Arbasino: Giacometti, Rilke e il risotto di Balthus
Alberto Arbasino , di ALBERTO ARBASINOE poi le arature, le fonti, le pecorelle, le commoventi raccolte di patate dipinte da Segantini
Che magnifica e inaspettata ventura. Due ragazzini — Pierre Klossowski e Balthus — affidati per le vacanze estive dalla mamma Baladine a un illustre poeta tedesco, e anche prosatore: Rainer M. Rilke. 1919: ospiti a Soglio, in Val Bregaglia, di un conte Salis proprietario di una metà del palazzo avito, già albergo allora. E forse qualche rinvio, adesso, ad alcune importanti e attuali mostre milanesi. Insomma, Baladine Klossowski consegna i piccini al poeta, senza soldi. E dunque, si rifiuta in partenza la costosa Sankt Moritz. Nonché Pontresina, Celerina, e tutta la Val Bernina con i suoi percorsi orizzontali. Tutto uno sci da sogno: anche estivo.
La funicolare del Muottas Muragl, le tante seggiovie... E la casetta di Nietzsche a Sils-Maria. Forse già quel cospicuo Museo Segantini a St. Moritz?
Avrà fatto dei commenti, con quei piccini, il poeta?
Giù giù per quelle curve strettissime, sotto il Maloja, Soglio non si vede da…
La funicolare del Muottas Muragl, le tante seggiovie... E la casetta di Nietzsche a Sils-Maria. Forse già quel cospicuo Museo Segantini a St. Moritz?
Avrà fatto dei commenti, con quei piccini, il poeta?
Giù giù per quelle curve strettissime, sotto il Maloja, Soglio non si vede da…
Che magnifica e inaspettata ventura. Due ragazzini — Pierre Klossowski e Balthus — affidati per le vacanze estive dalla mamma Baladine a un illustre poeta tedesco, e anche prosatore: Rainer M. Rilke. 1919: ospiti a Soglio, in Val Bregaglia, di un conte Salis proprietario di una metà del palazzo avito, già albergo allora. E forse qualche rinvio, adesso, ad alcune importanti e attuali mostre milanesi. Insomma, Baladine Klossowski consegna i piccini al poeta, senza soldi. E dunque, si rifiuta in partenza la costosa Sankt Moritz. Nonché Pontresina, Celerina, e tutta la Val Bernina con i suoi percorsi orizzontali. Tutto uno sci da sogno: anche estivo.
La funicolare del Muottas Muragl, le tante seggiovie... E la casetta di Nietzsche a Sils-Maria. Forse già quel cospicuo Museo Segantini a St. Moritz?
Avrà fatto dei commenti, con quei piccini, il poeta?
Giù giù per quelle curve strettissime, sotto il Maloja, Soglio non si vede dalle strade. Bisogna andarselo a cercare, ben sapendo che è là, in cima alla sua vetta. Come fanno i visitatori e i turisti, ancora oggidì. Si sale e si monta, fra baratri spettrali. Davanti a ghiacciai che si chiamano Diavolezza e Disgrazia. Ma finalmente si arriva in una piazzetta cordialissima. Ed ecco lì il palazzo Salis col suo albergo: «Pensione Willy». Peccato che dal piano detto "nobile", per colpa dell'esposizione a mezzogiorno, le casettine davanti blocchino la vista sulla Val Bregaglia, spettacolare.
Rilke fu indubbiamente felice, a Soglio. «Fa parte dell'ansia di questi giorni, che questo luogo mi piaccia tanto in tutto ciò che gli è proprio. Come ci andrei, se sapessi che da qualche parte ci fosse l'uguale in una casa che non fosse un albergo, che fosse mio per anni! Ciò che nel trovare salutai con tanta gioia, già lo esprimo con malinconia. Rimarrà un momento davvero favorevole, questo di Soglio».
Dans les années profondes di Pierre Jean Jouve si svolge nelle sale dei palazzi patrizi di Soglio e Bondo. «Ero giunto camminando al villaggio di Soglio, che da una specie di balcone amoroso e verde guarda verso queste alte sventure... Era estate piena, nessun vento, e il torrente lontano nella parte inferiore della valle luccicava come una vecchia sciabola. Sentivo la vasta terra sotto gli occhi come una splendida terra dei morti... All'ombra del bianco campanile volli andare al cimitero attraverso la porta tarlata. Era un terrazzo sopra il terrazzo naturale del villaggio, esposto al sole, col suo piccolo muro che appariva sopra l'abisso...».
E Marcel Proust, in Les plaisirs et les jours : «Vederti ha conservato per me un solo incanto: farmi improvvisamente ricordare quei nomi di una strana dolcezza, tedesca e italiana: Sils-Maria, Silva Plana, Crestalta, Samaden, Celerina, Julier, Val Viola...». *** ... E Segantini?...
Ancor più di adesso, gran tempo e infiniti modelli da scoprire e trovare o sperdere nelle religioni della Bellezza Effimera: patetiche ed emblematiche Ave Marie, tosature, arature, fienagioni, fonti, pecorelle, commoventi raccolte di patate o di zucche... Melanconiche vacche alla stanga... Mesti casolari, cascinali, pascoli, arcolai struggenti e toccanti, seminatori, lavoratori umanitari della terra, con vanghe, zappe, badili... Magari nell'occasione della cospicua retrospettiva di Segantini al Palazzo Reale di Milano...
Chissà se un poeta come Rilke avrà commentato con quegli sveglissimi piccini l'abbondanza di rododendri, edelweiss, stelle alpine... O le raffigurazioni — anche in trittici — della Primavera, o della Vanità, o della Natura... Si sarà soffermato sui progetti e i discorsi degli albergatori circa i finanziamenti per i Panorami?... Avranno sostato al monumentale Hotel Kursaal, anche poiché nel cimiterino riposano le spoglie di Giovanni Segantini, e vi si trova ancora, pietosamente curato, il suo atelier?... Magari con qualche accenno al fondo valle, con Chiavenna e Castasegna e la prima gran cascata "svizzera" in territorio italiano, nonché un enorme castello in finto Medioevo... *** Ma chissà se in quegli anni remoti — non ancora viziati o contaminati da un ascolto radiofo- nico praticamente obbligatorio — si sarà fatta qualche distinzione fra cultura "alta" (ma quale?) e invece "bassa". Cioè, popolare. E dunque, lacrimevole. Quindi, lacrimogena.
«Dai verdi campi / I mietitori tornan dal lavoro / Cantando lietamente, tutti in coro, / Una canzon d'amore».
Altro che distinzioni, qui, tra forma e contenuto, pensiero e sentimento, etica ed estetica, giudizio e fantasia... O i raffinati distinguo di Roberto Longhi, per cui «sulla fine del decennio, alcuni lombardi, senza pur aver digerito l'impressionismo, passano in massa al "divisionismo" e lo seguono con inflessioni decadenti nel decennio successivo».
Qui, fra pascoli alpini e mucche alla stanga, immagini e metafore, oggi si parla tranquillamente di Kitsch. Ma non allora, nel 1919: avranno parlato, loro, di «art pompier»? Uno che di agricoltura se ne intendeva, Van Gogh, fu categorico: i campi mietuti sono gialli, i prati di fieno sono verdi. E si potrebbe aggiungere che le canzoni d'amore sono soprattutto individuali, e non già corali. Come la poco lusinghiera Biondina in gondoleta fin giù a Ohi Marì , con la solita «bella giornata» di sole dopo l'abituale nottata di tempesta sul Golfo. E a qualche Camp , come voleva Susan Sontag, quando ci si arriva?
*** A Milano, nella Villa Reale, ora Galleria d'Arte Moderna, par di udire echeggiare «le cose tremende che cantano. Nessuna sfrontata divetta arrotò mai l'erre più ferocemente, o fece sibilare più serpigna la zeta, di come ora si sente nel vetusto e sempre nuovo Strazziami, ma di baci sazziami , fra gran colpi di ferro da stiro...». Così Emilio Cecchi, suppergiù in quegli anni, in Corse al trotto vecchie e nuove.
Eccoci allora alla bella mostra di Alberto Giacometti. E alla facile congettura sulla nascita di un'amicizia con Balthus, per tutta la vita. Poi riversata in una grande esposizione giacomettiana a Villa Medici. Ma evidentemente iniziata coi su e giù fra la piazza e l'albergo di Soglio e la gran baita dei Giacometti a Stampa. Dove operava il padre pittore, esposto soprattutto al museo di Chur (Coira, capoluogo dei Grigioni e vescovado tremendo). Ivi morì anche Alberto, poi sepolto nel cimiterino di Borgonovo.
La mostra milanese di Giacometti è bellissima. Lascia semmai sbigottiti perché non indica i locali di fusione dei bronzi. Ce lo si chiede, più volte, giacché ci si trova davanti a un artista che lavora moltissimo coi polpastrelli. E soprattutto sui gessi dipinti, ricavati magari da una scultura egizia o da una miniatura carolingia. O da un Matisse. Spostando ogni tensione sull'attenzione per le linee sottili del volto. Dalle figurine alle opere più monumentali, di cui le foto o i disegni non forniscono certamente l'altezza. «Tutto al suo posto. Non è gran cosa, tutta la pittura, scultura, disegno, scrittura, o piuttosto letteratura. Tutto lì».
Intanto, Rilke: «Berlino non è un luogo adatto ai bambini. È doloroso vedere che questi ragazzi deliziosi e pieni di talento vivono come capita, subendo l'alternarsi delle mancanze e degli eccessi di una vita disordinata... In quell'impervio ambiente esistono innumerevoli difficoltà che impediscono di costruirsi un futuro solido a questi fanciulli educati in Francia»... E nel contempo, da una dama a un'altra e di Schloss in Schloss, un «Rumore primigenio» datato «Soglio, Assunzione 1919». Una Quinta Elegia Duinese dedicata a Frau Herta König, e forse ispirata da qualche Acrobata o Arlecchino di Picasso nella sua galleria a Monaco di Baviera. Gli inviti di André Gide, caldeggiati da Rilke, perché Pierre Klossowski gli fungesse da segretario; e poi anche il fratello Balthus lo potesse raggiungere, con la famiglia di Baladine finalmente riunita a Parigi. Mentre il padre Erich Klossowski si stabiliva definitivamente a Sanary-sur-Mer, fino alla morte. Rilke frattanto continua a scrivergli. E gli appronta una prefazione. A un dodicenne Balthus: per Mitsou, quarante images , «La bestiolina capricciosa si adatta al nuovo ambiente con divertita docilità »... Abbondanti, forse verbose, Lettere a un giovane pittore.
*** Pierre Klossowski (Le Baphomet , dedicato a Michel Foucault) e la consorte (Roberte, ce soir) si vedevano a Parigi da Giancarlo ed Elena Marmori, in rue St-Simon. Giancarlo era addirittura un aitante partner nelle tribolazioni coniugali di Roberte, sempre in calze nere. Ci si vide poi a Roma, nella Villa Medici diretta da Balthus, che commentava in vestaglia: «et les voilà, habillées en petit bourgeois ». Li avevo invitati per un giro a certe rovine romane. E data l'occasione, erano perfetti. Fatti apposta.
Soprattutto il risotto fu rivelatore. Avevo invitato alcuni amici. E Balthus si era maestosamente assiso su un divano, con la consorte a fianco. Proprio come a Monte Calvello, dove si veniva sistemati come i gruppi a tavola nel Rinascimento (l'Ultima Cena, di Leonardo da Vinci) mentre sulle balze vivacchiavano gli artigiani. (Ora però i fabbri e i vasai erano diventati ricchi, quindi più niente).
«Un risotto per il conte De Rola!», strillò un ingarbugliato, mentre Pierre Klossowski, seduto nel caminetto, per terra, malgrado i «sortez!» di Mimì Pecci, le spiegava che in quanto primogenito, se ci fosse qualche nobiltà, lo avrebbe saputo. E aggiungeva che forse erano venuti al mondo in quel di Rolle, ove poi sorse l'aeroporto di Ginevra.
© Alberto Arbasino
3 febbraio 2015
La funicolare del Muottas Muragl, le tante seggiovie... E la casetta di Nietzsche a Sils-Maria. Forse già quel cospicuo Museo Segantini a St. Moritz?
Avrà fatto dei commenti, con quei piccini, il poeta?
Giù giù per quelle curve strettissime, sotto il Maloja, Soglio non si vede dalle strade. Bisogna andarselo a cercare, ben sapendo che è là, in cima alla sua vetta. Come fanno i visitatori e i turisti, ancora oggidì. Si sale e si monta, fra baratri spettrali. Davanti a ghiacciai che si chiamano Diavolezza e Disgrazia. Ma finalmente si arriva in una piazzetta cordialissima. Ed ecco lì il palazzo Salis col suo albergo: «Pensione Willy». Peccato che dal piano detto "nobile", per colpa dell'esposizione a mezzogiorno, le casettine davanti blocchino la vista sulla Val Bregaglia, spettacolare.
Rilke fu indubbiamente felice, a Soglio. «Fa parte dell'ansia di questi giorni, che questo luogo mi piaccia tanto in tutto ciò che gli è proprio. Come ci andrei, se sapessi che da qualche parte ci fosse l'uguale in una casa che non fosse un albergo, che fosse mio per anni! Ciò che nel trovare salutai con tanta gioia, già lo esprimo con malinconia. Rimarrà un momento davvero favorevole, questo di Soglio».
Dans les années profondes di Pierre Jean Jouve si svolge nelle sale dei palazzi patrizi di Soglio e Bondo. «Ero giunto camminando al villaggio di Soglio, che da una specie di balcone amoroso e verde guarda verso queste alte sventure... Era estate piena, nessun vento, e il torrente lontano nella parte inferiore della valle luccicava come una vecchia sciabola. Sentivo la vasta terra sotto gli occhi come una splendida terra dei morti... All'ombra del bianco campanile volli andare al cimitero attraverso la porta tarlata. Era un terrazzo sopra il terrazzo naturale del villaggio, esposto al sole, col suo piccolo muro che appariva sopra l'abisso...».
E Marcel Proust, in Les plaisirs et les jours : «Vederti ha conservato per me un solo incanto: farmi improvvisamente ricordare quei nomi di una strana dolcezza, tedesca e italiana: Sils-Maria, Silva Plana, Crestalta, Samaden, Celerina, Julier, Val Viola...». *** ... E Segantini?...
Ancor più di adesso, gran tempo e infiniti modelli da scoprire e trovare o sperdere nelle religioni della Bellezza Effimera: patetiche ed emblematiche Ave Marie, tosature, arature, fienagioni, fonti, pecorelle, commoventi raccolte di patate o di zucche... Melanconiche vacche alla stanga... Mesti casolari, cascinali, pascoli, arcolai struggenti e toccanti, seminatori, lavoratori umanitari della terra, con vanghe, zappe, badili... Magari nell'occasione della cospicua retrospettiva di Segantini al Palazzo Reale di Milano...
Chissà se un poeta come Rilke avrà commentato con quegli sveglissimi piccini l'abbondanza di rododendri, edelweiss, stelle alpine... O le raffigurazioni — anche in trittici — della Primavera, o della Vanità, o della Natura... Si sarà soffermato sui progetti e i discorsi degli albergatori circa i finanziamenti per i Panorami?... Avranno sostato al monumentale Hotel Kursaal, anche poiché nel cimiterino riposano le spoglie di Giovanni Segantini, e vi si trova ancora, pietosamente curato, il suo atelier?... Magari con qualche accenno al fondo valle, con Chiavenna e Castasegna e la prima gran cascata "svizzera" in territorio italiano, nonché un enorme castello in finto Medioevo... *** Ma chissà se in quegli anni remoti — non ancora viziati o contaminati da un ascolto radiofo- nico praticamente obbligatorio — si sarà fatta qualche distinzione fra cultura "alta" (ma quale?) e invece "bassa". Cioè, popolare. E dunque, lacrimevole. Quindi, lacrimogena.
«Dai verdi campi / I mietitori tornan dal lavoro / Cantando lietamente, tutti in coro, / Una canzon d'amore».
Altro che distinzioni, qui, tra forma e contenuto, pensiero e sentimento, etica ed estetica, giudizio e fantasia... O i raffinati distinguo di Roberto Longhi, per cui «sulla fine del decennio, alcuni lombardi, senza pur aver digerito l'impressionismo, passano in massa al "divisionismo" e lo seguono con inflessioni decadenti nel decennio successivo».
Qui, fra pascoli alpini e mucche alla stanga, immagini e metafore, oggi si parla tranquillamente di Kitsch. Ma non allora, nel 1919: avranno parlato, loro, di «art pompier»? Uno che di agricoltura se ne intendeva, Van Gogh, fu categorico: i campi mietuti sono gialli, i prati di fieno sono verdi. E si potrebbe aggiungere che le canzoni d'amore sono soprattutto individuali, e non già corali. Come la poco lusinghiera Biondina in gondoleta fin giù a Ohi Marì , con la solita «bella giornata» di sole dopo l'abituale nottata di tempesta sul Golfo. E a qualche Camp , come voleva Susan Sontag, quando ci si arriva?
*** A Milano, nella Villa Reale, ora Galleria d'Arte Moderna, par di udire echeggiare «le cose tremende che cantano. Nessuna sfrontata divetta arrotò mai l'erre più ferocemente, o fece sibilare più serpigna la zeta, di come ora si sente nel vetusto e sempre nuovo Strazziami, ma di baci sazziami , fra gran colpi di ferro da stiro...». Così Emilio Cecchi, suppergiù in quegli anni, in Corse al trotto vecchie e nuove.
Eccoci allora alla bella mostra di Alberto Giacometti. E alla facile congettura sulla nascita di un'amicizia con Balthus, per tutta la vita. Poi riversata in una grande esposizione giacomettiana a Villa Medici. Ma evidentemente iniziata coi su e giù fra la piazza e l'albergo di Soglio e la gran baita dei Giacometti a Stampa. Dove operava il padre pittore, esposto soprattutto al museo di Chur (Coira, capoluogo dei Grigioni e vescovado tremendo). Ivi morì anche Alberto, poi sepolto nel cimiterino di Borgonovo.
La mostra milanese di Giacometti è bellissima. Lascia semmai sbigottiti perché non indica i locali di fusione dei bronzi. Ce lo si chiede, più volte, giacché ci si trova davanti a un artista che lavora moltissimo coi polpastrelli. E soprattutto sui gessi dipinti, ricavati magari da una scultura egizia o da una miniatura carolingia. O da un Matisse. Spostando ogni tensione sull'attenzione per le linee sottili del volto. Dalle figurine alle opere più monumentali, di cui le foto o i disegni non forniscono certamente l'altezza. «Tutto al suo posto. Non è gran cosa, tutta la pittura, scultura, disegno, scrittura, o piuttosto letteratura. Tutto lì».
Intanto, Rilke: «Berlino non è un luogo adatto ai bambini. È doloroso vedere che questi ragazzi deliziosi e pieni di talento vivono come capita, subendo l'alternarsi delle mancanze e degli eccessi di una vita disordinata... In quell'impervio ambiente esistono innumerevoli difficoltà che impediscono di costruirsi un futuro solido a questi fanciulli educati in Francia»... E nel contempo, da una dama a un'altra e di Schloss in Schloss, un «Rumore primigenio» datato «Soglio, Assunzione 1919». Una Quinta Elegia Duinese dedicata a Frau Herta König, e forse ispirata da qualche Acrobata o Arlecchino di Picasso nella sua galleria a Monaco di Baviera. Gli inviti di André Gide, caldeggiati da Rilke, perché Pierre Klossowski gli fungesse da segretario; e poi anche il fratello Balthus lo potesse raggiungere, con la famiglia di Baladine finalmente riunita a Parigi. Mentre il padre Erich Klossowski si stabiliva definitivamente a Sanary-sur-Mer, fino alla morte. Rilke frattanto continua a scrivergli. E gli appronta una prefazione. A un dodicenne Balthus: per Mitsou, quarante images , «La bestiolina capricciosa si adatta al nuovo ambiente con divertita docilità »... Abbondanti, forse verbose, Lettere a un giovane pittore.
*** Pierre Klossowski (Le Baphomet , dedicato a Michel Foucault) e la consorte (Roberte, ce soir) si vedevano a Parigi da Giancarlo ed Elena Marmori, in rue St-Simon. Giancarlo era addirittura un aitante partner nelle tribolazioni coniugali di Roberte, sempre in calze nere. Ci si vide poi a Roma, nella Villa Medici diretta da Balthus, che commentava in vestaglia: «et les voilà, habillées en petit bourgeois ». Li avevo invitati per un giro a certe rovine romane. E data l'occasione, erano perfetti. Fatti apposta.
Soprattutto il risotto fu rivelatore. Avevo invitato alcuni amici. E Balthus si era maestosamente assiso su un divano, con la consorte a fianco. Proprio come a Monte Calvello, dove si veniva sistemati come i gruppi a tavola nel Rinascimento (l'Ultima Cena, di Leonardo da Vinci) mentre sulle balze vivacchiavano gli artigiani. (Ora però i fabbri e i vasai erano diventati ricchi, quindi più niente).
«Un risotto per il conte De Rola!», strillò un ingarbugliato, mentre Pierre Klossowski, seduto nel caminetto, per terra, malgrado i «sortez!» di Mimì Pecci, le spiegava che in quanto primogenito, se ci fosse qualche nobiltà, lo avrebbe saputo. E aggiungeva che forse erano venuti al mondo in quel di Rolle, ove poi sorse l'aeroporto di Ginevra.
© Alberto Arbasino
3 febbraio 2015