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Pompei deserta, in attesa della riapertura 

Le strade vuote di Pompei

Aspettando la riapertura, una scrittrice visita gli scavi archeologici deserti. Ed entra nella Casa degli Amanti tornata finalmente alla luce, dopo il terremoto del 1980. Ecco il suo racconto. In anteprima da Robinson in edicola da sabato 16 maggio
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Pompei
Ancora camminando lungo via Plinio, a Pompei (saracinesche chiuse, poche automobili, bancarelle di souvenir senza turisti e senza venditori) già all'apparire del Vesuvio, tra il pino mediterraneo aggettante e Porta Nocera, si percepisce un sentimento chiaro, una condizione che vale la pena di recuperare e che dice: l'umanità va e viene dai luoghi, i luoghi restano. E ci sono luoghi che sanno aspettare più degli altri: in qualche modo restano lì per aspettare che di volta in volta, nella storia, li si possa raggiungere ancora.

Questo rimanda la vista degli scavi di Pompei nei giorni dell'attesa, degli adeguamenti della Soprintendenza per la riapertura (il 26 maggio con prenotazione obbligatoria), dei protocolli e delle autocertificazioni e dei termometri. E questa è la grande scoperta che si può fare oggi, tornando nella Casa degli amanti, l'unica di tutto il sito ad avere il secondo piano. Sepolta nell'eruzione del …
Pompei
Ancora camminando lungo via Plinio, a Pompei (saracinesche chiuse, poche automobili, bancarelle di souvenir senza turisti e senza venditori) già all'apparire del Vesuvio, tra il pino mediterraneo aggettante e Porta Nocera, si percepisce un sentimento chiaro, una condizione che vale la pena di recuperare e che dice: l'umanità va e viene dai luoghi, i luoghi restano. E ci sono luoghi che sanno aspettare più degli altri: in qualche modo restano lì per aspettare che di volta in volta, nella storia, li si possa raggiungere ancora.

Questo rimanda la vista degli scavi di Pompei nei giorni dell'attesa, degli adeguamenti della Soprintendenza per la riapertura (il 26 maggio con prenotazione obbligatoria), dei protocolli e delle autocertificazioni e dei termometri. E questa è la grande scoperta che si può fare oggi, tornando nella Casa degli amanti, l'unica di tutto il sito ad avere il secondo piano. Sepolta nell'eruzione del 79 avanti Cristo, recuperata nella campagna di scavo del 1933 da Amedeo Maiuri, che ebbe l'intelligenza di mettere in sicurezza il peristilio superiore già mentre la si portava alla luce, poi lesionata dal terremoto dell'Irpinia del 1980 e per quello puntellata e chiusa.

A novembre saranno quarant'anni dai giorni di quel terremoto, e la Casa degli amanti ha aspettato in una condizione di tale degrado che neppure più gli archeologi riuscivano a entrarvi. Finché con i fondi del "Grande progetto Pompei" sono iniziati i lavori di consolidamento delle parti architettoniche: travi, soffitti e architravi sono stati sostituiti, e piano piano è stata restituita agli studiosi e ai turisti, un mese prima dell'inizio della pandemia. Aperta dal ministro Franceschini a febbraio, richiusa per motivi sanitari un mese dopo dentro la sua Regio, dentro la cinta degli scavi, dentro Pompei nuova: di qua il campanile di un santuario senza fedeli, di lì il Vesuvio sopito.

Così, ad attraversare la zona archeologica sotto il sole alto, dietro un custode carico di chiavi, si avverte un doppio vuoto. Quello che sempre si alza da queste pietre: di coloro che le abitarono, i pompeiani còlti nella loro quotidianità dall'eruzione pliniana; e quello nuovo, del tempo nostro: l'assenza dei turisti sciamanti, delle bandierine, degli ombrellini, delle audio guide in ogni lingua del globo.

Alla Regio I ecco l'atrio della Casa degli amanti: denominata così dal verso inciso in un quadretto sul fondo del peristilio: "Amantes, ut apes, vita(m) mellita(m) exigunt". "Quelli che si amano, come le api, trascorrono la vita nel miele". Un'altra mano, di uno più scettico, vi aveva poi aggiunto "velle": magari.

A corredo dell'iscrizione c'è un'anatra. Le interpretazioni sono tante quante le anime di chi vi si specchia. Il direttore generale Massimo Osanna per completezza riporta a un altro graffito presente nelle fauces, le porte del vestibolo: "accipe quos dedi tecum chorus", "apprendi la danza che abbiamo fatto insieme" ed esclude che questo insistente richiamo alla vita di coppia possa ricondurre l'uso della casa a un bordello, quanto piuttosto pensa che alluda ad attività che si svolgevano all'interno, durante le feste nel triclinio, e quindi sono richiami da una persona all'altra che ha frequentato la casa e "come messaggi in bottiglia, ci giungono dal passato".

Restano, allestiti in una stanza, sotto una vetrina, secondo l'uso del "museo diffuso" alcuni reperti del sito: un braciere, un bacile, una lucerna in bronzo, fibbie di osso. Sono gli oggetti di uso quotidiano che gli abitanti della casa lasciarono fuggendo verso il mare, sì, ma sono anche quelli lasciati dai tombaroli nel tempo. Traccia di quei furti sono i buchi nelle pareti, che i ladri usavano per passare da una stanza all'altra, per cercare oggetti preziosi o reperti da rivendere. E anche questi buchi da topo, lasciati lì, raccontano delle tante vite di Pompei. È parte della vertigine di queste case: quella di non dimenticare nessun passaggio dell'uomo, in nessun momento in cui vi è passato.

Dall'impluvium il sole riesce a illuminare le celle e i cubicola disposti intorno: le stanze dalle pareti gialle e celesti e rosso cupo. Il tablinio porta al peristilio, il cortile porticato a due piani, e certo fa effetto alzare gli occhi al piano superiore: salirvi su con la mente attraverso il segno di quella che doveva essere una scala. Al centro del peristilio c'è una bella aiuola con un doppio ordine di fioriere in pietra, verde, in rigoglio. Gli affreschi delle stanze non sono stati ancora restaurati, così non si hanno i colori vividi e abbacinanti a cui siamo abituati: sono anche loro, quegli affreschi, in attesa. I soggetti si indovinano tutti: sono uccelli, creature alate di un bestiario che tende alla leggerezza, maschere, tralci, e specie vegetali della macchia mediterranea.

Sono belli anche così, ma che non siano accesi come nelle case vicine oggi pare rimandare a una fase intermedia su cui si tornerà a lavorare: e lo faranno quei pochi restauratori che si incontrano andando, e con i quali ci si saluta da lontano. Riaprire la Casa degli amanti ha significato anche liberare parte della Regio, cioè liberare un po' di strade lì intorno, tornare a far vivere il quartiere, che è lo stesso in cui si trovano anche la Casa del Menandro e quella del Frutteto.

Pompei, dunque, ancora una volta aspetta. La prima cosa da fare, appena si potrà: rianimare il foro, prendere l'angolo con via dell'Abbondanza, salire, scendere, uscire: tornare alla promessa degli amanti.

In anteprima da Robinson in edicola da sabato 16 maggio 2020