Questo è il tempo di Don Chisciotte
Alberto Manguel , di ALBERTO MANGUELIl protagonista di Cervantes vive l’interruzione della realtà e la sfida all’impossibile. La sua lezione folle è necessaria oggi più che mai
Quando la storia di Don Chisciotte volge quasi al termine, Sansone Carrasco, il tronfio intellettuale che crede di poter curare tutta quella pazzia, dice di essere il Cavaliere della Bianca Luna e, giurando che la sua dama è di gran lunga più bella di Dulcinea, costringe il vecchio gentiluomo a sfidarlo a duello. Don Chisciotte si scaglia contro il suo avversario, cade a terra gravemente ferito e, incapace di rialzarsi da solo, sente Carrasco dire che ammetterà che Dulcinea ha più fascino soltanto se lui, Don Chisciotte, accetterà di starsene in casa per un anno intero o «per il tempo che io deciderò». Don Chisciotte, sconfitto, acconsente.
Nelle pagine successive accadono poche altre cose, altre allucinazioni e altri incantesimi ma, in seguito alla promessa fatta, Don Chisciotte torna con Sancio nel suo villaggio e chiede di essere messo a letto dove, una settimana dopo essersi ritrasformato in Alonso Chisciano (come il suo sconv…
Nelle pagine successive accadono poche altre cose, altre allucinazioni e altri incantesimi ma, in seguito alla promessa fatta, Don Chisciotte torna con Sancio nel suo villaggio e chiede di essere messo a letto dove, una settimana dopo essersi ritrasformato in Alonso Chisciano (come il suo sconv…
Quando la storia di Don Chisciotte volge quasi al termine, Sansone Carrasco, il tronfio intellettuale che crede di poter curare tutta quella pazzia, dice di essere il Cavaliere della Bianca Luna e, giurando che la sua dama è di gran lunga più bella di Dulcinea, costringe il vecchio gentiluomo a sfidarlo a duello. Don Chisciotte si scaglia contro il suo avversario, cade a terra gravemente ferito e, incapace di rialzarsi da solo, sente Carrasco dire che ammetterà che Dulcinea ha più fascino soltanto se lui, Don Chisciotte, accetterà di starsene in casa per un anno intero o «per il tempo che io deciderò». Don Chisciotte, sconfitto, acconsente.
Nelle pagine successive accadono poche altre cose, altre allucinazioni e altri incantesimi ma, in seguito alla promessa fatta, Don Chisciotte torna con Sancio nel suo villaggio e chiede di essere messo a letto dove, una settimana dopo essersi ritrasformato in Alonso Chisciano (come il suo sconvolto autore Cide Hamete Benengeli, ci racconta) «esalò lo spirito, e voglio dire morì».
L’anno di sospensione che Sansone Carrasco strappa con una promessa a Don Chisciotte è, per il nostro protagonista, un tempo inammissibile. Smettere di essere Don Chisciotte per un anno, o perfino un istante, è come chiedere al tempo di fermarsi.
Don Chisciotte non può smettere di essere sé stesso e nel contempo continuare a vivere. Don Chisciotte è il prodotto delle sue stesse letture e il suo mondo, materialmente vivo in tutta la sua crudeltà e violenza, è qualcosa che egli può conoscere soltanto grazie alla sua attività di lettore. Per Don Chisciotte non esiste nulla che non sia stato letto in precedenza o, meglio ancora, non esiste nulla che non inizi e finisca nei suoi libri. Di conseguenza, Don Chisciotte non può rifiutarsi di interpretare le sue letture, di continuare la storia in cui si è trasformata la sua vita, di comportarsi come un cavaliere errante in armi, perché non appena Alonso Chisciano smette di leggere il suo libro dei sogni, Don Chisciotte deve morire. Il tempo di Don Chisciotte è formato dagli istanti che Alonso Chisciano è disposto a concedergli.
Don Chisciotte esiste (come sa bene Alonso Chisciano) tra le copertine del libro di Cide Hamete: per il lettore questa è l’unica storia vera, e non possono essercene altre alternative. Questo spiega perché non sia assolutamente fortuito che, negli ultimi capitoli della Seconda parte, i personaggi discutono la falsa natura del sequel del Don Chisciotte pubblicato da Avellaneda dopo il successo della Prima parte delle Avventure del cavaliere di Cervantes. La donzella Altisidora, che sostiene di essere morta a causa del suo amore non corrisposto per il vecchio cavaliere, descrive la sua discesa agli inferi dicendo di aver visto laggiù una legione di diavoli giocare lanciandosi libri come palle, facendo a brandelli l’opera di Avellaneda, «un libro sì pessimo” – dice uno dei diavoli – che se mai io medesimo mi fossi accinto a comporlo, non avrei potuto farne uno peggiore».
Non è fortuito nemmeno il fatto che Alonso Chisciano detti le sue ultime volontà e il suo testamento e impartisca all’esecutore testamentario di chiedere perdono all’autore apocrifo di avergli dato motivo di scrivere «quei tanti e sì grossi spropositi». In quelle scuse è implicito il fatto che il libro di Avellaneda era un’assurdità, non quella che il lettore tiene nelle sue mani adesso. Finzione (il tempo sprecato, la non verità, le menzogne insulse) e vera narrazione (la cronaca del tempo reale, delle cose così come sono) non possono e non devono coesistere. Don Chisciotte, che sembra credere nella stregoneria e nella magia, non confonde mai realtà e finzione. Il tempo di Don Chisciotte è quello del mondo reale, quello che riconosciamo perché ne raccontiamo la storia.
L’anno di interruzione che Sansone Carrasco impone a Don Chisciotte appartiene al tempo finto, al tempo della non esistenza. Si tratta del tempo descritto da chi è condannato a inferni reali e letterari, un tempo crudele, una specie di eternità nella quale nulla esiste fuorché il dolore e chi soffre perde tutto ciò che permette di darsi un’identità riconoscibile. È un tempo senza specchi, o di specchi finti che riflettono soltanto il vuoto, il tempo di pubblicità commerciali e politiche che ottundono e distraggono, un tempo nel quale il consumatore è ammaestrato a dimenticarsi di sé e a diventare un altro, qualcuno che identifica il suo desiderio con ciò che è soltanto superficiale, superfluo, sterile.
Questo è il tempo che ci augurano i maghi del mondo commerciale, come quello che, secondo Don Chisciotte, ha fatto scomparire la sua libreria (anche se di fatto è stata murata dal curato e dal barbiere dopo averne bruciati i libri da bravi censori): «perché sa, per mezzo delle sue arti e dei suoi libri che, con l’andare del tempo, io debbo venire a singolar tenzone con un cavaliere che egli protegge, e che io ho da vincerlo».
In contrapposizione a questo tempo falso scorre il tempo di Don Chisciotte, mutevole di continuo nello spazio di quei due volumi creati per noi da Cervantes. In questo tempo – vero, ricco, pieno di meraviglie – per noi, suoi lettori, c’è un momento preciso, benché forse non più misterioso di molti altri, quanto meno più sconcertante e strabiliante. Si tratta del momento in cui il lettore dimentica Miguel de Cervantes, l’autore, e crede soltanto nella realtà di Don Chisciotte. Tutti conoscono Don Chisciotte (perfino chi non ha letto i libri di Cervantes).
Accanto a lui, Cervantes è quasi uno spettro, un personaggio di secondaria importanza nel romanzo, un intruso che, di tanto in tanto, esprime un commento o un’opinione sugli eventi, un lettore distaccato che un giorno ha trovato un mucchio di carte in un mercato di Toledo e le ha fatte tradurre, permettendoci così di leggere le avventure dell’indimenticabile cavaliere. Con il tempo, perfino le fattezze fisiche di Cervantes diventano quelle della sua creatura, un’usurpazione che, nel XIX secolo, si afferma a tal punto che gli illustratori del romanzo raffigurano identici sia l’autore sia il protagonista inventato. La creazione letteraria nasce nel tempo del libro, mentre l’autore stesso sfuma nel tempo della storia letteraria, uno spettro nelle selve del mondo accademico.
Traduzione di Anna Bissanti
Nelle pagine successive accadono poche altre cose, altre allucinazioni e altri incantesimi ma, in seguito alla promessa fatta, Don Chisciotte torna con Sancio nel suo villaggio e chiede di essere messo a letto dove, una settimana dopo essersi ritrasformato in Alonso Chisciano (come il suo sconvolto autore Cide Hamete Benengeli, ci racconta) «esalò lo spirito, e voglio dire morì».
L’anno di sospensione che Sansone Carrasco strappa con una promessa a Don Chisciotte è, per il nostro protagonista, un tempo inammissibile. Smettere di essere Don Chisciotte per un anno, o perfino un istante, è come chiedere al tempo di fermarsi.
Don Chisciotte non può smettere di essere sé stesso e nel contempo continuare a vivere. Don Chisciotte è il prodotto delle sue stesse letture e il suo mondo, materialmente vivo in tutta la sua crudeltà e violenza, è qualcosa che egli può conoscere soltanto grazie alla sua attività di lettore. Per Don Chisciotte non esiste nulla che non sia stato letto in precedenza o, meglio ancora, non esiste nulla che non inizi e finisca nei suoi libri. Di conseguenza, Don Chisciotte non può rifiutarsi di interpretare le sue letture, di continuare la storia in cui si è trasformata la sua vita, di comportarsi come un cavaliere errante in armi, perché non appena Alonso Chisciano smette di leggere il suo libro dei sogni, Don Chisciotte deve morire. Il tempo di Don Chisciotte è formato dagli istanti che Alonso Chisciano è disposto a concedergli.
Don Chisciotte esiste (come sa bene Alonso Chisciano) tra le copertine del libro di Cide Hamete: per il lettore questa è l’unica storia vera, e non possono essercene altre alternative. Questo spiega perché non sia assolutamente fortuito che, negli ultimi capitoli della Seconda parte, i personaggi discutono la falsa natura del sequel del Don Chisciotte pubblicato da Avellaneda dopo il successo della Prima parte delle Avventure del cavaliere di Cervantes. La donzella Altisidora, che sostiene di essere morta a causa del suo amore non corrisposto per il vecchio cavaliere, descrive la sua discesa agli inferi dicendo di aver visto laggiù una legione di diavoli giocare lanciandosi libri come palle, facendo a brandelli l’opera di Avellaneda, «un libro sì pessimo” – dice uno dei diavoli – che se mai io medesimo mi fossi accinto a comporlo, non avrei potuto farne uno peggiore».
Non è fortuito nemmeno il fatto che Alonso Chisciano detti le sue ultime volontà e il suo testamento e impartisca all’esecutore testamentario di chiedere perdono all’autore apocrifo di avergli dato motivo di scrivere «quei tanti e sì grossi spropositi». In quelle scuse è implicito il fatto che il libro di Avellaneda era un’assurdità, non quella che il lettore tiene nelle sue mani adesso. Finzione (il tempo sprecato, la non verità, le menzogne insulse) e vera narrazione (la cronaca del tempo reale, delle cose così come sono) non possono e non devono coesistere. Don Chisciotte, che sembra credere nella stregoneria e nella magia, non confonde mai realtà e finzione. Il tempo di Don Chisciotte è quello del mondo reale, quello che riconosciamo perché ne raccontiamo la storia.
L’anno di interruzione che Sansone Carrasco impone a Don Chisciotte appartiene al tempo finto, al tempo della non esistenza. Si tratta del tempo descritto da chi è condannato a inferni reali e letterari, un tempo crudele, una specie di eternità nella quale nulla esiste fuorché il dolore e chi soffre perde tutto ciò che permette di darsi un’identità riconoscibile. È un tempo senza specchi, o di specchi finti che riflettono soltanto il vuoto, il tempo di pubblicità commerciali e politiche che ottundono e distraggono, un tempo nel quale il consumatore è ammaestrato a dimenticarsi di sé e a diventare un altro, qualcuno che identifica il suo desiderio con ciò che è soltanto superficiale, superfluo, sterile.
Questo è il tempo che ci augurano i maghi del mondo commerciale, come quello che, secondo Don Chisciotte, ha fatto scomparire la sua libreria (anche se di fatto è stata murata dal curato e dal barbiere dopo averne bruciati i libri da bravi censori): «perché sa, per mezzo delle sue arti e dei suoi libri che, con l’andare del tempo, io debbo venire a singolar tenzone con un cavaliere che egli protegge, e che io ho da vincerlo».
In contrapposizione a questo tempo falso scorre il tempo di Don Chisciotte, mutevole di continuo nello spazio di quei due volumi creati per noi da Cervantes. In questo tempo – vero, ricco, pieno di meraviglie – per noi, suoi lettori, c’è un momento preciso, benché forse non più misterioso di molti altri, quanto meno più sconcertante e strabiliante. Si tratta del momento in cui il lettore dimentica Miguel de Cervantes, l’autore, e crede soltanto nella realtà di Don Chisciotte. Tutti conoscono Don Chisciotte (perfino chi non ha letto i libri di Cervantes).
Accanto a lui, Cervantes è quasi uno spettro, un personaggio di secondaria importanza nel romanzo, un intruso che, di tanto in tanto, esprime un commento o un’opinione sugli eventi, un lettore distaccato che un giorno ha trovato un mucchio di carte in un mercato di Toledo e le ha fatte tradurre, permettendoci così di leggere le avventure dell’indimenticabile cavaliere. Con il tempo, perfino le fattezze fisiche di Cervantes diventano quelle della sua creatura, un’usurpazione che, nel XIX secolo, si afferma a tal punto che gli illustratori del romanzo raffigurano identici sia l’autore sia il protagonista inventato. La creazione letteraria nasce nel tempo del libro, mentre l’autore stesso sfuma nel tempo della storia letteraria, uno spettro nelle selve del mondo accademico.
Traduzione di Anna Bissanti