La letteratura è sempre morale
Alberto Manguel , di ALBERTO MANGUELSi può giudicare un’opera senza tenere presente l’aspetto “umano, troppo umano” del suo autore? Sì, perché se è davvero arte, conterrà sempre la sua forza di liberazione. Ecco perché Robinson in edicola da sabato 11 aprile consiglia cento libri per affrontare la notte
Si dice che Cervantes avesse ucciso un uomo e fatto prostituire le sorelle. Seneca, invece, lavorò per Nerone. Shakespeare fu uno spietato esattore delle tasse e un evasore. Borges strinse la mano a Videla e Pinochet. Si sospetta che Nabokov e Lewis Carroll fossero pedofili. Proust si divertiva a torturare i topi. Virginia Woolf fu antisemita e, quando i suoceri venivano a cena, diceva al marito ebreo: "Dai da mangiare agli ebrei!". Per un (breve) periodo, Rimbaud fu un mercante di schiavi. Verlaine prese a calci nello stomaco la moglie incinta. Céline, Ezra Pound, Chesterton e T. S. Eliot furono antisemiti dichiarati. Châteaubriand fu un razzista. Per non parlare del Marchese de Sade.
Malgrado simili testimonianze, i lettori amano credere che, in ogni caso, i creatori di opere illuminanti siano essi stessi illuminati. Tuttavia, accade raramente che sia così. Nel complesso, scrittori e artisti sono egocentrici, avidi, malvagi, invidiosi, collerici…
Malgrado simili testimonianze, i lettori amano credere che, in ogni caso, i creatori di opere illuminanti siano essi stessi illuminati. Tuttavia, accade raramente che sia così. Nel complesso, scrittori e artisti sono egocentrici, avidi, malvagi, invidiosi, collerici…
Si dice che Cervantes avesse ucciso un uomo e fatto prostituire le sorelle. Seneca, invece, lavorò per Nerone. Shakespeare fu uno spietato esattore delle tasse e un evasore. Borges strinse la mano a Videla e Pinochet. Si sospetta che Nabokov e Lewis Carroll fossero pedofili. Proust si divertiva a torturare i topi. Virginia Woolf fu antisemita e, quando i suoceri venivano a cena, diceva al marito ebreo: "Dai da mangiare agli ebrei!". Per un (breve) periodo, Rimbaud fu un mercante di schiavi. Verlaine prese a calci nello stomaco la moglie incinta. Céline, Ezra Pound, Chesterton e T. S. Eliot furono antisemiti dichiarati. Châteaubriand fu un razzista. Per non parlare del Marchese de Sade.
Malgrado simili testimonianze, i lettori amano credere che, in ogni caso, i creatori di opere illuminanti siano essi stessi illuminati. Tuttavia, accade raramente che sia così. Nel complesso, scrittori e artisti sono egocentrici, avidi, malvagi, invidiosi, collerici e bruti insignificanti, proprio come la maggior parte di noi esseri umani. Soltanto una piccola cosa li distingue dalla razza dei loro confratelli: quando sono toccati dalla grazia, sono capaci di creare arte eccelsa.
Il recente pandemonio scoppiato intorno ai registi Roman Polanski e Woody Allen per aver avuto rapporti sessuali con minorenni, la decisione della National Gallery di Londra di togliere dalle sale della retrospettiva di Gauguin i suoi quadri di donne tahitiane per i presunti atteggiamenti improntati al razzismo del pittore nei confronti degli abitanti delle isole dei mari del Sud, sono soltanto due esempi di una crociata morale che tende a confondere il dovere civico di queste persone e le opere che hanno creato in quanto artisti.
In qualità di cittadini, siamo tutti tenuti a obbedire alle leggi della società nella quale viviamo e, se questi uomini e queste donne si sono macchiati di un crimine (decretato tale al termine di un procedimento legale che si rispetti), dovrebbero essere puniti come si conviene. Ma perché, con quel gesto di condanna, penalizzare anche l'arte (e quindi il pubblico che ne fruisce)? Perché costringere un artista a dichiarare la sua "integrità morale" (equivalente, nella Spagna del XVI secolo e durante il Terzo Reich, alla "purezza del sangue"), prima di essere autorizzati a esporre una propria opera in pubblico? Shelley e Valéry lanciarono l'idea che la letteratura fosse un continuum che andava letto in forma anonima per non contaminare ogni sua parte con qualità estranee al testo stesso. Questa, nel XXI secolo, è considerata un'idea scandalosa.
Ethel Groffier ha esaminato un aspetto di questa faccenda. Il suo libro di imminente pubblicazione Dire l'autre: Appropriation culturelle, voix autochtones et liberté d'expression (Leméac, Montreal, 2021) con brillanti argomentazioni parte dalle controversie riguardanti i casi, tra i tanti, di Robert Lapage e il progetto teatrale Kanata di Ariane Mnouchkine, in cui un popolo indigeno è interpretato da attori bianchi e lo spettacolo visivo dell'artista non indigena Amanda PL è ispirato dall'artista indigeno Norval Morrisseau. Groffier cita una lettera di Lepage che confuta le accuse di appropriazione culturale: "Fin dalle origini, il teatro si basa su un principio assai semplice: recitare per interpretare qualcun altro. Fare finta di essere qualcuno altro. Calarsi nella pelle altrui per cercare di capire l'altro da sé e, così facendo, riuscire forse a comprendere se stessi".
Anche in questo caso, la preoccupazione ufficiale è l'identità dell'interprete, stante l'ipotesi che l'identità documentata soppianta (o permette) quella immaginata. Questa tesi pretestuosa porta a un'ovvia assurdità: che nessuno possa interpretare Amleto fuorché un danese del XVI secolo; che a uno scrittore non sia consentito scrivere altro fuorché un'autobiografia e, addirittura, limitata al tempo e al luogo in cui scrive.
Groffier giunge a questa conclusione: "L'appropriazione culturale, così come è intesa oggi, rientra nel fatto di reclamare un'identità rendendo la cultura subordinata a essa. Peggio, stabilisce l'identità in base alla razza: l'essere indigeni, l'essere bianchi, l'essere neri. Impernia il dibattito esclusivamente sulla cultura, quantunque le rivendicazioni siano politiche. Nasconde il problema reale e sposta il dibattito nell'ambito del discorso letterario o artistico invece che in quello politico al quale deve appartenere. Promuove la censura nel dar voce alle opinioni pubbliche e, di conseguenza, l'autocensura, che conduce all'impoverimento della creazione artistica e non mancherà, un giorno, di rivoltarsi contro i suoi accusatori".
Forse, c'è un ulteriore elemento della questione della responsabilità dell'artista che io, da lettore, potrei aggiungere alla discussione. Forse, i requisiti per una sorta di comportamento civile adeguato da parte dell'artista in quanto appartenente egli stesso alla società omettono di tener conto di un altro truismo: l'arte è la migliore custode di sé stessa. Così dicendo, voglio dire che un'opera d'arte straordinaria, con determinati mezzi indefinibili, ha qualcosa di specifico nella sua struttura che non le consentirà di difendere cause immorali e antiumanitarie. Non intendo dire che sia etica come la intenderebbe Esopo, o che sia umanitaria nel senso di istituzione filantropica. Quello che intendo dire è che non mi viene in mente nessuna opera d'arte straordinaria che non sia pregna di un'enigmaticità arricchente che la tutela nei confronti di un'interpretazione chiaramente dogmatica. Grandi artisti hanno dato vita a opere d'arte dogmatiche, che non erano però eccellenti o straordinarie. Alcuni tiranni hanno scritto libri ma, che io sappia, nessuno di essi è un capolavoro riconosciuto: le composizioni poetiche di Stalin, i romanzi rosa di Saddam Hussein, L'amante del cardinale di Mussolini sono caduti nell'oblio, come era giusto che fosse. Né possiamo definire capolavori artistici i pamphlet antisemiti di Céline, le poesie di Pablo Neruda che glorificano Stalin, i rap di Kanye West che lusinga Trump. È un po' come se (e mi rendo perfettamente conto che si tratta di un desiderio) l'arte e le opere che definiamo classiche o i libri - la cui dimensione, secondo la definizione di Northrop Frye, è sempre maggiore a quella dei migliori tra i loro lettori - fossero intrinsecamente morali nel significato più profondo possibile, e come se mostrarci personaggi razzisti in Huckleberry Finn, o antisemiti in Oliver Twist, o misogini ne La bisbetica domata o addirittura la sadica violenza dei Canti di Maldoror non fosse di per sé razzista, antisemita, misogino o perfido. Questo è ciò che, da lettore, mi auguro.
Traduzione di Anna Bissanti
Malgrado simili testimonianze, i lettori amano credere che, in ogni caso, i creatori di opere illuminanti siano essi stessi illuminati. Tuttavia, accade raramente che sia così. Nel complesso, scrittori e artisti sono egocentrici, avidi, malvagi, invidiosi, collerici e bruti insignificanti, proprio come la maggior parte di noi esseri umani. Soltanto una piccola cosa li distingue dalla razza dei loro confratelli: quando sono toccati dalla grazia, sono capaci di creare arte eccelsa.
Il recente pandemonio scoppiato intorno ai registi Roman Polanski e Woody Allen per aver avuto rapporti sessuali con minorenni, la decisione della National Gallery di Londra di togliere dalle sale della retrospettiva di Gauguin i suoi quadri di donne tahitiane per i presunti atteggiamenti improntati al razzismo del pittore nei confronti degli abitanti delle isole dei mari del Sud, sono soltanto due esempi di una crociata morale che tende a confondere il dovere civico di queste persone e le opere che hanno creato in quanto artisti.
In qualità di cittadini, siamo tutti tenuti a obbedire alle leggi della società nella quale viviamo e, se questi uomini e queste donne si sono macchiati di un crimine (decretato tale al termine di un procedimento legale che si rispetti), dovrebbero essere puniti come si conviene. Ma perché, con quel gesto di condanna, penalizzare anche l'arte (e quindi il pubblico che ne fruisce)? Perché costringere un artista a dichiarare la sua "integrità morale" (equivalente, nella Spagna del XVI secolo e durante il Terzo Reich, alla "purezza del sangue"), prima di essere autorizzati a esporre una propria opera in pubblico? Shelley e Valéry lanciarono l'idea che la letteratura fosse un continuum che andava letto in forma anonima per non contaminare ogni sua parte con qualità estranee al testo stesso. Questa, nel XXI secolo, è considerata un'idea scandalosa.
Ethel Groffier ha esaminato un aspetto di questa faccenda. Il suo libro di imminente pubblicazione Dire l'autre: Appropriation culturelle, voix autochtones et liberté d'expression (Leméac, Montreal, 2021) con brillanti argomentazioni parte dalle controversie riguardanti i casi, tra i tanti, di Robert Lapage e il progetto teatrale Kanata di Ariane Mnouchkine, in cui un popolo indigeno è interpretato da attori bianchi e lo spettacolo visivo dell'artista non indigena Amanda PL è ispirato dall'artista indigeno Norval Morrisseau. Groffier cita una lettera di Lepage che confuta le accuse di appropriazione culturale: "Fin dalle origini, il teatro si basa su un principio assai semplice: recitare per interpretare qualcun altro. Fare finta di essere qualcuno altro. Calarsi nella pelle altrui per cercare di capire l'altro da sé e, così facendo, riuscire forse a comprendere se stessi".
Anche in questo caso, la preoccupazione ufficiale è l'identità dell'interprete, stante l'ipotesi che l'identità documentata soppianta (o permette) quella immaginata. Questa tesi pretestuosa porta a un'ovvia assurdità: che nessuno possa interpretare Amleto fuorché un danese del XVI secolo; che a uno scrittore non sia consentito scrivere altro fuorché un'autobiografia e, addirittura, limitata al tempo e al luogo in cui scrive.
Groffier giunge a questa conclusione: "L'appropriazione culturale, così come è intesa oggi, rientra nel fatto di reclamare un'identità rendendo la cultura subordinata a essa. Peggio, stabilisce l'identità in base alla razza: l'essere indigeni, l'essere bianchi, l'essere neri. Impernia il dibattito esclusivamente sulla cultura, quantunque le rivendicazioni siano politiche. Nasconde il problema reale e sposta il dibattito nell'ambito del discorso letterario o artistico invece che in quello politico al quale deve appartenere. Promuove la censura nel dar voce alle opinioni pubbliche e, di conseguenza, l'autocensura, che conduce all'impoverimento della creazione artistica e non mancherà, un giorno, di rivoltarsi contro i suoi accusatori".
Forse, c'è un ulteriore elemento della questione della responsabilità dell'artista che io, da lettore, potrei aggiungere alla discussione. Forse, i requisiti per una sorta di comportamento civile adeguato da parte dell'artista in quanto appartenente egli stesso alla società omettono di tener conto di un altro truismo: l'arte è la migliore custode di sé stessa. Così dicendo, voglio dire che un'opera d'arte straordinaria, con determinati mezzi indefinibili, ha qualcosa di specifico nella sua struttura che non le consentirà di difendere cause immorali e antiumanitarie. Non intendo dire che sia etica come la intenderebbe Esopo, o che sia umanitaria nel senso di istituzione filantropica. Quello che intendo dire è che non mi viene in mente nessuna opera d'arte straordinaria che non sia pregna di un'enigmaticità arricchente che la tutela nei confronti di un'interpretazione chiaramente dogmatica. Grandi artisti hanno dato vita a opere d'arte dogmatiche, che non erano però eccellenti o straordinarie. Alcuni tiranni hanno scritto libri ma, che io sappia, nessuno di essi è un capolavoro riconosciuto: le composizioni poetiche di Stalin, i romanzi rosa di Saddam Hussein, L'amante del cardinale di Mussolini sono caduti nell'oblio, come era giusto che fosse. Né possiamo definire capolavori artistici i pamphlet antisemiti di Céline, le poesie di Pablo Neruda che glorificano Stalin, i rap di Kanye West che lusinga Trump. È un po' come se (e mi rendo perfettamente conto che si tratta di un desiderio) l'arte e le opere che definiamo classiche o i libri - la cui dimensione, secondo la definizione di Northrop Frye, è sempre maggiore a quella dei migliori tra i loro lettori - fossero intrinsecamente morali nel significato più profondo possibile, e come se mostrarci personaggi razzisti in Huckleberry Finn, o antisemiti in Oliver Twist, o misogini ne La bisbetica domata o addirittura la sadica violenza dei Canti di Maldoror non fosse di per sé razzista, antisemita, misogino o perfido. Questo è ciò che, da lettore, mi auguro.
Traduzione di Anna Bissanti