La strada che porta a Oriente
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINII rapporti con l’Occidente. La filosofia antica, la tecnologia e la pandemia. Federico Rampini analizza nel suo nuovo saggio gli equilibri tra Est e Ovest
Frances Wood, storica della British Library, fa risalire il primo corpo significativo di scritti cinesi alla dinastia Shang, nel 1600 a. C. tra il Fiume Giallo e lo Yangtze. Cioè il cuore geografico, etnico, culturale della Cina di oggi. E di sempre. Nel selezionare poesia, romanzo, epopee e leggende cinesi, la Wood avalla l’idea di una continuità – unica al mondo – tra quegli esordi e la Cina del nostro tempo. I cinesi preferiscono retrodatare le origini all’imperatore Huang Di un millennio prima. A che punto eravamo, “noi”, 4.500 anni fa?
Oriente, Occidente. Quale vi fa sognare? Quale vi ispira inquietudine? Chiudete gli occhi e pensate l’Oriente. Se siete occidentali del XXI secolo, questo termine vi trasporta in un luogo magico. Ricordi di terre lontane, letture, contatti con religioni esotiche. La pratica dello yoga o del tai-chi o di arti marziali. L’arte del tè; dei giardini e delle composizioni floreali. Civ…
Oriente, Occidente. Quale vi fa sognare? Quale vi ispira inquietudine? Chiudete gli occhi e pensate l’Oriente. Se siete occidentali del XXI secolo, questo termine vi trasporta in un luogo magico. Ricordi di terre lontane, letture, contatti con religioni esotiche. La pratica dello yoga o del tai-chi o di arti marziali. L’arte del tè; dei giardini e delle composizioni floreali. Civ…
Frances Wood, storica della British Library, fa risalire il primo corpo significativo di scritti cinesi alla dinastia Shang, nel 1600 a. C. tra il Fiume Giallo e lo Yangtze. Cioè il cuore geografico, etnico, culturale della Cina di oggi. E di sempre. Nel selezionare poesia, romanzo, epopee e leggende cinesi, la Wood avalla l’idea di una continuità – unica al mondo – tra quegli esordi e la Cina del nostro tempo. I cinesi preferiscono retrodatare le origini all’imperatore Huang Di un millennio prima. A che punto eravamo, “noi”, 4.500 anni fa?
Oriente, Occidente. Quale vi fa sognare? Quale vi ispira inquietudine? Chiudete gli occhi e pensate l’Oriente. Se siete occidentali del XXI secolo, questo termine vi trasporta in un luogo magico. Ricordi di terre lontane, letture, contatti con religioni esotiche. La pratica dello yoga o del tai-chi o di arti marziali. L’arte del tè; dei giardini e delle composizioni floreali. Civiltà dalle origini ben più remote della nostra greco-romana o giudaico-cristiana. La spiritualità, è là che siamo andati a cercarla spesso. Soprattutto da tre secoli, da quando la rivoluzione industriale, la competizione per arricchirsi hanno stravolto le nostre vite. Dunque l’Oriente è anima, l’Occidente materia. Là il regno del silenzio, di qua il rumore.
Continuate questa introspezione, cercando tutto ciò che l’Oriente reale o immaginario ha sedimentato nella vostra anima. Scoprirete un’idea di umanità primordiale – l’India come origine delle nostre popolazioni, etnie, lingue e civiltà. La Cina e il Giappone come l’Altro assoluto, civiltà buddhiste e confuciane che un papa polacco definí «religioni senza Dio». Misticismo nichilista. Comunione con la natura. Non tutto ciò che troverete negli archivi della memoria è positivo. «Dispotismo orientale», dà l’idea che l’Asia è quella parte del mondo dove la comunità prevale sull’individuo, anche schiacciandolo. I doveri verso gli altri vengono prima dei diritti. Grandi imperi comandano su masse sterminate, da cui esigono obbedienza. Tutto questo è l’Oriente. Di recente si è aggiunto un significato nuovo: in Asia avete visitato il laboratorio della modernità, là si è spostato il dinamismo, la costruzione del futuro. Per le nostre generazioni quest’ultimo episodio è uno strato sottilissimo, solo da pochi anni. Ma ai tempi del Rinascimento, mezzo millennio fa, l’Asia aveva inventato tutto prima di noi.
L’Oriente è un luogo dell’anima oltre che della geografia. Da più di duemila anni ne abbiamo fatto un mito, una costruzione culturale. A cominciare da Omero, Erodoto e Alessandro Magno. Il fascino che esercita su di noi è comprensibile. Da là sono arrivate orde umane che ci hanno invaso, conquistato, civilizzato. E anche contagiato di germi. Qualche volta abbiamo restituito il colpo, andando a colonizzarli noi; nei tempi lunghi ha prevalso il flusso contrario. Poiché siamo più piccoli, cominciammo a formarci un concetto dell’Oriente basato sulla sproporzione. Le grandi battaglie dell’antichità, fra Greci e Persiani, oppongono “i nostri” – pochi liberi e forti – a delle maree umane. Noi in embrione abbiamo un’idea dei diritti e delle libertà; gli orientali sono eserciti disciplinati e obbedienti.
A complicare questa dicotomia c’è la storia di Elena, una greca (quindi europea) rapita e portata in Asia minore. È probabile che fosse consenziente. La sensualità femminile già ai tempi di Omero attraversa la dialettica Occidente-Oriente. Le dee dell’induismo vivono la loro sessualità con un piacere che non è concepibile per le sante cristiane. I primi missionari che arrivano in Cina restano sconcertati di fronte all’assenza di senso del peccato tra donne e uomini.
Quale Oriente? Con le sue filiazioni culturali – Giappone Corea Vietnam Birmania condividono le tradizioni taoista buddhista e confuciana – la Cina rappresenta il polo più denso. Il vero incontro diretto con la civiltà cinese avviene alla fine del XIII secolo. Prima la maggior parte dei nostri rapporti con loro era gestita da civiltà di mezzo come la Persia e l’India. Pensieri e valori, scoperte scientifiche e prodotti, sete e spezie ci giunsero tramite la mediazione del Vicino Oriente. Molte di queste civiltà di mezzo dal VII secolo in poi furono assoggettate all’Islam. La questione islamica tinge di pregiudizi positivi il nostro primo approccio alla Cina: i missionari cristiani vanno a cercare nell’imperatore celeste un alleato per le guerre contro i Sultani.
Prima che l’Oriente sia per noi un sinonimo di spiritualità, ascetismo, distacco dalle cose terrestri, è il luogo della modernità, del buongoverno. Una parte dell’Illuminismo francese – Voltaire in testa – ammira l’Impero celeste.
Regno del silenzio, della trascendenza, l’Oriente lo diventa dopo la Prima rivoluzione industriale. È il Romanticismo tedesco, nell’Ottocento, a imporre due convinzioni: l’India è la culla primordiale di tutte le nostre civiltà; il buddhismo è un antidoto ai mali della modernità. Dopo i romantici arrivano Nietzsche e Schopenhauer. Poi Hermann Hesse col Siddharta forma generazioni di giovani europei e americani. Il Giappone ci influenza col minimalismo della sua architettura, del suo design, a conquistare Steve Jobs e la Silicon Valley. “Zen” entra nel linguaggio di tutti i giorni negli Stati Uniti fin dagli anni Settanta. Ma lo stesso Giappone ci costringe a fare i conti con una realtà rovesciata; un paradosso che la Cina vive in maniera ancora più evidente. Queste due civiltà ci hanno superato in molti campi della tecnologia e dell’economia. Il risultato dà le vertigini. Dov’è finito l’Oriente che abbiamo vagheggiato per generazioni? Qual è la vera identità degli uni e degli altri? Sono domande che ci stiamo facendo da duemila anni. Vista da Pechino, Singapore o Yokohama, la nostra attenzione verso l’individualità e i diritti è una forza o una debolezza? Ci credono avviati verso un caotico declino?
La pandemia aggiunge l’ultimo capitolo a questa storia. Un virus che viene da lontano è spesso associato a svolte epocali, ascesa e declino di imperi: germi e cannoni insieme hanno segnato la fine di intere civiltà. Una pandemia è un esame collettivo senza appello. Come una guerra, chiama in causa coesione e organizzazione, capacità di concentrare le energie collettive. Da una guerra escono vincitori e perdenti, chi rimane stremato a lungo e chi si risolleva presto. Il prestigio dei vincitori si estende ai loro sistemi politici, modelli culturali.
Il libro e la collana
Oriente e Occidente di Federico Rampini (Einaudi Stile libero, pagg. 288, euro 17) da oggi in libreria inaugura la collana di saggistica VS che indaga la realtà attraverso i dualismi
Oriente, Occidente. Quale vi fa sognare? Quale vi ispira inquietudine? Chiudete gli occhi e pensate l’Oriente. Se siete occidentali del XXI secolo, questo termine vi trasporta in un luogo magico. Ricordi di terre lontane, letture, contatti con religioni esotiche. La pratica dello yoga o del tai-chi o di arti marziali. L’arte del tè; dei giardini e delle composizioni floreali. Civiltà dalle origini ben più remote della nostra greco-romana o giudaico-cristiana. La spiritualità, è là che siamo andati a cercarla spesso. Soprattutto da tre secoli, da quando la rivoluzione industriale, la competizione per arricchirsi hanno stravolto le nostre vite. Dunque l’Oriente è anima, l’Occidente materia. Là il regno del silenzio, di qua il rumore.
Continuate questa introspezione, cercando tutto ciò che l’Oriente reale o immaginario ha sedimentato nella vostra anima. Scoprirete un’idea di umanità primordiale – l’India come origine delle nostre popolazioni, etnie, lingue e civiltà. La Cina e il Giappone come l’Altro assoluto, civiltà buddhiste e confuciane che un papa polacco definí «religioni senza Dio». Misticismo nichilista. Comunione con la natura. Non tutto ciò che troverete negli archivi della memoria è positivo. «Dispotismo orientale», dà l’idea che l’Asia è quella parte del mondo dove la comunità prevale sull’individuo, anche schiacciandolo. I doveri verso gli altri vengono prima dei diritti. Grandi imperi comandano su masse sterminate, da cui esigono obbedienza. Tutto questo è l’Oriente. Di recente si è aggiunto un significato nuovo: in Asia avete visitato il laboratorio della modernità, là si è spostato il dinamismo, la costruzione del futuro. Per le nostre generazioni quest’ultimo episodio è uno strato sottilissimo, solo da pochi anni. Ma ai tempi del Rinascimento, mezzo millennio fa, l’Asia aveva inventato tutto prima di noi.
L’Oriente è un luogo dell’anima oltre che della geografia. Da più di duemila anni ne abbiamo fatto un mito, una costruzione culturale. A cominciare da Omero, Erodoto e Alessandro Magno. Il fascino che esercita su di noi è comprensibile. Da là sono arrivate orde umane che ci hanno invaso, conquistato, civilizzato. E anche contagiato di germi. Qualche volta abbiamo restituito il colpo, andando a colonizzarli noi; nei tempi lunghi ha prevalso il flusso contrario. Poiché siamo più piccoli, cominciammo a formarci un concetto dell’Oriente basato sulla sproporzione. Le grandi battaglie dell’antichità, fra Greci e Persiani, oppongono “i nostri” – pochi liberi e forti – a delle maree umane. Noi in embrione abbiamo un’idea dei diritti e delle libertà; gli orientali sono eserciti disciplinati e obbedienti.
A complicare questa dicotomia c’è la storia di Elena, una greca (quindi europea) rapita e portata in Asia minore. È probabile che fosse consenziente. La sensualità femminile già ai tempi di Omero attraversa la dialettica Occidente-Oriente. Le dee dell’induismo vivono la loro sessualità con un piacere che non è concepibile per le sante cristiane. I primi missionari che arrivano in Cina restano sconcertati di fronte all’assenza di senso del peccato tra donne e uomini.
Quale Oriente? Con le sue filiazioni culturali – Giappone Corea Vietnam Birmania condividono le tradizioni taoista buddhista e confuciana – la Cina rappresenta il polo più denso. Il vero incontro diretto con la civiltà cinese avviene alla fine del XIII secolo. Prima la maggior parte dei nostri rapporti con loro era gestita da civiltà di mezzo come la Persia e l’India. Pensieri e valori, scoperte scientifiche e prodotti, sete e spezie ci giunsero tramite la mediazione del Vicino Oriente. Molte di queste civiltà di mezzo dal VII secolo in poi furono assoggettate all’Islam. La questione islamica tinge di pregiudizi positivi il nostro primo approccio alla Cina: i missionari cristiani vanno a cercare nell’imperatore celeste un alleato per le guerre contro i Sultani.
Prima che l’Oriente sia per noi un sinonimo di spiritualità, ascetismo, distacco dalle cose terrestri, è il luogo della modernità, del buongoverno. Una parte dell’Illuminismo francese – Voltaire in testa – ammira l’Impero celeste.
Regno del silenzio, della trascendenza, l’Oriente lo diventa dopo la Prima rivoluzione industriale. È il Romanticismo tedesco, nell’Ottocento, a imporre due convinzioni: l’India è la culla primordiale di tutte le nostre civiltà; il buddhismo è un antidoto ai mali della modernità. Dopo i romantici arrivano Nietzsche e Schopenhauer. Poi Hermann Hesse col Siddharta forma generazioni di giovani europei e americani. Il Giappone ci influenza col minimalismo della sua architettura, del suo design, a conquistare Steve Jobs e la Silicon Valley. “Zen” entra nel linguaggio di tutti i giorni negli Stati Uniti fin dagli anni Settanta. Ma lo stesso Giappone ci costringe a fare i conti con una realtà rovesciata; un paradosso che la Cina vive in maniera ancora più evidente. Queste due civiltà ci hanno superato in molti campi della tecnologia e dell’economia. Il risultato dà le vertigini. Dov’è finito l’Oriente che abbiamo vagheggiato per generazioni? Qual è la vera identità degli uni e degli altri? Sono domande che ci stiamo facendo da duemila anni. Vista da Pechino, Singapore o Yokohama, la nostra attenzione verso l’individualità e i diritti è una forza o una debolezza? Ci credono avviati verso un caotico declino?
La pandemia aggiunge l’ultimo capitolo a questa storia. Un virus che viene da lontano è spesso associato a svolte epocali, ascesa e declino di imperi: germi e cannoni insieme hanno segnato la fine di intere civiltà. Una pandemia è un esame collettivo senza appello. Come una guerra, chiama in causa coesione e organizzazione, capacità di concentrare le energie collettive. Da una guerra escono vincitori e perdenti, chi rimane stremato a lungo e chi si risolleva presto. Il prestigio dei vincitori si estende ai loro sistemi politici, modelli culturali.
Il libro e la collana
Oriente e Occidente di Federico Rampini (Einaudi Stile libero, pagg. 288, euro 17) da oggi in libreria inaugura la collana di saggistica VS che indaga la realtà attraverso i dualismi