Paolo Rumiz ha scritto per Repubblica un suo diario dalla quarantena. Ecco le puntate già uscite.
Ho sempre riempito taccuini viaggiando. Ebbene, da quando la mia libertà di movimento è finita per via della peste, pensieri nuovi escono a torrenti. Pensieri da fermo. Così tanti che devo fissarli in un quaderno. Metto a bagno i fagioli e penso. Guardo dalla finestra e prendo appunti. Impasto farina e lievito e scrivo. Un effetto del silenzio, credo (
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Assurdo. Confine con la Slovenia sempre sigillato, col virus ormai ovunque. Il naufragio di Schengen lo senti da qui, non da Milano o Roma. Da Trieste ho visto l’autodissoluzione dei Balcani e ora assisto alla balcanizzazione dell’Europa (
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Notte tiepida, sensuale. L'alba sembra non arrivare mai. Storie di bare accatastate, di colonne di camion militari che se le portano via di notte, di ospedali che per i vecchi hanno solo morfina (
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Stamattina ho appeso fuori dalla porta un foglio con su scritto: «Mi ricorderò di voi quanto tutto sarà finito. Di voi che avete smantellato la sanità pubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano respiratori (
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Una grande mano calda da contadino, che trasmette energia buona e ti dà la sveglia, già prima di passare al dialogo. Parlo di Francesco, il Papa (
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Dalla mia finestra ho straordinarie visioni. In un solo colpo d’occhio le Alpi, la fine del Mediterraneo, il Centro Europa, le Terre del tramonto portatrici dei venti atlantici, la Cortina di ferro, il fronte della Grande guerra, l’inizio dell’Eurasia sul ciglione carsico (
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Il confine assume un significato positivo. È quello che delimita la cucina dal soggiorno. Ma anche l’ora del caffè da quella della scrittura. Il tempo scandito come nei monasteri (
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La bora è leggera e il cielo una festa di gabbiani. Dall’alto la città si domina tutta, si guarda e si sogna di più. Magari con una copia di “Moby Dick” stretta nelle mani (
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Lo choc della prima uscita e quel tentativo inutile di raggiungere le poste, l’impressione che la libertà sia finita e la lucidità dei giovani.Poi la natura, che in nostra assenza riconquista strade e piazze (
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Dimenticare internet, filare in bicicletta, andare al cinema sotto casa. La voglia di ribellione del nomade è tanta mentre l’Italia si infligge la clausura più stretta d’Europa. Ma il rischio è di abituarsi al limite (
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Impastare, sfornare, leggere endecasillabi... Ecco la ricetta per curare l’ansia. E poi la radio, le voci dal mondo che fanno viaggiare e il silenzio degli Imperi che ci ricorda quale fortuna sia essere europe (
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I controlli ovunque, anche nell’Appennino già devastato dal terremoto. E il buon senso, smarrito insieme all’amore per l’altro (
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Il pane fatto in casa. I dibattiti online. Le conversazioni dai balconi. Le letture all’alba e le fiabe ai nipoti. Ovvero il tempo ritrovato. Lo scrittore conclude il suo viaggio da fermo. Con un dubbio (
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