Alberto Ronchey, il cronista eretico
Paolo Garimberti , di PAOLO GARIMBERTIA dieci anni dalla scomparsa un ritratto del grande giornalista. Fu corrispondente dall’estero, direttore di quotidiani, ministro dei Beni culturali. Con un filo conduttore: l’assoluta indipendenza
Alberto Ronchey ha fatto troppe cose nella sua vita per riuscire a raccontarle in modo esaustivo in un solo articolo. Perciò forse conviene, per ricordarlo nel decimo anniversario della sua scomparsa, provare a descrivere le qualità (e anche le manie da inguaribile perfezionista) di un uomo poliedrico attraverso i flash della memoria di chi ha avuto l'opportunità, e nel caso di chi scrive la fortuna, di osservarlo a lungo da vicino soprattutto nel suo essere un maestro di giornalismo nel senso più compiuto della parola.
Ronchey era prima di tutto rigoroso. La chiamava "psicosi dell'accertamento". E l'applicava a se stesso, prima ancora che agli altri. Quando era direttore de La Stampa cominciava a scrivere l'editoriale della domenica il giovedì. Arrivava al giornale con una prima bozza e la sottoponeva al sinedrio: i tre vice direttori (con Carlo Casalegno nacque subito una sintonia politica e intellettuale, che si tradusse…
Ronchey era prima di tutto rigoroso. La chiamava "psicosi dell'accertamento". E l'applicava a se stesso, prima ancora che agli altri. Quando era direttore de La Stampa cominciava a scrivere l'editoriale della domenica il giovedì. Arrivava al giornale con una prima bozza e la sottoponeva al sinedrio: i tre vice direttori (con Carlo Casalegno nacque subito una sintonia politica e intellettuale, che si tradusse…
Alberto Ronchey ha fatto troppe cose nella sua vita per riuscire a raccontarle in modo esaustivo in un solo articolo. Perciò forse conviene, per ricordarlo nel decimo anniversario della sua scomparsa, provare a descrivere le qualità (e anche le manie da inguaribile perfezionista) di un uomo poliedrico attraverso i flash della memoria di chi ha avuto l'opportunità, e nel caso di chi scrive la fortuna, di osservarlo a lungo da vicino soprattutto nel suo essere un maestro di giornalismo nel senso più compiuto della parola.
Ronchey era prima di tutto rigoroso. La chiamava "psicosi dell'accertamento". E l'applicava a se stesso, prima ancora che agli altri. Quando era direttore de La Stampa cominciava a scrivere l'editoriale della domenica il giovedì. Arrivava al giornale con una prima bozza e la sottoponeva al sinedrio: i tre vice direttori (con Carlo Casalegno nacque subito una sintonia politica e intellettuale, che si tradusse nella rubrica "Il nostro Stato") e il caporedattore. Ne raccoglieva le osservazioni, i suggerimenti e il giorno dopo lo riscriveva per intero. Al sabato l'ultima verifica sulla bozza fresca di tipografia per controllare che non ci fossero refusi e nessuno "nero", le interlinee di piombo del tempo.
Detestava la banalità. Preferiva citare l'Oslobodenje di Sarajevo che il New York Times. "È molto più chic - mi rispose una volta che da suo giovane redattore osai chiedergli la ragione - il New York Times lo citano tutti". Scelte che suscitavano le ironie di Mario Melloni, il feroce Fortebraccio dell'Unità, che lo chiamava "Lord Cavoretto", sobborgo della collina torinese, per la sua esterofilia, o più spesso "l'ingegner Ronchey" per la precisione ingegneristica con la quale costruiva i suoi articoli.
Era così già da corrispondente dall'estero e da cronista giramondo. Grisha Rotenberg, un ebreo russo di grande intelligenza e cultura, che era stato il suo assistente a Mosca all'inizio degli anni sessanta, mi descrisse i tormenti di Ronchey quanto gli capitò di raccontare il primo volo di un uomo nello spazio, quello di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Voleva coniugare l'enfasi della Storia con la sobrietà del linguaggio (per non incappare, appunto, nella retorica emotiva) e la completezza dell'informazione. Restò ore a intervistare l'immensa folla radunatasi in Piazza Majakovskij per celebrare e impiegò ore a scrivere l'articolo, tutta la prima pagina de La Stampa del giorno dopo, rischiando l'ora della chiusura. Anni dopo, quando tornò in Urss per un'inchiesta, la prima dopo aver lasciato la direzione a Torino, volle assolutamente l'assistenza di Grisha, nel frattempo passato all'ufficio dell'Ansa, per i suoi incontri, interviste e viaggi interni: "È l'unico che mi dà affidamento, che tradurrà esattamente le mie domande, anche le più scomode, senza farsi intimidire dall'interlocutore come farebbero tutti i russi".
Neanche le definizioni iconoclastiche per le quali è rimasto celebre erano frutto dell'improvvisazione. Le cercava e le elaborava con la pazienza di un entomologo perché fossero le più aderenti ed efficaci possibili. Come "lottizzazione" per la Rai, quando rifiutò nel 1968 di entrare in un consiglio d'amministrazione strutturato per linee partitiche, caratterizzazione rimasta, si può ben dire, nei secoli immutata. O "il fattore K", in un articolo per il Corriere della Sera del 1979 per descrivere l'anomalia italiana di un partito comunista così forte, ma incapace di consentire una reale alternanza di governo. Kappa come "kommunizm" in russo: gli era venuta, mi disse, ripensando a uno slogan che campeggiava su una vecchia fabbrica di Mosca: "Kommunizm eto est" ("il comunismo è questo, potere dei Soviet ed elettrificazione di tutto il Paese").
Con la stessa maniacale attenzione controllava il giornale che dirigeva. Usciva dopo che era stata stampata la prima edizione, con il giornale sottobraccio. Poi da casa, dopo averlo sfogliato tutto, era capace di chiamare per un titolo che non gli piaceva, per un famigerato "nero", appunto, nella quinta colonna di una pagina interna, che solo lui aveva notato. O per una fotografia tagliata male, perché frequentando Il Mondo di Pannunzio gli era venuta una grande passione per la grafica e le foto quadrate le detestava, "sembrano una cartolina ricordo", diceva. Le voleva molto orizzontali o molto verticali, oppure gli piacevano i disegni, naturalmente quelli di David Levine della New York Review of Books, dei quali fece comprare i diritti per l'Italia.
Anche per queste finezze grafiche, e non solo per l'assembramento di firme rinomatissime, Guido Piovene, punta di diamante di una terza pagina di purissimi carati culturali, definì quel giornale, che arrivò a sfidare per tiratura e influenza il "Corrierone" di allora, "un giornale d'autore".
Il rigore che applicava a se stesso lo portava a essere molto esigente con i giornalisti che aveva voluto con sé. Aveva messo insieme una squadra di giovani ventenni ruspanti (da Vittorio Zucconi a Carlo Rossella, eravamo arrivati tutti insieme tra febbraio e giugno del 1969) e di giornalisti già famosi, con la geniale invenzione di Guido Ceronetti. Ma non guardava in faccia a nessuno nella sua ricerca di un giornalismo limpido, incisivo, anti-retorico, molto anglosassone insomma. A Pansa fece riscrivere la seconda puntata di un'inchiestona di terza pagina su Piazza Fontana perché, sue parole, "gli era venuta un po' gonfia". Ad Arrigo Levi, suo amico fraterno dai tempi della comune corrispondenza da Mosca (e poi suo successore nella direzione), cui aveva affidata un'interminabile inchiesta sull'economia mondiale, ogni tanto faceva rifare intere parti di un articolo: "Arrigo scrive troppo facile, troppo in fretta, a volte diventa sciatto". Aveva una grande pazienza didattica, che gli consentiva di allenare i giovani talenti ancora incompiuti e di perfezionare quelli già realizzati.
Il rigore si traduceva anche in un fiera difesa dell'indipendenza del giornalista e dell'autonomia del direttore. Nell'autunno caldo del 1969 a Torino impose una linea di obiettività verso gli operai della Fiat in un durissimo braccio di ferro con il potente capo della cronaca Ferruccio Borio, molto sensibile alla "voce del padrone" e alle indicazioni della famosa e temutissima Maria Rubiolo, "la signorina Rubiolo", che curava le relazioni esterne della Fiat. Borio, già molto seccato con Ronchey che aveva spostato da pagina due la cronaca di Torino (dogma intangibile per il suo predecessore Giulio De Benedetti, che considerava la rubrica "Specchio dei Tempi", dialogo tra lettori e giornale, l'articolo più importante del quotidiano), considerava inaccettabile una linea per lui più degna della concorrente Gazzetta del Popolo o, addirittura, dell'Unità. Ma quando arrivò in redazione una foto dell'Ansa con gli operai della Fiat che leggevano La Stampa, anziché l'Unità, Ronchey celebrò il trionfo della sua autonomia ("una vergogna", si dice che abbia invece commentato acida la "signorina Rubiolo").
Quando l'ambasciatore sovietico a Roma, nell'anno dell'apertura di Togliattigrad, quindi di rapporti molto sensibili tra la Fiat e il Cremlino, andò da Gianni Agnelli a comunicargli la disponibilità di rilasciare un nuovo visto per un corrispondente della Stampa, dopo l'espulsione di Ennio Caretto, Ronchey disse all'Avvocato: "Se l'ambasciatore ha qualcosa da comunicarmi può venire a trovarmi quando vuole". Caretto era stato espulso per articoli sul dissenso (in realtà a Mosca non piacevano gli editoriali di Levi e soprattutto dello stesso Ronchey, che definiva l'Urss "una superpotenza sottosviluppata", un'altra delle sue iconiche definizioni passate alla storia). Il visto toccò a me e Ronchey mi fece penare l'esordio. Aspettava l'occasione di una storia di dissenso, l'arresto dello scienziato Zhores Medvedev, fratello del celebre storico Roy. Accompagnò il mio primo articolo da Mosca con il seguente distico: "Paolo Garimberti inizia la sua corrispondenza da Mosca su un tema sul quale si è conclusa l'esperienza del suo predecessore: il dissenso".
Questa sua passione per le sfide in nome del rigore e dell'autonomia di pensiero lo portò a esperienze che sembravano a lui del tutto inadatte, compresa quella di ministro dei Beni culturali nei governi Amato e Ciampi: "Ho dovuto firmare 17.500 atti amministrativi e 18.690 lettere, rispondendo a 764 interrogazioni parlamentari", raccontò in un libro-intervista con Pierluigi Battista. Ma alla fine fece approvare la legge che aprì per la prima volta all'intervento dei privati nel patrimonio culturale, ancora ricordata come la "legge Ronchey".
Un'altra grande sfida, questa del tutto giornalistica, fu di scrivere per Repubblica, in una rubrica che volle intitolare, significativamente, "Diverso parere", codificando in modo certosino con Scalfari tutte le garanzie sull'intoccabilità dei contenuti. Un suo successore alla direzione della Stampa, Giorgio Fattori, appassionato di calcio, osservò che Ronchey a Repubblica "era come un giocatore inglese in una squadra brasiliana". Ma Ronchey sapeva come imporre il suo modulo: non seguiva la tattica dell'allenatore, giocava sempre la sua partita.
Un convegno per ricordarlo. Il 3 marzo alle ore 18, alla Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica, sede dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (Piazza della Enciclopedia Italiana 4, Roma) si tiene l’incontro “Alberto Ronchey. A dieci anni dalla scomparsa”. Introduce e coordina Giuliano Amato. Partecipano Pierluigi Battista, Paolo Garimberti, Silvia Ronchey. Informazioni su
www.treccani.it/cultura/eventi_sala_igea/
Ronchey era prima di tutto rigoroso. La chiamava "psicosi dell'accertamento". E l'applicava a se stesso, prima ancora che agli altri. Quando era direttore de La Stampa cominciava a scrivere l'editoriale della domenica il giovedì. Arrivava al giornale con una prima bozza e la sottoponeva al sinedrio: i tre vice direttori (con Carlo Casalegno nacque subito una sintonia politica e intellettuale, che si tradusse nella rubrica "Il nostro Stato") e il caporedattore. Ne raccoglieva le osservazioni, i suggerimenti e il giorno dopo lo riscriveva per intero. Al sabato l'ultima verifica sulla bozza fresca di tipografia per controllare che non ci fossero refusi e nessuno "nero", le interlinee di piombo del tempo.
Detestava la banalità. Preferiva citare l'Oslobodenje di Sarajevo che il New York Times. "È molto più chic - mi rispose una volta che da suo giovane redattore osai chiedergli la ragione - il New York Times lo citano tutti". Scelte che suscitavano le ironie di Mario Melloni, il feroce Fortebraccio dell'Unità, che lo chiamava "Lord Cavoretto", sobborgo della collina torinese, per la sua esterofilia, o più spesso "l'ingegner Ronchey" per la precisione ingegneristica con la quale costruiva i suoi articoli.
Era così già da corrispondente dall'estero e da cronista giramondo. Grisha Rotenberg, un ebreo russo di grande intelligenza e cultura, che era stato il suo assistente a Mosca all'inizio degli anni sessanta, mi descrisse i tormenti di Ronchey quanto gli capitò di raccontare il primo volo di un uomo nello spazio, quello di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Voleva coniugare l'enfasi della Storia con la sobrietà del linguaggio (per non incappare, appunto, nella retorica emotiva) e la completezza dell'informazione. Restò ore a intervistare l'immensa folla radunatasi in Piazza Majakovskij per celebrare e impiegò ore a scrivere l'articolo, tutta la prima pagina de La Stampa del giorno dopo, rischiando l'ora della chiusura. Anni dopo, quando tornò in Urss per un'inchiesta, la prima dopo aver lasciato la direzione a Torino, volle assolutamente l'assistenza di Grisha, nel frattempo passato all'ufficio dell'Ansa, per i suoi incontri, interviste e viaggi interni: "È l'unico che mi dà affidamento, che tradurrà esattamente le mie domande, anche le più scomode, senza farsi intimidire dall'interlocutore come farebbero tutti i russi".
Neanche le definizioni iconoclastiche per le quali è rimasto celebre erano frutto dell'improvvisazione. Le cercava e le elaborava con la pazienza di un entomologo perché fossero le più aderenti ed efficaci possibili. Come "lottizzazione" per la Rai, quando rifiutò nel 1968 di entrare in un consiglio d'amministrazione strutturato per linee partitiche, caratterizzazione rimasta, si può ben dire, nei secoli immutata. O "il fattore K", in un articolo per il Corriere della Sera del 1979 per descrivere l'anomalia italiana di un partito comunista così forte, ma incapace di consentire una reale alternanza di governo. Kappa come "kommunizm" in russo: gli era venuta, mi disse, ripensando a uno slogan che campeggiava su una vecchia fabbrica di Mosca: "Kommunizm eto est" ("il comunismo è questo, potere dei Soviet ed elettrificazione di tutto il Paese").
Con la stessa maniacale attenzione controllava il giornale che dirigeva. Usciva dopo che era stata stampata la prima edizione, con il giornale sottobraccio. Poi da casa, dopo averlo sfogliato tutto, era capace di chiamare per un titolo che non gli piaceva, per un famigerato "nero", appunto, nella quinta colonna di una pagina interna, che solo lui aveva notato. O per una fotografia tagliata male, perché frequentando Il Mondo di Pannunzio gli era venuta una grande passione per la grafica e le foto quadrate le detestava, "sembrano una cartolina ricordo", diceva. Le voleva molto orizzontali o molto verticali, oppure gli piacevano i disegni, naturalmente quelli di David Levine della New York Review of Books, dei quali fece comprare i diritti per l'Italia.
Anche per queste finezze grafiche, e non solo per l'assembramento di firme rinomatissime, Guido Piovene, punta di diamante di una terza pagina di purissimi carati culturali, definì quel giornale, che arrivò a sfidare per tiratura e influenza il "Corrierone" di allora, "un giornale d'autore".
Il rigore che applicava a se stesso lo portava a essere molto esigente con i giornalisti che aveva voluto con sé. Aveva messo insieme una squadra di giovani ventenni ruspanti (da Vittorio Zucconi a Carlo Rossella, eravamo arrivati tutti insieme tra febbraio e giugno del 1969) e di giornalisti già famosi, con la geniale invenzione di Guido Ceronetti. Ma non guardava in faccia a nessuno nella sua ricerca di un giornalismo limpido, incisivo, anti-retorico, molto anglosassone insomma. A Pansa fece riscrivere la seconda puntata di un'inchiestona di terza pagina su Piazza Fontana perché, sue parole, "gli era venuta un po' gonfia". Ad Arrigo Levi, suo amico fraterno dai tempi della comune corrispondenza da Mosca (e poi suo successore nella direzione), cui aveva affidata un'interminabile inchiesta sull'economia mondiale, ogni tanto faceva rifare intere parti di un articolo: "Arrigo scrive troppo facile, troppo in fretta, a volte diventa sciatto". Aveva una grande pazienza didattica, che gli consentiva di allenare i giovani talenti ancora incompiuti e di perfezionare quelli già realizzati.
Il rigore si traduceva anche in un fiera difesa dell'indipendenza del giornalista e dell'autonomia del direttore. Nell'autunno caldo del 1969 a Torino impose una linea di obiettività verso gli operai della Fiat in un durissimo braccio di ferro con il potente capo della cronaca Ferruccio Borio, molto sensibile alla "voce del padrone" e alle indicazioni della famosa e temutissima Maria Rubiolo, "la signorina Rubiolo", che curava le relazioni esterne della Fiat. Borio, già molto seccato con Ronchey che aveva spostato da pagina due la cronaca di Torino (dogma intangibile per il suo predecessore Giulio De Benedetti, che considerava la rubrica "Specchio dei Tempi", dialogo tra lettori e giornale, l'articolo più importante del quotidiano), considerava inaccettabile una linea per lui più degna della concorrente Gazzetta del Popolo o, addirittura, dell'Unità. Ma quando arrivò in redazione una foto dell'Ansa con gli operai della Fiat che leggevano La Stampa, anziché l'Unità, Ronchey celebrò il trionfo della sua autonomia ("una vergogna", si dice che abbia invece commentato acida la "signorina Rubiolo").
Quando l'ambasciatore sovietico a Roma, nell'anno dell'apertura di Togliattigrad, quindi di rapporti molto sensibili tra la Fiat e il Cremlino, andò da Gianni Agnelli a comunicargli la disponibilità di rilasciare un nuovo visto per un corrispondente della Stampa, dopo l'espulsione di Ennio Caretto, Ronchey disse all'Avvocato: "Se l'ambasciatore ha qualcosa da comunicarmi può venire a trovarmi quando vuole". Caretto era stato espulso per articoli sul dissenso (in realtà a Mosca non piacevano gli editoriali di Levi e soprattutto dello stesso Ronchey, che definiva l'Urss "una superpotenza sottosviluppata", un'altra delle sue iconiche definizioni passate alla storia). Il visto toccò a me e Ronchey mi fece penare l'esordio. Aspettava l'occasione di una storia di dissenso, l'arresto dello scienziato Zhores Medvedev, fratello del celebre storico Roy. Accompagnò il mio primo articolo da Mosca con il seguente distico: "Paolo Garimberti inizia la sua corrispondenza da Mosca su un tema sul quale si è conclusa l'esperienza del suo predecessore: il dissenso".
Questa sua passione per le sfide in nome del rigore e dell'autonomia di pensiero lo portò a esperienze che sembravano a lui del tutto inadatte, compresa quella di ministro dei Beni culturali nei governi Amato e Ciampi: "Ho dovuto firmare 17.500 atti amministrativi e 18.690 lettere, rispondendo a 764 interrogazioni parlamentari", raccontò in un libro-intervista con Pierluigi Battista. Ma alla fine fece approvare la legge che aprì per la prima volta all'intervento dei privati nel patrimonio culturale, ancora ricordata come la "legge Ronchey".
Un'altra grande sfida, questa del tutto giornalistica, fu di scrivere per Repubblica, in una rubrica che volle intitolare, significativamente, "Diverso parere", codificando in modo certosino con Scalfari tutte le garanzie sull'intoccabilità dei contenuti. Un suo successore alla direzione della Stampa, Giorgio Fattori, appassionato di calcio, osservò che Ronchey a Repubblica "era come un giocatore inglese in una squadra brasiliana". Ma Ronchey sapeva come imporre il suo modulo: non seguiva la tattica dell'allenatore, giocava sempre la sua partita.
Un convegno per ricordarlo. Il 3 marzo alle ore 18, alla Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica, sede dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (Piazza della Enciclopedia Italiana 4, Roma) si tiene l’incontro “Alberto Ronchey. A dieci anni dalla scomparsa”. Introduce e coordina Giuliano Amato. Partecipano Pierluigi Battista, Paolo Garimberti, Silvia Ronchey. Informazioni su
www.treccani.it/cultura/eventi_sala_igea/