«Eravamo entrambi eccentrici e anticonformisti, ciascuno a modo suo». Eugenio Scalfari ricorda la sua lunga amicizia con Alberto Arbasino, scomparso ieri a Milano all’età di novant’anni. Un sodalizio nato negli anni Cinquanta in via Veneto e proseguito nelle redazioni dell’Espresso e di Repubblica: tra battaglie civili e culturali, impertinenze e irriverenze, un gran divertimento e un affetto che non finisce.
Direttore Scalfari, con Arbasino vi conoscevate fin dai tempi del “Mondo”.
«Alberto faceva parte della famiglia intellettuale che ruotava intorno a Mario Pannunzio. Colpiva già allora per il suo spirito singolare e imprevedibile. Era già un dissacratore molto vivace. E si annunciava come il mattatore del nuovo decennio».
In “La sera andavamo in via Veneto” racconti un gioco che facevate anche con lui.
«Nelle lunghe serate estive stabilivamo quali tra i personaggi conosciuti fossero adatti a passare dieci giorni in una ville d’eau sul genere di Marienbad. La selezione era rigorosa. Pannunzio sì, Arrigo Benedetti no. Su Arbasino eravamo incerti».
Perché?
«Nel nostro gruppo l’omosessualità non esisteva. E a Pannunzio quella di Alberto un po’ dava noia. Ma io con Arbasino non ho mai avuto problemi: forse era l’unico tratto di diversità, in una sintonia culturale e politica che è rimasta molto forte».
Che cosa ti colpiva del suo profilo intellettuale?
«Il gioco di continui rovesciamenti a cui si prestava la sua scrittura, in una vertiginosa alternanza di luce e negatività. Alberto era capace di infiorettare la “merda”, come la chiamava lui. Nelle sue pagine l’Italia era ritratta come un secchio di spazzatura da cui però nascevano costantemente nuovi frutti».
In un profilo autobiografico ha scritto che aveva sempre la tentazione di vivere come se… “come se la nostra fosse una società civilissima, illuminata e cosmopolita”.
«Agiva in lui una coscienza civile molto forte, che illuminava ogni sua battaglia d’avanguardia. Nel 1963 il suo Fratelli d’Italia rappresentò una rivoluzione nella scena letteraria, mandando all’aria codici narrativi tradizionali».
Quello stesso anno nasceva il Gruppo 63, la neoavanguardia.
«Alberto era uno dei capifila. Volevano smontare e dissacrare il romanzo come allora veniva confezionato dai Moravia e dai Bassani. Ricordo ancora Moravia in lacrime al famoso convegno di Palermo. All’Espresso discutemmo su quale dovesse essere l’atteggiamento del nostro giornale di fronte a quel fiume di polemiche. E per non scontentare nessuno, insieme ai collaboratori più tradizionalisti, aprimmo le porte ai più talentuosi del Gruppo 63 e quindi a Umberto Eco, a Giorgio Manganelli e naturalmente ad Arbasino».
Com’erano i vostri rapporti?
«Molto buoni. Eravamo entrambi eccentrici, anche se ciascuno lo era a modo suo. Ci divertivamo nel prendere in giro i conformismi e le genuflessioni verso il potere, di qualsiasi genere. A questo spirito irriverente erano improntate le nostre conversazioni: anche tra noi valeva il principio della provocazione e della contraddizione. Poi Alberto era un uomo spiritosissimo».
C’era confidenza tra voi?
«No, non direi. Sul rapporto intimo prevaleva l’intesa politica e intellettuale. Alberto faceva la sua battaglia culturale per svecchiare e sprovincializzare un paese ristagnante. E io da direttore ed editore lo sentivo molto vicino».
Tu eri più grande di qualche anno e ricoprivi un ruolo di potere. Influiva questo nei vostri rapporti?
«No. All’epoca avevamo tutti l’esatta percezione dei diversi ruoli, ma questo non aveva niente a che vedere con la qualità dei rapporti. Penso alla mia amicizia con Guido Carli: lui era il Governatore della Banca d’Italia, ma questo non ci impediva di coltivare complicità su cui ora non mi soffermo».
Nel 1976 la firma di Arbasino compare sul primo numero di Repubblica: è la spalla del paginone culturale con un’intervista a Bernardo Bertolucci.
«Alberto lasciò il Corriere della Sera per salire sulla nostra nave corsara, ma la cosa non mi sorprese affatto».
Fu coraggioso, visto che allora non si potevano immaginare gli esiti dell’impresa.
«Ma Arbasino era uno che andava controcorrente e il suo passaggio da via Solferino a piazza Indipendenza era nel segno di questa sua natura poco conformista. Sapeva che Repubblica sarebbe stata la casa ideale per raccontare le contraddizioni della società italiana».
Fosti tu a cercarlo?
«Ora non ricordo se fui io a prendere l’iniziativa o fu lui a farmi sapere che era pronto a salpare. Però ho come un flash nella memoria: lui che mi dice: “Eugenio, si dice in giro che tu abbia reagito alla mia sollecitazione con qualche diffidenza”. E io: “La mia diffidenza era legata al fatto che tardassi a venire…”».
Per riconoscenza gli lasciasti ampio spazio e ampia libertà. Fu tra i primi a occupare da solo l’intero paginone della Cultura. E i temi li decideva sempre lui.
«Sì, era incontenibile. Scriveva straordinari reportage tra musica, teatro, arte e letteratura. Era coltissimo ma non c’era mai polvere sulla sua sterminata erudizione. Anche la conversazione era sempre molto piacevole, leggera e priva di esibizioni».
I suoi articoli richiedevano due redattori per doppio controllo. Tra giochi di parole e riferimenti alti, poteva scappare il refuso.
«Anche la sua scrittura portava il segno della novità. Non c’era mai niente di sistematico o serioso, ma preferiva l’andamento rapsodico e aforistico».
Nel 1978 ci fu il sequestro di Moro. Arbasino ne colse immediatamente la portata drammatica.
«Si mise a scrivere di getto una sorta di diario, raccontando il paese in tutta la sua varietà antropologica: gli indifferenti, i ricchi attenti solo al particulare, i cittadini partecipi, le feroci bande armate e le bande della musica pop. Ne sarebbe scaturito il libro In questo Stato, che è forse l’esempio più alto di quel gioco di rovesciamenti di cui parlavo all’inizio».
Ti capitava di incontrarlo fuori dal giornale?
«Sì, lo vedevo spesso a casa della nostra comune amica Bianchina Riccio. Qualche volta mi capitava di incontrarlo al ristorante Bolognese, in piazza del Popolo, insieme al suo compagno milanese che contrastava con l’aspetto gentile di Arbasino per il piglio molto mascolino. Avevano l’abitudine di cenare presto e prima di andarsene Alberto si fermava al mio tavolo per una battuta cortese. Lo faceva con tutte le persone conosciute sedute in sala. Aveva cura delle relazioni, mai distratto».
Come sono stati gli ultimi anni?
«Tristi. Alberto non era più lui, appannato nella parole e nel pensiero. Andai a trovarlo un pomeriggio nella sua casa a due passi da piazzale Flaminio, mi salutò con un suo tipico gesto della mano, poi mi disse: grazie, grazie. Quella ripetizione nell’ultimo periodo era diventato un suo vezzo. Grazie, grazie. In realtà sono io grato a lui per lo splendido viaggio fatto insieme».
Direttore Scalfari, con Arbasino vi conoscevate fin dai tempi del “Mondo”.
«Alberto faceva parte della famiglia intellettuale che ruotava intorno a Mario Pannunzio. Colpiva già allora per il suo spirito singolare e imprevedibile. Era già un dissacratore molto vivace. E si annunciava come il mattatore del nuovo decennio».
In “La sera andavamo in via Veneto” racconti un gioco che facevate anche con lui.
«Nelle lunghe serate estive stabilivamo quali tra i personaggi conosciuti fossero adatti a passare dieci giorni in una ville d’eau sul genere di Marienbad. La selezione era rigorosa. Pannunzio sì, Arrigo Benedetti no. Su Arbasino eravamo incerti».
Perché?
«Nel nostro gruppo l’omosessualità non esisteva. E a Pannunzio quella di Alberto un po’ dava noia. Ma io con Arbasino non ho mai avuto problemi: forse era l’unico tratto di diversità, in una sintonia culturale e politica che è rimasta molto forte».
Che cosa ti colpiva del suo profilo intellettuale?
«Il gioco di continui rovesciamenti a cui si prestava la sua scrittura, in una vertiginosa alternanza di luce e negatività. Alberto era capace di infiorettare la “merda”, come la chiamava lui. Nelle sue pagine l’Italia era ritratta come un secchio di spazzatura da cui però nascevano costantemente nuovi frutti».
In un profilo autobiografico ha scritto che aveva sempre la tentazione di vivere come se… “come se la nostra fosse una società civilissima, illuminata e cosmopolita”.
«Agiva in lui una coscienza civile molto forte, che illuminava ogni sua battaglia d’avanguardia. Nel 1963 il suo Fratelli d’Italia rappresentò una rivoluzione nella scena letteraria, mandando all’aria codici narrativi tradizionali».
Quello stesso anno nasceva il Gruppo 63, la neoavanguardia.
«Alberto era uno dei capifila. Volevano smontare e dissacrare il romanzo come allora veniva confezionato dai Moravia e dai Bassani. Ricordo ancora Moravia in lacrime al famoso convegno di Palermo. All’Espresso discutemmo su quale dovesse essere l’atteggiamento del nostro giornale di fronte a quel fiume di polemiche. E per non scontentare nessuno, insieme ai collaboratori più tradizionalisti, aprimmo le porte ai più talentuosi del Gruppo 63 e quindi a Umberto Eco, a Giorgio Manganelli e naturalmente ad Arbasino».
Com’erano i vostri rapporti?
«Molto buoni. Eravamo entrambi eccentrici, anche se ciascuno lo era a modo suo. Ci divertivamo nel prendere in giro i conformismi e le genuflessioni verso il potere, di qualsiasi genere. A questo spirito irriverente erano improntate le nostre conversazioni: anche tra noi valeva il principio della provocazione e della contraddizione. Poi Alberto era un uomo spiritosissimo».
C’era confidenza tra voi?
«No, non direi. Sul rapporto intimo prevaleva l’intesa politica e intellettuale. Alberto faceva la sua battaglia culturale per svecchiare e sprovincializzare un paese ristagnante. E io da direttore ed editore lo sentivo molto vicino».
Tu eri più grande di qualche anno e ricoprivi un ruolo di potere. Influiva questo nei vostri rapporti?
«No. All’epoca avevamo tutti l’esatta percezione dei diversi ruoli, ma questo non aveva niente a che vedere con la qualità dei rapporti. Penso alla mia amicizia con Guido Carli: lui era il Governatore della Banca d’Italia, ma questo non ci impediva di coltivare complicità su cui ora non mi soffermo».
Nel 1976 la firma di Arbasino compare sul primo numero di Repubblica: è la spalla del paginone culturale con un’intervista a Bernardo Bertolucci.
«Alberto lasciò il Corriere della Sera per salire sulla nostra nave corsara, ma la cosa non mi sorprese affatto».
Fu coraggioso, visto che allora non si potevano immaginare gli esiti dell’impresa.
«Ma Arbasino era uno che andava controcorrente e il suo passaggio da via Solferino a piazza Indipendenza era nel segno di questa sua natura poco conformista. Sapeva che Repubblica sarebbe stata la casa ideale per raccontare le contraddizioni della società italiana».
Fosti tu a cercarlo?
«Ora non ricordo se fui io a prendere l’iniziativa o fu lui a farmi sapere che era pronto a salpare. Però ho come un flash nella memoria: lui che mi dice: “Eugenio, si dice in giro che tu abbia reagito alla mia sollecitazione con qualche diffidenza”. E io: “La mia diffidenza era legata al fatto che tardassi a venire…”».
Per riconoscenza gli lasciasti ampio spazio e ampia libertà. Fu tra i primi a occupare da solo l’intero paginone della Cultura. E i temi li decideva sempre lui.
«Sì, era incontenibile. Scriveva straordinari reportage tra musica, teatro, arte e letteratura. Era coltissimo ma non c’era mai polvere sulla sua sterminata erudizione. Anche la conversazione era sempre molto piacevole, leggera e priva di esibizioni».
I suoi articoli richiedevano due redattori per doppio controllo. Tra giochi di parole e riferimenti alti, poteva scappare il refuso.
«Anche la sua scrittura portava il segno della novità. Non c’era mai niente di sistematico o serioso, ma preferiva l’andamento rapsodico e aforistico».
Nel 1978 ci fu il sequestro di Moro. Arbasino ne colse immediatamente la portata drammatica.
«Si mise a scrivere di getto una sorta di diario, raccontando il paese in tutta la sua varietà antropologica: gli indifferenti, i ricchi attenti solo al particulare, i cittadini partecipi, le feroci bande armate e le bande della musica pop. Ne sarebbe scaturito il libro In questo Stato, che è forse l’esempio più alto di quel gioco di rovesciamenti di cui parlavo all’inizio».
Ti capitava di incontrarlo fuori dal giornale?
«Sì, lo vedevo spesso a casa della nostra comune amica Bianchina Riccio. Qualche volta mi capitava di incontrarlo al ristorante Bolognese, in piazza del Popolo, insieme al suo compagno milanese che contrastava con l’aspetto gentile di Arbasino per il piglio molto mascolino. Avevano l’abitudine di cenare presto e prima di andarsene Alberto si fermava al mio tavolo per una battuta cortese. Lo faceva con tutte le persone conosciute sedute in sala. Aveva cura delle relazioni, mai distratto».
Come sono stati gli ultimi anni?
«Tristi. Alberto non era più lui, appannato nella parole e nel pensiero. Andai a trovarlo un pomeriggio nella sua casa a due passi da piazzale Flaminio, mi salutò con un suo tipico gesto della mano, poi mi disse: grazie, grazie. Quella ripetizione nell’ultimo periodo era diventato un suo vezzo. Grazie, grazie. In realtà sono io grato a lui per lo splendido viaggio fatto insieme».