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Zerocalcare. Ritorno a Kobane

Perché fare una nuova edizione del reportage sull’esperienza in Kurdistan a quattro anni dall’uscita? Perché la situazione da allora è cambiata. In peggio. E poi: i libri letti durante il lockdown, i cartoni animati, i pensieri sull’Italia, la crisi economica e le anticipazioni sul nuovo lavoro che sta preparando. Diverso da tutto quello realizzato finora
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Come va?
"Sono vivo, più o meno".

Cosa stai facendo?
"Sto lavorando al nuovo libro che dovrebbe uscire a novembre per Lucca come da tradizione, anche se ovviamente non si sa se e come si terrà quest'anno".

Ma manca molto tempo. A che pagina sei?
"Non sarei indietrissimo: sono a pagina 100 su 250 circa. Però siccome ne stampano parecchie copie serve un sacco di tempo e devo consegnare per la fine dell'estate".

Quante pagine fai al giorno?
"In questo periodo di quarantena in cui riesco a essere concentrato posso farne 25 a settimana lavorando sette giorni su sette, 15-16 ore al giorno. Con una vita più normale in cui magari esco qualche sera e riesco ad andare a correre arrivo a 10-15 a settimana".

Si può già dire di cosa parla?
"È una storia abbastanza autobiografica che ha inizio una ventina di anni fa, quando avevo ancora una vita, e riguarda i quartieri di Roma. Ha dei toni tra …
Come va?
"Sono vivo, più o meno".

Cosa stai facendo?
"Sto lavorando al nuovo libro che dovrebbe uscire a novembre per Lucca come da tradizione, anche se ovviamente non si sa se e come si terrà quest'anno".

Ma manca molto tempo. A che pagina sei?
"Non sarei indietrissimo: sono a pagina 100 su 250 circa. Però siccome ne stampano parecchie copie serve un sacco di tempo e devo consegnare per la fine dell'estate".

Quante pagine fai al giorno?
"In questo periodo di quarantena in cui riesco a essere concentrato posso farne 25 a settimana lavorando sette giorni su sette, 15-16 ore al giorno. Con una vita più normale in cui magari esco qualche sera e riesco ad andare a correre arrivo a 10-15 a settimana".

Si può già dire di cosa parla?
"È una storia abbastanza autobiografica che ha inizio una ventina di anni fa, quando avevo ancora una vita, e riguarda i quartieri di Roma. Ha dei toni tra noir e giallo e come atmosfera è un po' simile a Un polpo alla gola ma non si svolge tra ragazzini. Tratta di cose di cui non ho mai parlato perché non mi sentivo le spalle abbastanza larghe per raccontare storie più crude. Non mi sentivo a mio agio. Adesso, dopo nove anni di questo mestiere, penso di poter provare a proporre una cosa diversa senza pensare che la mia carriera finirà per questo".


E la miniserie di cartoni animati "Rebibbia Quarantine", che hai fatto di recente, come è nata?
"Il giorno che è iniziato il lockdown ero andato a fare la spesa e mi era sembrata una situazione assurda. Volevo farci un fumetto poi a metà mi sono reso conto che era inutilmente verboso e che se avesse avuto il sonoro avrebbe funzionato molto meglio e quindi ho deciso di farne un corto animato. Per un assoluto caso proprio mentre lo stavo finendo mi hanno chiamato da Propaganda Live per chiedere se potevano usare il primo video che avevo fatto e che era in rete, sugli esami del sangue e la mia ipocondria perché, non avendo la possibilità di avere ospiti in studio, dovevano riempire con altre cose. Gli ho detto che avevo questo video nuovo ed è andato superbene, molto oltre quello che avrei mai immaginato e quindi sono andato avanti".

Questo poi è proprio quello che volevi fare: non c'era anche l'idea di una possibile serie con Netflix?
"Sì mi interessano i cartoni, erano quasi due anni che ci giravo intorno e tutti mi ripetevano che si possono fare solo con una squadra di trenta persone, un budget di milioni di euro e mesi di tempo per fare anche solo pochi minuti. Certo, la qualità è molto bassa però ho dimostrato che una cosa fatta in una settimana da solo può andare in televisione e avere un pubblico anche vasto".

In questo periodo di lockdown sei riuscito a leggere?
"No: ho visto pochissime serie tv e l'unico libro che sono riuscito a finire è stato l'ultimo di Lansdale, Caldo in inverno. Poi ho cominciato Persone normali di Sally Rooney perché me ne avevano parlato in tantissimi dicendo che era un meraviglioso affresco della nostra generazione ma io l'ho trovato non brutto, ma così deprimente che la terza sera ho mollato".


Perché hai deciso di tornare a pubblicare "Kobane Calling"?
"Ho discusso con alcuni collezionisti che rosicavano perché dicevano "così ci obbligate a ricomprarlo, lo fate per mero opportunismo commerciale" etc. Per me questo libro è proprio sempre stato il contrario di "una cosa commerciale" al netto del fatto che una parte del ricavato viene devoluto alle varie associazioni che sostengono la causa curda. Questa, da subito, è stata un'operazione politica e d'informazione, quindi avere in giro un libro che non fotografava più la situazione attuale, la rendeva un'arma spuntata. Quando l'editore, BaoPublishing, mi ha fatto questa proposta, io ero contentissimo di poterlo ristampare e aggiungere la parte uscita su Internazionale che racconta la storia di Lorenzo Orsetti, morto in battaglia contro l'Isis, anche perché è una storia che riguarda il nostro paese. Non potevo rifarlo tutto ma volevo almeno aggiungere una prefazione che raccontasse l'evoluzione dopo la guerra, la sconfitta dell'Isis e la situazione attuale".

Una situazione che adesso paradossalmente, è peggiorata...
"È peggiorata perché la comunità internazionale non solo non ha mai riconosciuto l'apporto fondamentale dei curdi contro l'Isis ma nemmeno il loro sforzo gigantesco nel costruire una società diversa con basi antisessiste, di uguaglianza non solo tra i generi ma anche tra religioni e culture. Quando non servivano più abbiamo accettato che la Turchia li invadesse utilizzando la sua potenza aerea e le bande jadhiste di Al Quaida sotto mentite spoglie, praticamente la stessa cosa dell'Isis, visto che hanno rimesso la sharia e gestiscono l'ordine pubblico, creando migliaia di profughi e portando lì i loro familiari che non ci avevano mai vissuto prendendosi le case dei curdi".

I turchi hanno completato il loro progetto di creare uno stato cuscinetto?
"In alcune zone è compiuto, in altre i curdi sono stati costretti ad accettare un compromesso con il regime di Assad cercando di instaurare un regime di convivenza".

E con loro c'è la Russia...
"La posizione della Russia è ambigua perché difende sì Assad ma è alleata su vari fronti anche con la Turchia".

E Afrin di cui parli come modello di convivenza?
"Il 20 gennaio del 2018 la Turchia ha attaccato il cantone di Afrin, rifugio di profughi da tutta la Siria in cui si sperimentava il "confederalismo democratico" che garantisce alle varie culture pari dignità. Dopo due mesi di resistenza è stata occupata dai jahdisti filo turchi che hanno compiuto violenze e crimini di guerra contro civili e oppositori".


Il virus oggi ha cambiato le cose?
"Nel Rojava ci sono pochissimi posti per la terapia intensiva, credo siano nell'ordine delle decine per un zona di cinque milioni di abitanti. La situazione può diventare terribile perché si tratta di luoghi in cui la Turchia può sospendere l'acqua corrente grazie al controllo di una diga e i profughi vivono magari in dieci sotto una stessa tenda. Per questo è stato decretato un lockdown molto severo ma pensiamo a cosa vuol dire un lockdown in un campo profughi!".

E a Kobane cosa succede?
"I Turchi non sono ancora entrati".

La parte aggiunta della nuova versione di "Kobane Calling" è la storia di Lorenzo Orsetti, morto combattendo contro l'Isis.
"Per me era importante raccontarla perché sullo sfondo dice anche di come persone che non si riconoscono nel modello di vita tipico della nostra società, in cui sei costretto a sgomitare per affermarti, possano ritrovare un senso di umanità forte in un ideale e in un'esperienza come quella. Voglio anche ricordare che una di queste persone, Eddi Marcucci, è stata condannata alla sorveglianza speciale che è una limitazione molto forte: può andare a lavorare ma la sera deve stare a casa, non può frequentare posti con più di cinque persone e così via. Adesso con il lockdown è diventata la condizione di tutti, ma non è comunque giusto che queste misure siano state imposte a una persona la cui colpa è stata andare a combattere l'Isis".


In Italia si imparerà qualcosa dalla crisi che stiamo vivendo?
"Mi piacerebbe pensarlo e in questo periodo ci sono state molte cose belle a livello di quartiere nell'aiuto alle persone in difficoltà ma ho molta paura che - quando si avrà a che fare con la grande povertà che questa crisi sta innescando - possano tornare alla ribalta le forme più bieche di populismo che al momento sembrano perdere terreno".

Come andrà a finire nel Rojava?
"La speranza è che un'esperienza così importante continui a resistere e non venga dimenticata. Credo che una volta che hai sperimentato la libertà quel seme non possa non rimanere dentro di te. E, prima o poi, tornerà a germogliare".

Il fumetto. "Kobane Calling -  Oggi", 312 pagine, 19 x 26 cm, B/N, cartonato, 22 euro