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Un anno senza Angelo Aquaro

Vicedirettore, corrispondente, responsabile di Robinson. Non dimenticheremo i suoi "che dici?" che erano il suo modo di abbracciarti con pudore

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Un anno senza Angelo e ci viene immediatamente un pensiero stupido: quanto tempo è già passato. Si dice sempre così, scivolando nella banalità. E dovremmo scrivere eppure è ancora qui con noi ma questa sarebbe una bugia. Angelo non c’è più, rimane il dolore acuto e intermittente della sua mancanza, lo spazio che lui riempiva a scatti, in maniera nervosa, con quel suo spirito complicato e “pazzerello” come dice Anna, la donna grande amore della sua breve esistenza, che oggi lo continua ad accarezzare nelle sue cose, nelle sue case, che cerca di portare avanti i suoi sogni interrotti. Il vuoto è enorme, un crepaccio profondissimo nel quale ogni tanto si precipita mentre la vita va avanti. Non ci si ferma. È giusto così, perlomeno è inevitabile.

Qui a Repubblica da qualche mese non ci sono più i suoi libri e il cartello intimidatorio “Non rubateli”, i gadget elettronici sperduti come naufraghi sulla scrivania e nei suoi cassetti in mezzo alle barrette energetiche molte delle quali aperte e magari scadute, la pianta comprata su Amazon che stentava accanto alla finestra, le tv americane ad alto volume e la musica soffusa sul computer, i cuori di carta e i saluti postumi, ciao Angelino, e le lacrime che scivolavano sulla maschera di clown tristi appiccicati alla porta del suo ufficio. Pronunciamo il suo nome, ognuno dentro di sé o a fior di labbra di nascosto, per mantenerlo in vita, per non dimenticarlo. Percorriamo ogni mattina il corridoio del settimo piano, passiamo davanti alla sua stanza e ci sembra di vederlo, lui che era sempre il primo ad arrivare in redazione, chino sul computer, gli occhiali fumé nella penombra, mai che accendesse una luce nel suo antro di asceta, il sorriso dentro la sua giacca strizzata sui fianchi e le solite parole: che dici? Che dici. Niente di più. Era il suo modo di abbracciarti con pudore, alla maniera di chi arriva da una terra semplice.

Ma è inutile tentare di spostare più in là il confine della nostra illusione. Il mestiere ha perso Angelo Aquaro e nella necropoli del nostro cuore è stato occupato un altro posto e cominciano ad essere davvero troppi. Di Angelo e il suo giornalismo abbiamo già scritto tutto. Gli inizi in Puglia, il Corriere della Sera, il Venerdì, la guida dell’ufficio centrale di Repubblica, l’America che doveva essere il suo approdo sentimentale in un futuro che non c’è stato, la Cina e poi la vice direzione e Robinson, il nostro supplemento culturale, sul quale ogni titolo era una invenzione, una magia, una citazione o un calembour, la curiosità di un ragazzo che voleva fare il giornalista perché gli piaceva raccontare le persone comuni e le loro storie.

Questo ci rimane, la persona. La persona che abbiamo conosciuto e imparato ad amare anche se ogni tanto l’avresti affrontata a brutto muso per stemperare la sua caparbietà e il suo orgoglio. Rimangono le schegge dell’uomo, dell’amico, del compagno di banco. Il tempo che trovava per ascoltare nella notte di Roma i problemi più intimi degli altri, anche se appena conosciuti. L’ostinazione nelle scelte di lavoro quotidiano che sfociava quasi sempre nella ragione dei fatti. I momenti di debolezza che sapeva mostrare ai limiti della commozione, fino ai suoi ultimi giorni, che ci fate qui accanto al mio letto d’ospedale? La lealtà che lo ha invitato spesso alla rinuncia, a rallentare le sue ambizioni. Le risate ai pranzi di ferragosto durante i quali finalmente andava oltre il suo abituale gelato in solitudine. Immagini. Lui e Massimo Vincenzi, un’altra croce recente per noi di Repubblica, in uno scompartimento vuoto della metropolitana di New York, belli e sporchi come due attori di Hollywood. Oggetti. Una sciarpa regalata come un addio ma da mettere ogni inverno che verrà, guai se la consideri una reliquia. Un biglietto d’ingresso da conservare. Quello che è stato consegnato da un custode all’entrata della villa di Massenzio sull’Appia antica di Roma ad Anna e agli amici che si sono riuniti là per spargere una parte delle sue ceneri. Angelo ci andava spesso, amava passeggiare tra l’erba alta del lungo prato quando soffiava il vento. Tirava vento anche quel giorno. Il tre maggio di un anno fa. Sul biglietto, Anna se ne accorse più tardi, la data era sbagliata. C’era quella dell’11 aprile, esattamente il giorno della sua morte. Chissà, forse si inviano segnali anche con gli errori, basta che ci sia chi li sa capire.