I posti di blocco che uccidono la speranza
Paolo Rumiz , di PAOLO RUMIZI controlli ovunque, anche nell’Appennino già devastato dal terremoto. E il buon senso, smarrito insieme all’amore per l’altro. Tutte le puntate del diario dalla quarantena
20 aprile
Mi chiama Susanna Tamaro dalla sua tana umbra. È indignata per i controlli che bloccano la vita in Appenino anche nelle zone meno contagiate: Umbria appunto, Molise, Basilicata. Denuncia "il peggio dello stato di polizia" che sta dando il colpo di grazia all'Italia più autentica dopo il terremoto di Amatrice e l'insulto della mancata ricostruzione. "Chi è rimasto qui, si è indebitato perché la vita non si interrompesse. Oggi vedo i piccoli artigiani e negozianti alla canna del gas. Siamo quattro gatti distanziatissimi, ma ci multano lo stesso, anche se usciamo da soli a camminare oltre i 500 metri". Nella sua zona, l'unico discount è fuori comune, ma se ci vai sei multato "come un delinquente" e poi sei costretto a fare ore di coda davanti all'unica botteguccia. "Ci trattano come bambini o imbroglioni. Applicano la legge alla lettera senza pensare che soprattutto i vecchi e i bambini…
Mi chiama Susanna Tamaro dalla sua tana umbra. È indignata per i controlli che bloccano la vita in Appenino anche nelle zone meno contagiate: Umbria appunto, Molise, Basilicata. Denuncia "il peggio dello stato di polizia" che sta dando il colpo di grazia all'Italia più autentica dopo il terremoto di Amatrice e l'insulto della mancata ricostruzione. "Chi è rimasto qui, si è indebitato perché la vita non si interrompesse. Oggi vedo i piccoli artigiani e negozianti alla canna del gas. Siamo quattro gatti distanziatissimi, ma ci multano lo stesso, anche se usciamo da soli a camminare oltre i 500 metri". Nella sua zona, l'unico discount è fuori comune, ma se ci vai sei multato "come un delinquente" e poi sei costretto a fare ore di coda davanti all'unica botteguccia. "Ci trattano come bambini o imbroglioni. Applicano la legge alla lettera senza pensare che soprattutto i vecchi e i bambini…
20 aprile
Mi chiama Susanna Tamaro dalla sua tana umbra. È indignata per i controlli che bloccano la vita in Appenino anche nelle zone meno contagiate: Umbria appunto, Molise, Basilicata. Denuncia "il peggio dello stato di polizia" che sta dando il colpo di grazia all'Italia più autentica dopo il terremoto di Amatrice e l'insulto della mancata ricostruzione. "Chi è rimasto qui, si è indebitato perché la vita non si interrompesse. Oggi vedo i piccoli artigiani e negozianti alla canna del gas. Siamo quattro gatti distanziatissimi, ma ci multano lo stesso, anche se usciamo da soli a camminare oltre i 500 metri". Nella sua zona, l'unico discount è fuori comune, ma se ci vai sei multato "come un delinquente" e poi sei costretto a fare ore di coda davanti all'unica botteguccia. "Ci trattano come bambini o imbroglioni. Applicano la legge alla lettera senza pensare che soprattutto i vecchi e i bambini hanno bisogno di aria e di luce. Preferiscono che tu finisca nell'aria condizionata degli ospedali? Quella che ti frulla i virus e te li risputa in faccia?".
Conosco bene l'Appennino e so come, soprattutto nelle zone terremotate, stia venendo meno la speranza. L'ho toccato con mano a Camerino, a Norcia. Per non morire la gente svende case e terreni a stranieri che si comprano l'Italia più bella a prezzi ridicoli. La terra di San Benedetto e dei monti della Sibilla. Se diverremo la Disneyland dei Russi o dei Cinesi non sarà colpa del virus, ma di qualcosa di assai peggio: il cancro della burocrazia. La politica se ne accorge? "Mi si alza la pressione se ci penso", brontola Susanna. E a momenti ringhia, anche se è uno scricciolo alto così.
21 aprile
Ore 6.38. La spada del Sole nascente taglia il corridoio fino in fondo, come il sole del solstizio che filtra tra i dolmen di Stonehenge. Succede per la prima volta ogni 21 aprile. Il corridoio è orientato grosso modo sull'asse Est-Ovest e una finestrella aperta sul suo termine orientale è un fedele indicatore delle stagioni. Il corridoio è il baricentro di casa, lo spazio - solitamente in penombra - della memoria e dei Penati: ha una biblioteca che lo percorre per lungo e si ramifica con due ponti sospesi che obbligano chi entra in casa a passare sotto forche caudine di libri. Oggi la mattina è particolarmente limpida e il raggio laser di una calda luce passa radente sugli architravi di ciliegio, gli atlanti, le fiabe per bambini, le mappe e i libri dei grandi viaggi, per trafiggere - come nella piramide di Cheope - il fondo più buio della cripta, dove uno specchio piazzato ad arte la fa schizzare in direzione opposta. Nuovamente verso il Sole.
Alessandra ce l'ha fatta. È uscita da una febbre di cinquanta giorni. Mi scrive da Roma: "Ho pianto lacrime liberatorie, ho fatto una doccia, mi sono truccata, ho infilato i vestiti preferiti e sono andata a fare una lunga passeggiata. Non mi ero nemmeno accorta che fosse arrivata la primavera. Ora che ne sono fuori, riesco a vedere con più lucidità quel che è stato. Non ho mai provato in queste settimane un senso di smarrimento; al contrario, vedere tutto finalmente capovolto mi ha fatto sentire più a mio agio. Sarà che a me le logiche che muovono questo mondo non sono mai piaciute, sarà che per la prima volta vedo i "vincenti" alle prese con le loro vulnerabilità, sarà che io sconfitta mi sento da una vita e quindi cosa vuoi che sia una sconfitta in più. Sarà che a me dei viaggi piacciono soprattutto le fermate, quando fissi i pensieri e disegni le mappe future. Questo tempo sospeso non lo vivo poi così male. Ciò che mi fa invece paura e mi fa temere il peggio in futuro, è la mancanza di solidarietà, di amore in senso civico. In troppi restano a casa per paura, non per amore dell'altro. È devastante, soprattutto se quel sospetto diventa abitudine, se si spezza il fondamento dello stare insieme, dell'essere comunità. Potremmo ritrovarci ancora più soli di prima, vedere nell'altro una minaccia, come succede con i migranti. Con la differenza che quella è un'invasione inventata e questa è una tragedia reale. Per il resto ho solo tanta voglia di partire. Ti abbraccio".
22 aprile
Non ne posso più, devo uscire. Il tempo è al gran sereno con bora leggera. Ho anche un buon motivo: comprare un unguento per un'infiammazione sulla guancia. Mi brucia tremendamente dovermi giustificare con scartoffie, quando va da sé che il sole e l'aria buona sono farmaci sufficienti. Guanti, mascherina regolamentare e via, di buona lena.
Nell'aria, rondoni, e un surreale guanto di plastica che volteggia ad alta quota.
La prima farmacia è senza il farmaco. Devo oltrepassare il limite dei 500 metri. Intorno non c'è anima viva, le possibilità di contagiare qualcuno sono eguali a zero. Ma ecco, a circa 800 metri, i Carabinieri appostati. Mi fanno un cenno cortese e inequivocabile.
"Documenti per favore".
In Slovenia ci ridono dietro per questi controlli. Come in Austria e Germania, lì la gente può andare dove vuole, basta tenere le distanze; e per le mascherine è questione di buon senso. Ma mostro i documenti, per rispetto e disciplina.
"Lo sa che è oltre i cinquecento metri da casa sua?". Lo so perfettamente, rispondo, ma ho un problema medico da risolvere. Spiego che cerco un farmaco particolare. Tiro fuori dalla tasca la confezione vuota e spiego che la prima farmacia non l'aveva. Mostro anche l'auto-certificazione. Intorno continua a non esserci nessuno.
"Chi mi garantisce che quello che lei dice è vero?". Rispondo: "la mia parola d'onore", e rimango sorpreso io stesso della parola che ho usato. È uscita di moda da decenni e non so da dove sia riemersa. L'uomo in divisa cerca nel suo vocabolario mentale, poi mi fa con un gesto che sembra racchiudere una parentesi: "Eeeh, la parola d'onore... Non vuol dire niente".
In casi simili ho un metodo collaudato: passare alla terza persona. Dà autorevolezza e incute rispetto. "Ascolti - dico - qui c'è un uomo che ha fiducia in lei e in ciò che rappresenta la sua divisa. Lei ha fiducia in quest'uomo?".
"Io so solo che lei è fuori dai limiti e non ha una ricetta". Replico: lei mi crede o no? "Sarei portato a non crederle. Ma vada vada, per oggi passi".
Assolto per gentile concessione, non per buon senso. Ma perché mi ostino a sognare un rapporto maturo tra cittadino e istituzioni?
Intanto la vita si riprende i suoi spazi, ti entra in casa con profumo di viole del pensiero. Succede specie la sera, sotto il segno di Venere, mai così splendida. Hanno avvistato balene in Dalmazia, una famiglia intera che esultava soffiando al largo di Sebenico. In Sardegna i cinghiali e mufloni festeggiano in spiaggia a centinaia, in scene da safari africano. Famigliole di cervi se ne vanno a spasso nei paesi del Veneto.
La natura ci invita a un nuovo sposalizio, a riempire lo zaino e andare. Eccomi! Sono pronto, aspettatemi. E chi vuole andare a Rimini, faccia pure.
Puntata 11. Continua
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Mi chiama Susanna Tamaro dalla sua tana umbra. È indignata per i controlli che bloccano la vita in Appenino anche nelle zone meno contagiate: Umbria appunto, Molise, Basilicata. Denuncia "il peggio dello stato di polizia" che sta dando il colpo di grazia all'Italia più autentica dopo il terremoto di Amatrice e l'insulto della mancata ricostruzione. "Chi è rimasto qui, si è indebitato perché la vita non si interrompesse. Oggi vedo i piccoli artigiani e negozianti alla canna del gas. Siamo quattro gatti distanziatissimi, ma ci multano lo stesso, anche se usciamo da soli a camminare oltre i 500 metri". Nella sua zona, l'unico discount è fuori comune, ma se ci vai sei multato "come un delinquente" e poi sei costretto a fare ore di coda davanti all'unica botteguccia. "Ci trattano come bambini o imbroglioni. Applicano la legge alla lettera senza pensare che soprattutto i vecchi e i bambini hanno bisogno di aria e di luce. Preferiscono che tu finisca nell'aria condizionata degli ospedali? Quella che ti frulla i virus e te li risputa in faccia?".
Conosco bene l'Appennino e so come, soprattutto nelle zone terremotate, stia venendo meno la speranza. L'ho toccato con mano a Camerino, a Norcia. Per non morire la gente svende case e terreni a stranieri che si comprano l'Italia più bella a prezzi ridicoli. La terra di San Benedetto e dei monti della Sibilla. Se diverremo la Disneyland dei Russi o dei Cinesi non sarà colpa del virus, ma di qualcosa di assai peggio: il cancro della burocrazia. La politica se ne accorge? "Mi si alza la pressione se ci penso", brontola Susanna. E a momenti ringhia, anche se è uno scricciolo alto così.
21 aprile
Ore 6.38. La spada del Sole nascente taglia il corridoio fino in fondo, come il sole del solstizio che filtra tra i dolmen di Stonehenge. Succede per la prima volta ogni 21 aprile. Il corridoio è orientato grosso modo sull'asse Est-Ovest e una finestrella aperta sul suo termine orientale è un fedele indicatore delle stagioni. Il corridoio è il baricentro di casa, lo spazio - solitamente in penombra - della memoria e dei Penati: ha una biblioteca che lo percorre per lungo e si ramifica con due ponti sospesi che obbligano chi entra in casa a passare sotto forche caudine di libri. Oggi la mattina è particolarmente limpida e il raggio laser di una calda luce passa radente sugli architravi di ciliegio, gli atlanti, le fiabe per bambini, le mappe e i libri dei grandi viaggi, per trafiggere - come nella piramide di Cheope - il fondo più buio della cripta, dove uno specchio piazzato ad arte la fa schizzare in direzione opposta. Nuovamente verso il Sole.
Alessandra ce l'ha fatta. È uscita da una febbre di cinquanta giorni. Mi scrive da Roma: "Ho pianto lacrime liberatorie, ho fatto una doccia, mi sono truccata, ho infilato i vestiti preferiti e sono andata a fare una lunga passeggiata. Non mi ero nemmeno accorta che fosse arrivata la primavera. Ora che ne sono fuori, riesco a vedere con più lucidità quel che è stato. Non ho mai provato in queste settimane un senso di smarrimento; al contrario, vedere tutto finalmente capovolto mi ha fatto sentire più a mio agio. Sarà che a me le logiche che muovono questo mondo non sono mai piaciute, sarà che per la prima volta vedo i "vincenti" alle prese con le loro vulnerabilità, sarà che io sconfitta mi sento da una vita e quindi cosa vuoi che sia una sconfitta in più. Sarà che a me dei viaggi piacciono soprattutto le fermate, quando fissi i pensieri e disegni le mappe future. Questo tempo sospeso non lo vivo poi così male. Ciò che mi fa invece paura e mi fa temere il peggio in futuro, è la mancanza di solidarietà, di amore in senso civico. In troppi restano a casa per paura, non per amore dell'altro. È devastante, soprattutto se quel sospetto diventa abitudine, se si spezza il fondamento dello stare insieme, dell'essere comunità. Potremmo ritrovarci ancora più soli di prima, vedere nell'altro una minaccia, come succede con i migranti. Con la differenza che quella è un'invasione inventata e questa è una tragedia reale. Per il resto ho solo tanta voglia di partire. Ti abbraccio".
22 aprile
Non ne posso più, devo uscire. Il tempo è al gran sereno con bora leggera. Ho anche un buon motivo: comprare un unguento per un'infiammazione sulla guancia. Mi brucia tremendamente dovermi giustificare con scartoffie, quando va da sé che il sole e l'aria buona sono farmaci sufficienti. Guanti, mascherina regolamentare e via, di buona lena.
Nell'aria, rondoni, e un surreale guanto di plastica che volteggia ad alta quota.
La prima farmacia è senza il farmaco. Devo oltrepassare il limite dei 500 metri. Intorno non c'è anima viva, le possibilità di contagiare qualcuno sono eguali a zero. Ma ecco, a circa 800 metri, i Carabinieri appostati. Mi fanno un cenno cortese e inequivocabile.
"Documenti per favore".
In Slovenia ci ridono dietro per questi controlli. Come in Austria e Germania, lì la gente può andare dove vuole, basta tenere le distanze; e per le mascherine è questione di buon senso. Ma mostro i documenti, per rispetto e disciplina.
"Lo sa che è oltre i cinquecento metri da casa sua?". Lo so perfettamente, rispondo, ma ho un problema medico da risolvere. Spiego che cerco un farmaco particolare. Tiro fuori dalla tasca la confezione vuota e spiego che la prima farmacia non l'aveva. Mostro anche l'auto-certificazione. Intorno continua a non esserci nessuno.
"Chi mi garantisce che quello che lei dice è vero?". Rispondo: "la mia parola d'onore", e rimango sorpreso io stesso della parola che ho usato. È uscita di moda da decenni e non so da dove sia riemersa. L'uomo in divisa cerca nel suo vocabolario mentale, poi mi fa con un gesto che sembra racchiudere una parentesi: "Eeeh, la parola d'onore... Non vuol dire niente".
In casi simili ho un metodo collaudato: passare alla terza persona. Dà autorevolezza e incute rispetto. "Ascolti - dico - qui c'è un uomo che ha fiducia in lei e in ciò che rappresenta la sua divisa. Lei ha fiducia in quest'uomo?".
"Io so solo che lei è fuori dai limiti e non ha una ricetta". Replico: lei mi crede o no? "Sarei portato a non crederle. Ma vada vada, per oggi passi".
Assolto per gentile concessione, non per buon senso. Ma perché mi ostino a sognare un rapporto maturo tra cittadino e istituzioni?
Intanto la vita si riprende i suoi spazi, ti entra in casa con profumo di viole del pensiero. Succede specie la sera, sotto il segno di Venere, mai così splendida. Hanno avvistato balene in Dalmazia, una famiglia intera che esultava soffiando al largo di Sebenico. In Sardegna i cinghiali e mufloni festeggiano in spiaggia a centinaia, in scene da safari africano. Famigliole di cervi se ne vanno a spasso nei paesi del Veneto.
La natura ci invita a un nuovo sposalizio, a riempire lo zaino e andare. Eccomi! Sono pronto, aspettatemi. E chi vuole andare a Rimini, faccia pure.
Puntata 11. Continua
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