternare alla consueta scrittura giornalistica) sta sostanzialmente scherzando. Scherza però con il fuoco: almeno con il fuoco di una sua passione, quella per lo scrittore Jerome David Salinger, la sua opera e soprattutto il suo celebre personaggio Holden Caulfield.
L’ultima moglie di J. D. Salinger è una farsesca spy-story in cui l’Fbi si preoccupa per i cimeli salingeriani accumulati da una spia russa, ovviamente non solo femmina ma soprattutto fatalissima, e tormenta un letterato perché dica tutto quel che sa. Costui è un professore doverosamente malinconico, devotamente fanatico di Holden ma curiosamente anche molto esperto di italianità un po’ Torino-centrica (il Calvino einaudiano, Fruttero, Platini, le deprecate e irrise scuole di scrittura...).
Con specchiata onestà Deaglio ammette che la passione per Salinger è uno di quei sentimenti in cui entrano sia il fascino planetario che le pagine dell’Holden hanno saputo ispirare sia la gelosa possessività del singolo fanatico. Per ogni fan l’oggetto del proprio amore è solo suo, gli altri non ne capiscono nulla, il loro amore non è meritevole di essere ricambiato dall’oggetto medesimo. Sono i paradossi della cultura di massa: il rapporto che il fanatismo instaura è individuale anche quando il fanatismo è condiviso da un esercito di altri individui (ognuno dei quali è magari altrettanto possessivo).
Holden si trova così coinvolto in milioni di relazioni, ognuna convinta di essere perfettamente monogama. E Salinger? Come esagerano la voce narrante del libro di Deaglio e qualche personaggio, Salinger è «entrato nella psiche degli americani», «è come un paese che ha la bomba atomica, o forse non ce l’ha», anzi è «ben più che aver la bomba atomica». Chi conoscesse un eventuale seguito del libro di Holden avrebbe «il monopolio dei sogni dell’adolescenza del mondo»: «L’opera di J. D. Salinger sta alla pari con quelle cose lì: la guerra di Troia, le sirene, il Partenone».
Ma in realtà non di letteratura si sta parlando, bensì di mass cult e su questo piano il mito di Holden si sostanzia nel sottrarsi del suo autore, la cui assenza trasferisce il culto dal personaggio-scritto al personaggio-scrittore. Salinger è il successo ed è il rifiuto di lucrare su sequel, film e merchandising; è la capacità di attrarre milioni di sguardi ed è la decisione di mantenersi al riparo da loro. È naturale che si arrivi a pensare che successo e romitaggio siano collegati e condividano una medesima causa; è infine conseguente che si cerchi tale causa nella biografia dell’autore.
Così Deaglio inventa una trama che ovviamente si svolge in piena coerenza con ciò che dell’effettiva vita di Salinger si conosce (che è molto poco) e non è del tutto priva di verosimiglianza. Come altri, il suo libro rientra nel genere letterario della “congettura”, un genere che si richiama idealmente a Borges, e in particolare a un Borges letto da Sciascia, ma senza esagerare e senza tentare in alcun modo di sopperire all’inevitabile carenza della potenza visionaria del primo e dell’acume analitico del secondo.
Con il suo andamento svagato e i suoi toni da commedia hard-boiled il racconto evoca però tragedie: i delitti avvenuti sotto l’insegna di Holden (a partire dall’omicidio Lennon, perpetrato da un demente fan non solo di Lennon ma anche di Salinger); il soggiorno di Salinger in Europa, a Vienna e in Germania, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Il nazismo, la guerra, la scoperta dei campi di sterminio, il lavoro di intelligence per la ricostruzione dei crimini nazisti; e poi il modo in cui tutto ciò è comparso nell’opera di J. D. Salinger e soprattutto il modo in cui non vi è comparso. Ciò che l’autore ha scritto e ciò che non ha scritto, o forse ha scritto senza però consentirne la lettura.
Lo sguardo di Deaglio pare molto divertito dal ricorrere nella vicenda salingeriana di questa alternanza (in realtà sconcertante) fra orrori della Storia e civetteria del nascondino. Ma come l’autore afferma nella sua nota finale la sua va letta come «una specie di fantasia-scherzetto». È probabile che della biografia di Salinger non verremo a sapere mai molto di più.
È possibile invece che davvero l’eccentrico scrittore abbia passato trent’anni di silenzio pubblico in alacri scritture private e che davvero i suoi eredi abbiano il mandato (e l’intenzione di adempierlo) di farcele leggere, con il tempo. In fondo alla strada ci aspetta la verità su Salinger o la letteratura delle sue pagine che non abbiamo ancora letto?
Non solo Borges ma anche Sciascia ci hanno suggerito cosa preferire.
Il libro
L’ultima moglie di J.D. Salinger di Enrico Deaglio (Marsilio, pagg. 128, euro 12). Incontro a “Libri Come” (Roma, Auditorium Parco della musica) il 14 marzo alle 16
L’altro avverbio è “fottutamente”, ma Enrico Deaglio non ha sentito il bisogno di usare anche quello per togliere ogni dubbio sul fatto che con questo suo racconto (genere che l’autore da qualche anno ha ripreso ad alternare alla consueta scrittura giornalistica) sta sostanzialmente scherzando. Scherza però con il fuoco: almeno con il fuoco di una sua passione, quella per lo scrittore Jerome David Salinger, la sua opera e soprattutto il suo celebre personaggio Holden Caulfield.
L’ultima moglie di J. D. Salinger è una farsesca spy-story in cui l’Fbi si preoccupa per i cimeli salingeriani accumulati da una spia russa, ovviamente non solo femmina ma soprattutto fatalissima, e tormenta un letterato perché dica tutto quel che sa. Costui è un professore doverosamente malinconico, devotamente fanatico di Holden ma curiosamente anche molto esperto di italianità un po’ Torino-centrica (il Calvino einaudiano, Fruttero, Platini, le deprecate e irrise scuole di scrittura...).
Con specchiata onestà Deaglio ammette che la passione per Salinger è uno di quei sentimenti in cui entrano sia il fascino planetario che le pagine dell’Holden hanno saputo ispirare sia la gelosa possessività del singolo fanatico. Per ogni fan l’oggetto del proprio amore è solo suo, gli altri non ne capiscono nulla, il loro amore non è meritevole di essere ricambiato dall’oggetto medesimo. Sono i paradossi della cultura di massa: il rapporto che il fanatismo instaura è individuale anche quando il fanatismo è condiviso da un esercito di altri individui (ognuno dei quali è magari altrettanto possessivo).
Holden si trova così coinvolto in milioni di relazioni, ognuna convinta di essere perfettamente monogama. E Salinger? Come esagerano la voce narrante del libro di Deaglio e qualche personaggio, Salinger è «entrato nella psiche degli americani», «è come un paese che ha la bomba atomica, o forse non ce l’ha», anzi è «ben più che aver la bomba atomica». Chi conoscesse un eventuale seguito del libro di Holden avrebbe «il monopolio dei sogni dell’adolescenza del mondo»: «L’opera di J. D. Salinger sta alla pari con quelle cose lì: la guerra di Troia, le sirene, il Partenone».
Ma in realtà non di letteratura si sta parlando, bensì di mass cult e su questo piano il mito di Holden si sostanzia nel sottrarsi del suo autore, la cui assenza trasferisce il culto dal personaggio-scritto al personaggio-scrittore. Salinger è il successo ed è il rifiuto di lucrare su sequel, film e merchandising; è la capacità di attrarre milioni di sguardi ed è la decisione di mantenersi al riparo da loro. È naturale che si arrivi a pensare che successo e romitaggio siano collegati e condividano una medesima causa; è infine conseguente che si cerchi tale causa nella biografia dell’autore.
Così Deaglio inventa una trama che ovviamente si svolge in piena coerenza con ciò che dell’effettiva vita di Salinger si conosce (che è molto poco) e non è del tutto priva di verosimiglianza. Come altri, il suo libro rientra nel genere letterario della “congettura”, un genere che si richiama idealmente a Borges, e in particolare a un Borges letto da Sciascia, ma senza esagerare e senza tentare in alcun modo di sopperire all’inevitabile carenza della potenza visionaria del primo e dell’acume analitico del secondo.
Con il suo andamento svagato e i suoi toni da commedia hard-boiled il racconto evoca però tragedie: i delitti avvenuti sotto l’insegna di Holden (a partire dall’omicidio Lennon, perpetrato da un demente fan non solo di Lennon ma anche di Salinger); il soggiorno di Salinger in Europa, a Vienna e in Germania, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Il nazismo, la guerra, la scoperta dei campi di sterminio, il lavoro di intelligence per la ricostruzione dei crimini nazisti; e poi il modo in cui tutto ciò è comparso nell’opera di J. D. Salinger e soprattutto il modo in cui non vi è comparso. Ciò che l’autore ha scritto e ciò che non ha scritto, o forse ha scritto senza però consentirne la lettura.
Lo sguardo di Deaglio pare molto divertito dal ricorrere nella vicenda salingeriana di questa alternanza (in realtà sconcertante) fra orrori della Storia e civetteria del nascondino. Ma come l’autore afferma nella sua nota finale la sua va letta come «una specie di fantasia-scherzetto». È probabile che della biografia di Salinger non verremo a sapere mai molto di più.
È possibile invece che davvero l’eccentrico scrittore abbia passato trent’anni di silenzio pubblico in alacri scritture private e che davvero i suoi eredi abbiano il mandato (e l’intenzione di adempierlo) di farcele leggere, con il tempo. In fondo alla strada ci aspetta la verità su Salinger o la letteratura delle sue pagine che non abbiamo ancora letto?
Non solo Borges ma anche Sciascia ci hanno suggerito cosa preferire.
Il libro
L’ultima moglie di J.D. Salinger di Enrico Deaglio (Marsilio, pagg. 128, euro 12). Incontro a “Libri Come” (Roma, Auditorium Parco della musica) il 14 marzo alle 16