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Rebecca Solnit 

Rebecca la paladina

Idolatrata e criticata. Dalla parte delle ragazze e fustigatrice di maschi. Ritratto della Solnit, la femminista americana che parla ai millennial
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Molte - ma anche molti, in genere giovani, anche etero - pensano a Rebecca Solnit con la riconoscenza riservata agli scienziati che isolano un virus. Brutto, molesto, notoriamente pandemico. È il virus del mansplaining, della tendenza maschile a spiegare alle donne, a cercare di controllarle trattandole, a priori, da incompetenti. Solnit lo ha descritto in un saggio scritto di getto nel 2008 in una mattina di pessimo umore, pubblicato online e subito virale, diventato un bestseller.

Men Explain Things To Me (Gli uomini mi spiegano le cose, Ponte alle Grazie) è da allora un testo base del femminismo pop e non, e una bibbia delle ragazze aggiornate. Quelle che la scrittrice di San Francisco elogia nel suo libro appena uscito, Recollections of a Non-Existance (Haymarket Books); per "la nuova lucidità, la consapevolezza dei propri diritti e bisogni" che da una decina d'anni non la fa più sentire "una femminista solitaria".

La ballerina…
Molte - ma anche molti, in genere giovani, anche etero - pensano a Rebecca Solnit con la riconoscenza riservata agli scienziati che isolano un virus. Brutto, molesto, notoriamente pandemico. È il virus del mansplaining, della tendenza maschile a spiegare alle donne, a cercare di controllarle trattandole, a priori, da incompetenti. Solnit lo ha descritto in un saggio scritto di getto nel 2008 in una mattina di pessimo umore, pubblicato online e subito virale, diventato un bestseller.

Men Explain Things To Me (Gli uomini mi spiegano le cose, Ponte alle Grazie) è da allora un testo base del femminismo pop e non, e una bibbia delle ragazze aggiornate. Quelle che la scrittrice di San Francisco elogia nel suo libro appena uscito, Recollections of a Non-Existance (Haymarket Books); per "la nuova lucidità, la consapevolezza dei propri diritti e bisogni" che da una decina d'anni non la fa più sentire "una femminista solitaria".

La ballerina morta
Il libro è una quasi autobiografia; racconta la sua formazione di scrittrice, femminista, ambientalista, attivista; per inclinazione e scelta, le relazioni sentimentali e familiari vengono citate en passant. Lo leggono le giovani ma parla alle più vecchie: Solnit, come quasi tutte le coetanee (è del 1961, cresciuta in un sobborgo californiano con padre violento e madre zittita) ha vissuto buona parte della sua vita in condizioni di inconsapevolezza indotta, tra uomini paternalisti e/o viscidi e/o sprezzanti e/o che ti ignorano. Come tante guarda indietro e si sente un'imbecille e si vergogna.

Lei non lo dice così: "Parte di quel che ti tiene su quella sedia in quella stanza a sopportare molestie o abusi da uomo è l'avere come donna raramente visto un finale diverso. Nei romanzi che hai letto, nei film che hai visto, nelle storie che ti hanno raccontato da quando sei nata". E così "Alcune donne più anziane sono così assuefatte al patriarcato che non riescono a rompere il circolo vizioso del "non è così grave/non essere lagnosa" e ad ammettere che sì, è una merda, e ha conseguenze". Non evitabili neanche provando a ingentilirsi con abitini in tulle. Solnit lo faceva da giovane, li chiama "outfit da ballerina morta".

La santa online
Alcune autrici femministe la accusano di semplicismo, di rimasticazione di idee note. Citano i tanti selfie sui social con copie di Men Explain Things To Me, e la trattano da mezza Kardashian della pamphlettistica. Ma forse il successo di Solnit, che non è simpatica e non sorride, viene da non essere una femminista di professione: ma una scrittrice idiosincratica, colta e curiosissima. Diventata "santa patrona degli estremamente online", femministe, ambientalisti, attivisti progressisti dopo una vita da decatleta della saggistica: ha scritto libri di storia del West, di fotografia, sui cambiamenti climatici, sugli artisti bear, degli atlanti urbani.

Il suo capolavoro è il poderoso Wanderlust (Storia del camminare, Bruno Mondadori). Il libretto che l'ha proclamata "Voice of the Resistance" è Hope in the Dark, "speranza nel buio", scritto ai tempi di George W. Bush. Nel 2016, dopo l'elezione di Donald Trump, Solnit lo postò su Facebook, da lì è diventato un bestseller. E però "che le commentatrici donne ci piacciono se fanno le mercanti di speranza è inquietante", critica un'altra scrittrice, Vivian Gornick. Ed è un'obiezione da sinistra. Da più a destra, arriva qualche non insensata presa in giro. Per il suo sussiego, lo sloganismo emozionale, la svagatezza da intellettuale hippie. "La sua scrittura è profondamente psicologica; parla del "sentire" le cose e inveisce spesso contro "la tirannia del quantificabile"", riferiva Rana Foroohar sul Financial Times. D'altra parte, Solnit si occupa di cose difficili da quantificare.

Kerouac e i cowboy
L'ultima, su cui la intervistano ora (per chi ascolta podcast: è alla New Yorker Radio Hour e all'Ezra Klein Show) è la sentenza di colpevolezza per Harvey Weinstein. Per Solnit, la condanna del produttore è uno spartiacque, il #MeToo ha dato alle donne la voce da sempre soppressa - il soggetto dell'ultimo libro - ma è solo un inizio. Ne parla con frasi da Baci Perugina femministi però un po' veri ("la violenza di genere è ambientale. Ti succede anche quando non ti succede"). Poi nota che i Weinstein e i Trump, hanno "il potere di dettare la realtà"; che gli accusati del #MeToo sono anche "i creatori della nostra cultura".

Di altri creatori parla Solnit nell'ultimo libro. Di Lawrence Ferlinghetti che le pubblica un libro ma non ritiene necessario salutarla; di Jack Kerouac che in un filmino d'epoca gioca ai cowboy a una festa e va via lasciando all'artista padrona di casa i piatti da lavare. Ferlinghetti e la sua libreria City Lights sono ancora in piedi. San Francisco è cambiata, per via degli Zuckerberg e i Dorsey che "sono più o meno il Male" e dei loro techies: "I nostri ricchi sono più ricchi. I nostri senzacasa sono più disperati. I nostri hipster sono più pretenziosi". Pessimista sulla città, la "Cassandra della sinistra", in questi giorni triste su Facebook per le sconfitte di Elizabeth Warren, è ottimista sulle più giovani: "Le generazioni precedenti hanno piantato dei semi, ma loro sono il bellissimo raccolto. Loro sono la vittoria" (i detrattori dicono che Solnit ha successo perché dice a donne e americani liberal le cose che vogliono sentire; non è peccato volerle sentire, magari).