Così Belli mise in versi la "peste" di Roma
Paolo Mauri , di PAOLO MAURIIl poeta ottocentesco raccontò nei suoi sonetti l'epidemia di colera che colpì la città del Papa nel 1835
Il 14 settembre del 1833 furono ritrovate le ossa di Raffaello sotto un altare del Pantheon e la notizia fece gran rumore. Giuseppe Gioachino Belli in quel momento era a Perugia e la moglie Mariuccia lo informa con una lettera dell'accaduto, commentando il gran concorso di popolo . "Si vede che tutti anche i più idioti gustano il bello" scrive, con un repentino scambio tra l'opera del grande artista e le ossa ritrovate. A Belli tutto quell'entusiasmo parve un'esagerazione : in fondo si sapeva dove erano, disse, bastava cercare e alla questione dedicò un sonetto dispettoso, "Er corpo aritrovato" . "Ma ttutte ar tempo mio s'ha da vedelle!" commenta un anonimo popolano e aggiunge che a Roma le ossa proprio non mancavano.
Belli fa spesso, con il suo monumento in versi alla plebe di Roma, il controcanto alle cronache del tempo e quasi inevitabilmente affronta il&nbs…
Belli fa spesso, con il suo monumento in versi alla plebe di Roma, il controcanto alle cronache del tempo e quasi inevitabilmente affronta il&nbs…
Il 14 settembre del 1833 furono ritrovate le ossa di Raffaello sotto un altare del Pantheon e la notizia fece gran rumore. Giuseppe Gioachino Belli in quel momento era a Perugia e la moglie Mariuccia lo informa con una lettera dell'accaduto, commentando il gran concorso di popolo . "Si vede che tutti anche i più idioti gustano il bello" scrive, con un repentino scambio tra l'opera del grande artista e le ossa ritrovate. A Belli tutto quell'entusiasmo parve un'esagerazione : in fondo si sapeva dove erano, disse, bastava cercare e alla questione dedicò un sonetto dispettoso, "Er corpo aritrovato" . "Ma ttutte ar tempo mio s'ha da vedelle!" commenta un anonimo popolano e aggiunge che a Roma le ossa proprio non mancavano.
Belli fa spesso, con il suo monumento in versi alla plebe di Roma, il controcanto alle cronache del tempo e quasi inevitabilmente affronta il tema dell'epidemia di colera che dall'agosto del 1835 incomincia ad assediare alcuni stati italiani, dal Piemonte alla Toscana, alle Marche, risparmiando per il momento Roma dove la prima vittima si ebbe il 10 luglio del 1838, divampando poi nei giorni e mesi successivi. Gran tema, dunque, sul quale molto si discuteva e chiacchierava . Finirà con una processione, scriveva il Belli alla moglie. Infatti a Ferragosto del 1837 il Papa diede una solenne benedizione alla città dalla loggia del Quirinale.
Il Belli aveva intanto già finito, nel dicembre del '36, di scrivere i suoi 34 sonetti intitolati al colera : "Er collera moribus" , dove gioca con le parole variando tra cóllera e collèra o colera e tra morbo e morte. "Perché sso ddar curato de Subbiaco / Che mmòribus siggnifica se more" , come dice il parlante del quinto sonetto che poi aggiunge che lui del "collèra" se ne infischia, perché, come ha detto un dottore "er rimedio è lo sta de bbon umore" . Sul colera non mancavano affatto le notizie, anche false, ma per il momento i protagonisti dei sonetti, riuniti all'osteria della Gensola , cioè a Trastevere più o meno di fronte all'isola Tiberina, sono pronti a dubitare che l'epidemia possa toccare la città del Papa. Che dire del fatto che a Nizza il morbo "fa ppiazza pulita"?
È un segno che lì non ci si prende cura della vita , sottinteso spirituale, magari facendo le dovute penitenze come quelli che si frustano "er culo al Caravita", cioè all'oratorio del Caravita , dove erano in uso queste pratiche autoflagellatorie al buio. Il colera veniva da lontano , fin dal 1831 aveva toccato la Russia, che molto probabilmente lo aveva importato dalla Persia ed era poi dilagato in Polonia, Ungheria e Germania. E purtroppo mancavano veri rimedi. Il male aggrediva lo stomaco e gli intestini e il malato si svuotava per giorni e giorni finendo col consumarsi tutto tra molte sofferenze. Sarà solo negli anni ottanta dell'Ottocento che Koch studiando il batterio aprirà la strada alle efficaci cure moderne.
All'epoca del Belli avevano corso i rimedi che la medicina del tempo era in grado di approntare e cioè palliativi che spesso peggioravano la situazione. E c'erano grandi discussioni su come il morbo si propagava. Il contagio. Nulla impediva al popolino (e non solo) di pensare che il colera fosse un castigo divino e che dunque l'unico possibile rimedio fosse il ricorso alla preghiera , alle immagini sacre , alle processioni. E del resto il cardinal vicario Carlo Odescalchi nel suo "Invito sagro" aveva indetto una novena straordinaria in preparazione della festa dell'Assunta, ribadendo che Roma ha una "barriera cui le Alpi e i mari rassomigliar non possono , e questa barriera è Maria".
E il Papa, che è poi Gregorio XVI , al secolo Mauro Cappellari proveniente da Belluno, sempre preso di punta dal Belli, aveva concesso l'indulgenza plenaria. Sapete chi si salva ? Diceva un tal Ciriaco ai compagni d'osteria Olivo e Marchionne, sapete chi? "vve lo dich'io le donne". Si era sparsa infatti la voce che le donne incinte fossero immuni dal colera . Intanto il conte Luigi Primoli e Pietro Torti erano stati incaricati di provvedere in caso il colera dilagasse. Belli registra l'accaduto nel sonetto numero 6 e il popolano commenta: "Questi tra lloro se so già accordati /Che la povera ggente se straporti / Ar lazzaretto , indov'escheno morti / Tutti quelli che cc'entreno ammalati. // E li ricchi staranno in ne l'interno/ De casa loro , curati e assistiti/ Da un medico , e un piantone der governo".
E le chiacchiere, più o meno realistiche, continuano. Il re di Napoli , di cui si diceva che fosse impotente, impone la castità per un anno ai suoi sudditi e poi decide di fare una strage di polli , pensando che ai polli si debba la diffusione del male. E il re di Francia? Lo registra il sonetto 12. Luigi Filippo, secondo la versione popolare, non fa cordoni sanitari "E nun spenne quadrini in gnisun muro". Per lui c'è Dio che pensa al futuro: "E quanno esscì er collèra da Tullone/ Sai lui che ddisse? O ffutre o ssacranone! /Vien le collère ? favorischi puro". Cercava forse, senza saperlo, l'immunità di gregge? Intanto , accogliendo una legge dell'epoca napoleonica, si inaugurava un nuovo cimitero fuori dalle mura cittadine. È il Verano che man mano si ingrandirà fino all'aspetto attuale, accanto alla Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Non bisognava più seppellire i morti nelle chiese seguendo il dettato dell'editto di Saint Cloud del 1804. Ma subito si fanno eccezioni : per il Papa , i cardinali, i vescovi e, insinua Belli in un sonetto a parte , anche per i raccomandati dal curato "Insomma, via, nun ciannerà ggnisuno" . Ma già nel sonetto 15 della serie , per così dire, collerica, aveva annotato lo sgomento nel "Vedè bbuttà li poveri cristiani /Li nostri padri, le nostre crature/ Ner campaccio, per dio, come li cani" e tutto per effetto d'una moda che impone ai romani "De spregà ttante belle sepporture!" , intendendo , appunto, quelle interne alle moltissime chiese. Intanto , mentre il colera devasta Ancona, a Roma si discute dei rimedi possibili e i commercianti fanno affari : alcuni "Hanno vennuto per ttre vorte er costo/Li più rancidi fonni de bbottega". Un certo dottor Benedetto Viale diceva d'essere riuscito a vedere il "drago" del colera, un insetto a cui attribuire il contagio. Fu mandato ad Ancona e il Belli registrò in un sonetto (29) l'apparizione del "luminare": "Nun zapete che llui cor cannocchiale / Vedde er collèra in forma de dragone, / E ggnisun antro medico cojjone / Aveva mai scuperto st'animale?" .
Per leggere l'intera serie dei sonetti si può ora utilizzare la bellissima edizione critica dei Millenni Einaudi, curata da Pietro Gibellini, Lucio Felici, Edoardo Ripari. È ricca di note alle quali ovviamente abbiamo attinto. Nel 1838 Roma aveva, secondo un censimento fatto ad aprile, 148.903 abitanti. Per il colera i morti erano stati 5419 . Ma la differenza tra il censimento citato e quello dell'anno prima risultava di 7649 persone. C'erano dunque dei morti in incognito? Lasciamo la conclusione al falegname che lavorava in un teatro e protesta perché vogliono "Inibbì le commedie" togliendo a lui due paoli di compenso per ogni serata: "Pe nnun morì ddomani de collèra / S'averebbe oggi da morì de fame?" E se poi il colera arriva pazienza per chi muore ,ma "Chi resta vivo vorà divertisse". E' una legge universale e vale sempre, anche adesso, non c'è davvero bisogno di dirlo.
Belli fa spesso, con il suo monumento in versi alla plebe di Roma, il controcanto alle cronache del tempo e quasi inevitabilmente affronta il tema dell'epidemia di colera che dall'agosto del 1835 incomincia ad assediare alcuni stati italiani, dal Piemonte alla Toscana, alle Marche, risparmiando per il momento Roma dove la prima vittima si ebbe il 10 luglio del 1838, divampando poi nei giorni e mesi successivi. Gran tema, dunque, sul quale molto si discuteva e chiacchierava . Finirà con una processione, scriveva il Belli alla moglie. Infatti a Ferragosto del 1837 il Papa diede una solenne benedizione alla città dalla loggia del Quirinale.
Il Belli aveva intanto già finito, nel dicembre del '36, di scrivere i suoi 34 sonetti intitolati al colera : "Er collera moribus" , dove gioca con le parole variando tra cóllera e collèra o colera e tra morbo e morte. "Perché sso ddar curato de Subbiaco / Che mmòribus siggnifica se more" , come dice il parlante del quinto sonetto che poi aggiunge che lui del "collèra" se ne infischia, perché, come ha detto un dottore "er rimedio è lo sta de bbon umore" . Sul colera non mancavano affatto le notizie, anche false, ma per il momento i protagonisti dei sonetti, riuniti all'osteria della Gensola , cioè a Trastevere più o meno di fronte all'isola Tiberina, sono pronti a dubitare che l'epidemia possa toccare la città del Papa. Che dire del fatto che a Nizza il morbo "fa ppiazza pulita"?
È un segno che lì non ci si prende cura della vita , sottinteso spirituale, magari facendo le dovute penitenze come quelli che si frustano "er culo al Caravita", cioè all'oratorio del Caravita , dove erano in uso queste pratiche autoflagellatorie al buio. Il colera veniva da lontano , fin dal 1831 aveva toccato la Russia, che molto probabilmente lo aveva importato dalla Persia ed era poi dilagato in Polonia, Ungheria e Germania. E purtroppo mancavano veri rimedi. Il male aggrediva lo stomaco e gli intestini e il malato si svuotava per giorni e giorni finendo col consumarsi tutto tra molte sofferenze. Sarà solo negli anni ottanta dell'Ottocento che Koch studiando il batterio aprirà la strada alle efficaci cure moderne.
All'epoca del Belli avevano corso i rimedi che la medicina del tempo era in grado di approntare e cioè palliativi che spesso peggioravano la situazione. E c'erano grandi discussioni su come il morbo si propagava. Il contagio. Nulla impediva al popolino (e non solo) di pensare che il colera fosse un castigo divino e che dunque l'unico possibile rimedio fosse il ricorso alla preghiera , alle immagini sacre , alle processioni. E del resto il cardinal vicario Carlo Odescalchi nel suo "Invito sagro" aveva indetto una novena straordinaria in preparazione della festa dell'Assunta, ribadendo che Roma ha una "barriera cui le Alpi e i mari rassomigliar non possono , e questa barriera è Maria".
E il Papa, che è poi Gregorio XVI , al secolo Mauro Cappellari proveniente da Belluno, sempre preso di punta dal Belli, aveva concesso l'indulgenza plenaria. Sapete chi si salva ? Diceva un tal Ciriaco ai compagni d'osteria Olivo e Marchionne, sapete chi? "vve lo dich'io le donne". Si era sparsa infatti la voce che le donne incinte fossero immuni dal colera . Intanto il conte Luigi Primoli e Pietro Torti erano stati incaricati di provvedere in caso il colera dilagasse. Belli registra l'accaduto nel sonetto numero 6 e il popolano commenta: "Questi tra lloro se so già accordati /Che la povera ggente se straporti / Ar lazzaretto , indov'escheno morti / Tutti quelli che cc'entreno ammalati. // E li ricchi staranno in ne l'interno/ De casa loro , curati e assistiti/ Da un medico , e un piantone der governo".
E le chiacchiere, più o meno realistiche, continuano. Il re di Napoli , di cui si diceva che fosse impotente, impone la castità per un anno ai suoi sudditi e poi decide di fare una strage di polli , pensando che ai polli si debba la diffusione del male. E il re di Francia? Lo registra il sonetto 12. Luigi Filippo, secondo la versione popolare, non fa cordoni sanitari "E nun spenne quadrini in gnisun muro". Per lui c'è Dio che pensa al futuro: "E quanno esscì er collèra da Tullone/ Sai lui che ddisse? O ffutre o ssacranone! /Vien le collère ? favorischi puro". Cercava forse, senza saperlo, l'immunità di gregge? Intanto , accogliendo una legge dell'epoca napoleonica, si inaugurava un nuovo cimitero fuori dalle mura cittadine. È il Verano che man mano si ingrandirà fino all'aspetto attuale, accanto alla Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Non bisognava più seppellire i morti nelle chiese seguendo il dettato dell'editto di Saint Cloud del 1804. Ma subito si fanno eccezioni : per il Papa , i cardinali, i vescovi e, insinua Belli in un sonetto a parte , anche per i raccomandati dal curato "Insomma, via, nun ciannerà ggnisuno" . Ma già nel sonetto 15 della serie , per così dire, collerica, aveva annotato lo sgomento nel "Vedè bbuttà li poveri cristiani /Li nostri padri, le nostre crature/ Ner campaccio, per dio, come li cani" e tutto per effetto d'una moda che impone ai romani "De spregà ttante belle sepporture!" , intendendo , appunto, quelle interne alle moltissime chiese. Intanto , mentre il colera devasta Ancona, a Roma si discute dei rimedi possibili e i commercianti fanno affari : alcuni "Hanno vennuto per ttre vorte er costo/Li più rancidi fonni de bbottega". Un certo dottor Benedetto Viale diceva d'essere riuscito a vedere il "drago" del colera, un insetto a cui attribuire il contagio. Fu mandato ad Ancona e il Belli registrò in un sonetto (29) l'apparizione del "luminare": "Nun zapete che llui cor cannocchiale / Vedde er collèra in forma de dragone, / E ggnisun antro medico cojjone / Aveva mai scuperto st'animale?" .
Per leggere l'intera serie dei sonetti si può ora utilizzare la bellissima edizione critica dei Millenni Einaudi, curata da Pietro Gibellini, Lucio Felici, Edoardo Ripari. È ricca di note alle quali ovviamente abbiamo attinto. Nel 1838 Roma aveva, secondo un censimento fatto ad aprile, 148.903 abitanti. Per il colera i morti erano stati 5419 . Ma la differenza tra il censimento citato e quello dell'anno prima risultava di 7649 persone. C'erano dunque dei morti in incognito? Lasciamo la conclusione al falegname che lavorava in un teatro e protesta perché vogliono "Inibbì le commedie" togliendo a lui due paoli di compenso per ogni serata: "Pe nnun morì ddomani de collèra / S'averebbe oggi da morì de fame?" E se poi il colera arriva pazienza per chi muore ,ma "Chi resta vivo vorà divertisse". E' una legge universale e vale sempre, anche adesso, non c'è davvero bisogno di dirlo.