In edicola con Repubblica il libro che Michela Murgia e Chiara Tagliaferri hanno dedicato a dieci donne “eretiche” di varie epoche. Intitolandolo alla mitica sorellastra di Re Artù. Ci sono le sante, come Caterina da Siena, ma anche le dee profane come Moana Pozzi, protagoniste “scomode” dei loro tempi, sempre un passo avanti
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Cosa ci fanno insieme la santa Caterina da Siena e la profanissima Moana? L’enfant prodige Shirley Temple, per tutti Riccioli d’oro, e la prima donna premio Pritzker, equivalente del Nobel in architettura, Zaha Hadid? Sicuramente sono donne che di limiti ne hanno superati parecchi, abbattendo barriere e smontando pregiudizi grazie alla determinazione e al coraggio di essere se stesse. A loro e ad altre sei «ragazze che tua madre non approverebbe», come recita l’esplicito sottotitolo, Michela Murgia ha dedicato un libro, che è andato molto bene in classifica nei mesi scorsi e che da sabato 7 marzo è in edicola con Repubblica, a 9,90 euro più il prezzo del giornale.
Come tirare fuori la "Morgana" che è in voi: la ricetta per donne ribelli di Michela Murgia
Morgana — un po’ romanzo, un po’ biografia ricavata dall’attenta lettura dei diari e delle autobiografie, ove esistenti, delle protagoniste — scritto a quattro mani con Chiara Tagliaferri, autrice radiofonica che ha lavorato anche con Serena Dandini, è tratto dal podcast “Morgana” di Storielibere.fm, dove la stessa Murgia racconta le storie di personaggi femminili che hanno contribuito a cambiare il mondo. Non modelli in assoluto positivi, sia ben chiaro: ecco il motivo per cui alla madre di una ragazza di oggi potrebbero non piacere. Ma comunque audaci, fuori dagli schemi, di più: «Disobbedienti, strane, esagerate» le dipingono le autrici. Donne che ben incarnano il personaggio leggendario di Morgana, che dà il titolo al libro, mitologica figura del ciclo arturiano, quella sorella(stra) potente e pericolosa del re della Tavola Rotonda che tutti conosciamo.
Murgia e Tagliaferri ne hanno scelto dieci, che dal podcast sono passate alla carta. Vediamone alcune. La prima Morgana con cui facciamo conoscenza è Moana Pozzi, «una figlia che è una bomba a orologeria», a cui Genova va stretta e appena compie diciotto anni scappa a Roma: «Se ti piace una cosa, può scendere anche Gesù Cristo a dirti che non va bene, ma se a te piace, basta, non c’è altro da fare» sarà il suo motto. In un mondo binario «dove puoi essere solo santa o puttana», lei diventa la Giovanna d’Arco dell’amore (e del sesso) libero e finisce anche in politica. La rivoluzionaria, spregiudicatissima Moana, raccontano le autrici, legge molto: da Moravia a Poe, passando per Anaïs Nin e Marguerite Yourcenar. Eppure questo non le eviterà di suscitare pruriti anche da morta, se nel 2016 la Disney si trova costretta a cambiare in corsa il nome dell’eroina del film Oceania da Moana a Vaiana.
All’estremo opposto, tra queste dieci Morgane una santa la troviamo sul serio: una donna con un giglio in una mano e un libro nell’altra, simboli della purezza e della dottrina, che in quel Trecento, in cui sulla scena si affermano senza problemi un Dante o un Giotto, a Siena passa per pazza, o strega. Caterina di Jacopo di Benincasa, questo il suo nome completo, «non gioca, non fila e non cuce», l’unica cosa che chiede è di poter stare da sola e avere un rifugio. Virginia Woolf sarebbe nata oltre 500 anni dopo, ma la tenace adolescente senese aveva già trovato il coraggio di dichiarare il bisogno di una “stanza tutta per sé”.
La determinazione nel perseguire i propri obiettivi è sicuramente il filo rosso che lega queste protagoniste “scomode”: dalla regina del circo che ha fatto sognare generazioni di italiani, Moira Orfei, «che da bambina si chiamava Miranda ma tutti chiamano Mora per via della carnagione e dei capelli neri» e che negli anni Sessanta, scoprendola per il cinema, Dino De Laurentiis ribattezza Moira, aggiungendole quella “i” per renderla più esotica, alla «guerriera della performance» Marina Abramovic che con un corpo — il suo — messo a dura prova, trattato come un qualunque materiale, ha frantumato schemi e convenzioni, creando con una sfinente performance al MoMA un interesse mai visto per l’arte contemporanea.
L’hanno definita in molti modi: presuntuosa, masochista, sciamana. Ma quello che la Abramovic fa con l’arte altre lo han fatto prima di lei in altri modi, per esempio le tre sorelle Brontë — Emily, Charlotte e Anne — con la scrittura, pioniere inconsapevoli in piena epoca vittoriana: spingere sempre oltre le cose, spostare i confini in cui la donna era relegata fino a quel momento, influenzando le generazioni successive, fino a noi. Che è in fondo il messaggio che il libro vuole dare.