Jerom Charyn: sono l'ultimo filibustiere della letteratura
Michele Neri , di MICHELE NERIE' un autore amatissimo da colleghi come De Lillo, Irving e Chabon, ma non è mai diventato uno scrittore star. E ora che esce un nuovo romanzo, il più impegnativo di tutti, ambientato in era nazista, ci racconta le sue ossessioni: "L'ora più buia è questa che stiamo vivendo, tra avidità e ambiente distrutto"
Che cosa aspettiamo a tradurre Jerome Charyn? Perché negarci il piacere sommo di leggere romanzi, biografie, thriller, graphic novel, saggi, gli oltre cinquanta titoli scritti in 56 anni di carriera da questo diabolico giocoliere del Bronx, l'ultimo filibustiere, il più scorretto scrittore ebreo americano, ormai 82enne? Non siamo i soli ad averlo dimenticato. Ha la stima di Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Irving e Chabon ma a ogni nuovo libro, quindi spesso, la critica americana si chiede il perché della sua scarsa notorietà. Ha ricevuto il Premio Rosenthal, è Commendatore delle Arti e delle Lettere francesi (ha vissuto a Parigi dal 1995 al 2008 insegnando cinema e creandosi una base di fan), potrebbe proseguire per sempre così, scrivendo senza sosta nel piccolo appartamento a Manhattan, West Village, con la seconda moglie Lenore Riegel e l'adorata gatta Chloe. E unirsi agli amati Melville, Dickinson, Kafka, invisibili in vita.
Ma c…
Ma c…
Che cosa aspettiamo a tradurre Jerome Charyn? Perché negarci il piacere sommo di leggere romanzi, biografie, thriller, graphic novel, saggi, gli oltre cinquanta titoli scritti in 56 anni di carriera da questo diabolico giocoliere del Bronx, l'ultimo filibustiere, il più scorretto scrittore ebreo americano, ormai 82enne? Non siamo i soli ad averlo dimenticato. Ha la stima di Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Irving e Chabon ma a ogni nuovo libro, quindi spesso, la critica americana si chiede il perché della sua scarsa notorietà. Ha ricevuto il Premio Rosenthal, è Commendatore delle Arti e delle Lettere francesi (ha vissuto a Parigi dal 1995 al 2008 insegnando cinema e creandosi una base di fan), potrebbe proseguire per sempre così, scrivendo senza sosta nel piccolo appartamento a Manhattan, West Village, con la seconda moglie Lenore Riegel e l'adorata gatta Chloe. E unirsi agli amati Melville, Dickinson, Kafka, invisibili in vita.
Ma c'è la possibilità che le cose non finiscano così. Dopo le sue irriverenti biografie dei miti, un Lincoln erotomane, Emily Dickinson innamorata di un manovale tatuatore, Theodore Roosevelt in versione picaresca, Charyn ha appena pubblicato un romanzo che potrebbe mettere tutti d'accordo. Quindici anni di lavoro e revisioni hanno portato a Cesare (Bellevue Literary Press): qui Charyn, figlio di una bellezza russa e di un poco amato pellicciaio polacco, è arrivato al nucleo della propria leggenda, quella del wanderer, del disperso, del ragazzo di strada - memoria dell'infanzia tra i vandali nel Bronx - e di chi affonda nel male per fare il bene. Si è impadronito di un altro personaggio del passato: l'ammiraglio nazista Wilhelm Canaris, il contraddittorio capo dei servizi segreti (Abwehr), poi artefice di un piano per eliminare Hitler e per cui fu giustiziato. Charyn inventa una rete clandestina che tenta di salvare gli ebrei di Berlino. L'organizzazione è creata da Canaris, che si avvale dell'appoggio del suo protetto, un ragazzo cresciuto in orfanotrofio: Erik, chiamato Cesare, sonnambulo che dorme in una bara, velocissimo col pugnale. Il soprannome dell'ammiraglio è Caligari e il richiamo al capolavoro espressionista Il gabinetto del dottor Caligari, con il dottore ossessionato dalla carica esoterica del suo Cesare, attraversa il romanzo. La doppia finzione in cui nessuno è sano di mente, e realtà e delirio sono indistinguibili, è il terreno ideale per descrivere il nazismo, il clima da congiura perenne che gravava su Berlino tra il '42 e il '44. Di questo thriller romantico, osceno e illuminato dai tentativi di Canaris-Erik di salvare i ragazzini ebrei da Auschwitz, un'opera elevata e con il ritmo di una graphic novel, abbiamo parlato con Charyn.
Di che umore è?
"Viviamo nel periodo più buio. Non sono rattristato dalla scomparsa dell'umanità quanto dal massacro delle foreste, di ogni animale fino alla mia piccola, deliziosa, gattina. E' un'epoca d'estinzione in cui l'avidità è un altro nome per una vita assassina".
Per questo si è rivolto alla Storia, all'ammiraglio Canaris?
"Rispetto al presente, il passato ha la sua malinconia, una nostalgia da usare a piacere. I fatti sono lì per essere cambiati. Canaris è stata la migliore spia della Seconda guerra mondiale. Non avremmo mai vinto senza la sua ambivalenza nei confronti della guerra: fu il nostro più grande amico e nemico. Ha inventato la stella gialla di Davide per gli ebrei e ne ha salvati più che poteva. Era ambiguo, con un proprio senso della bellezza".
Com'è arrivato a Cesare?
"Sono quindici anni della mia vita. Abitavo a Parigi. Insegnavo all'American University. Divoravo film, volevo il mio agente segreto e che fosse scaltro quanto l'assistente sonnambulo. Sognavo Cesare, desideravo tornare indietro, alle atrocità del ghetto di Theresienstadt. E amavo Berlino, mi sentivo a casa in quel microcosmo pieno di seduzione e spie che era l'hotel Adlon".
Erik fa parte della sua galleria di sbandati...
"Io sono il viandante che troverete in ogni mio libro. Sono nato orfano e rimasto tale. Per inventarlo, ho immaginato che cosa avrei fatto nella Germania nazista. Avrei incontrato Canaris di notte su un molo e gli avrei salvato la vita, così come fa Erik. Canaris era mio padre e padrone. Io il suo assistente".
Come spiega la sua fama inadeguata?
"E' questione di fortuna, la recensione giusta, il New Yorker... Forse Cesare colpirà: ho una chance. C'è però un vantaggio nel non essere popolare. Scrivi ciò che vuoi e come vuoi".
In Italia negli anni Novanta ha goduto una stagione di notorietà.
"Merito della mia amica, traduttrice e scrittrice notevole Laura Grimaldi. Quando è morta, stava traducendo il mio romanzo su Lincoln. La mia avventura italiana si è interrotta lì".
C'è stato un momento spartiacque nella sua vita?
"La morte di Roosevelt. Poi ho smesso di fidarmi del futuro. Da bambino, la povertà esisteva, io ero povero, ma la dignità non mancava. L'incubo è legato all'aumento della disuguaglianza sociale. Da allora siamo un Paese condannato. Non da Trump: è il presidente che meritiamo. Con la ricchezza nei pugni di pochi, sogniamo una Amazon tutta per noi con cui trastullarci a letto".
Dove trova l'energia?
"Basta credersi sempre un dilettante e sperare di arrivare alla propria musica, sapendo che non è garantito. E poi togliersi dalla testa il successo. Scrittura e basta, il resto è business".
Lei ha detto che lo stile è il silenzio, gli spazi. Altre regole?
"La musica. Il mio strumento sono le parole e le suono senza smettere, alla ricerca dell'eco del mio primissimo accordo".
Che libro le manca ancora?
"Uno che mi distrugga. Come mi è successo con Moby Dick, Lolita, Faulkner e Cent'anni di solitudine. Alla fine, ero morto".
In cosa crede, oltre che nel potere della narrazione?
"Nella magia degli animali selvaggi. Soffro per la loro sparizione: non sono avidi, non tengono i soldi in banca. Io stesso vivo perché è vivo il mio gatto".
Ha un metodo per riprodurre la voce di personaggi storici?
"Ognuna ha un sapore. Dopo aver scritto I Am Abraham, sono andato in giro per anni sentendomi Lincoln. Ho appena finito un romanzo su Salinger. Fantastico: è uno degli autori scoperti da studente e ora, 65 anni dopo, ho vagato nel tempo per ritrovarlo".
Ma c'è la possibilità che le cose non finiscano così. Dopo le sue irriverenti biografie dei miti, un Lincoln erotomane, Emily Dickinson innamorata di un manovale tatuatore, Theodore Roosevelt in versione picaresca, Charyn ha appena pubblicato un romanzo che potrebbe mettere tutti d'accordo. Quindici anni di lavoro e revisioni hanno portato a Cesare (Bellevue Literary Press): qui Charyn, figlio di una bellezza russa e di un poco amato pellicciaio polacco, è arrivato al nucleo della propria leggenda, quella del wanderer, del disperso, del ragazzo di strada - memoria dell'infanzia tra i vandali nel Bronx - e di chi affonda nel male per fare il bene. Si è impadronito di un altro personaggio del passato: l'ammiraglio nazista Wilhelm Canaris, il contraddittorio capo dei servizi segreti (Abwehr), poi artefice di un piano per eliminare Hitler e per cui fu giustiziato. Charyn inventa una rete clandestina che tenta di salvare gli ebrei di Berlino. L'organizzazione è creata da Canaris, che si avvale dell'appoggio del suo protetto, un ragazzo cresciuto in orfanotrofio: Erik, chiamato Cesare, sonnambulo che dorme in una bara, velocissimo col pugnale. Il soprannome dell'ammiraglio è Caligari e il richiamo al capolavoro espressionista Il gabinetto del dottor Caligari, con il dottore ossessionato dalla carica esoterica del suo Cesare, attraversa il romanzo. La doppia finzione in cui nessuno è sano di mente, e realtà e delirio sono indistinguibili, è il terreno ideale per descrivere il nazismo, il clima da congiura perenne che gravava su Berlino tra il '42 e il '44. Di questo thriller romantico, osceno e illuminato dai tentativi di Canaris-Erik di salvare i ragazzini ebrei da Auschwitz, un'opera elevata e con il ritmo di una graphic novel, abbiamo parlato con Charyn.
Di che umore è?
"Viviamo nel periodo più buio. Non sono rattristato dalla scomparsa dell'umanità quanto dal massacro delle foreste, di ogni animale fino alla mia piccola, deliziosa, gattina. E' un'epoca d'estinzione in cui l'avidità è un altro nome per una vita assassina".
Per questo si è rivolto alla Storia, all'ammiraglio Canaris?
"Rispetto al presente, il passato ha la sua malinconia, una nostalgia da usare a piacere. I fatti sono lì per essere cambiati. Canaris è stata la migliore spia della Seconda guerra mondiale. Non avremmo mai vinto senza la sua ambivalenza nei confronti della guerra: fu il nostro più grande amico e nemico. Ha inventato la stella gialla di Davide per gli ebrei e ne ha salvati più che poteva. Era ambiguo, con un proprio senso della bellezza".
Com'è arrivato a Cesare?
"Sono quindici anni della mia vita. Abitavo a Parigi. Insegnavo all'American University. Divoravo film, volevo il mio agente segreto e che fosse scaltro quanto l'assistente sonnambulo. Sognavo Cesare, desideravo tornare indietro, alle atrocità del ghetto di Theresienstadt. E amavo Berlino, mi sentivo a casa in quel microcosmo pieno di seduzione e spie che era l'hotel Adlon".
Erik fa parte della sua galleria di sbandati...
"Io sono il viandante che troverete in ogni mio libro. Sono nato orfano e rimasto tale. Per inventarlo, ho immaginato che cosa avrei fatto nella Germania nazista. Avrei incontrato Canaris di notte su un molo e gli avrei salvato la vita, così come fa Erik. Canaris era mio padre e padrone. Io il suo assistente".
Come spiega la sua fama inadeguata?
"E' questione di fortuna, la recensione giusta, il New Yorker... Forse Cesare colpirà: ho una chance. C'è però un vantaggio nel non essere popolare. Scrivi ciò che vuoi e come vuoi".
In Italia negli anni Novanta ha goduto una stagione di notorietà.
"Merito della mia amica, traduttrice e scrittrice notevole Laura Grimaldi. Quando è morta, stava traducendo il mio romanzo su Lincoln. La mia avventura italiana si è interrotta lì".
C'è stato un momento spartiacque nella sua vita?
"La morte di Roosevelt. Poi ho smesso di fidarmi del futuro. Da bambino, la povertà esisteva, io ero povero, ma la dignità non mancava. L'incubo è legato all'aumento della disuguaglianza sociale. Da allora siamo un Paese condannato. Non da Trump: è il presidente che meritiamo. Con la ricchezza nei pugni di pochi, sogniamo una Amazon tutta per noi con cui trastullarci a letto".
Dove trova l'energia?
"Basta credersi sempre un dilettante e sperare di arrivare alla propria musica, sapendo che non è garantito. E poi togliersi dalla testa il successo. Scrittura e basta, il resto è business".
Lei ha detto che lo stile è il silenzio, gli spazi. Altre regole?
"La musica. Il mio strumento sono le parole e le suono senza smettere, alla ricerca dell'eco del mio primissimo accordo".
Che libro le manca ancora?
"Uno che mi distrugga. Come mi è successo con Moby Dick, Lolita, Faulkner e Cent'anni di solitudine. Alla fine, ero morto".
In cosa crede, oltre che nel potere della narrazione?
"Nella magia degli animali selvaggi. Soffro per la loro sparizione: non sono avidi, non tengono i soldi in banca. Io stesso vivo perché è vivo il mio gatto".
Ha un metodo per riprodurre la voce di personaggi storici?
"Ognuna ha un sapore. Dopo aver scritto I Am Abraham, sono andato in giro per anni sentendomi Lincoln. Ho appena finito un romanzo su Salinger. Fantastico: è uno degli autori scoperti da studente e ora, 65 anni dopo, ho vagato nel tempo per ritrovarlo".