Lo sguardo sul mondo, le notti insonni cercando un ponte con l’Italia, il talento, la passione e quell’ultima cena insieme... Il ricordo di Zucconi, maestro del racconto, a un anno dalla sua scomparsa
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Ezio Mauro
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Continuo a trafficare con Vittorio un anno dopo, e chissà per quanto. Le chiacchiere nella mente sul giornalismo, mai interrotte, la sua curiosità sui segreti dei quotidiani italiani che consumava negli avanzi americani del fuso orario, fin nel dettaglio, per tenere a bada la lontananza. Poi il grande racconto americano che affiorava ogni volta, gli appunti che arrivavano per mail se qualcuno gli aveva parlato di una vacanza nella provincia degli Stati Uniti. E i testa-coda improvvisi, le domande sul Papa, i giudizi su Putin interrotti da una battuta raccolta chissà dove nel viaggio notturno dentro twitter su Di Maio o addirittura Di Battista. Ma Vittorio spunta sempre puntuale appena capita di passare davanti alla trattoria di Testaccio dove si andava ogni volta che veniva in Italia, con la scusa della vicinanza, ma in realtà per la carbonara; e naturalmente quando si attraversa il quartiere Monti, dove lo accompagnavamo a casa la sera, e quando scendeva dalla macchina bisognava tirar giù il finestrino, perché aveva sempre ancora una cosa da dire, mentre accendeva l’ultima sigaretta.
La storia non finisce perché la natura di Zucconi era la realtà trasformata in racconto, dunque attraversata, interpretata e riprodotta con l’impronta della vita, non col suo calco artificiale. Potremmo dire che era la passione per il quotidiano, la fiducia nelle combinazioni stupefacenti della vicenda umana, grande e piccola, la confidenza col mistero del reale, lo stupore continuo per le rivelazioni del contemporaneo, che ogni volta spostano la conoscenza più in là, sconvolgono gli schemi e gli stereotipi, chiedono un supplemento di comprensione, sorprendono il cinismo mettendolo fuorigioco. Era come se Vittorio fosse connesso direttamente col flusso della vita, senza mediazioni, pronto a lasciarsi trasportare fino a immergersi, per poi trovare un bandolo con cui domare quell’energia, e indirizzarla verso una spiegazione di sé attraverso la scrittura, che ricreava e rivelava insieme.
In questo c’era e c’è qualcosa di addirittura fisico, materiale, un corpo a corpo continuo col giornalismo, nutrito nelle notti insonni passate a leggere cercando ponti tra l’Italia e l’America, e poi liberato nelle conversazioni quotidiane a Radio Capital, quindi organizzato e governato nel “pezzo” per il giornale, inizio e fine di tutto. Per pochi colleghi come per Vittorio, infatti, il giornale era un mondo ben più che un luogo di lavoro, il suo universo di vocazione e di disciplina, la forma compiuta e totale in cui trovava infine espressione la sua scrittura, il talento, l’esperienza, il sapere. Viveva tra questi due movimenti: l’urto ogni volta diverso degli accadimenti, che metteva in funzione il suo schema interpretativo, e la trasposizione di questa realtà arricchita sul giornale. La scrittura era naturalmente lo strumento di traduzione del suo modo di vedere, capire, interpretare. Ma era qualcosa di più, perché Vittorio scriveva anche per scrivere, si affidava alla scrittura che lo dominava quasi possedendolo, fino a diventare sua manifestazione totale, necessità. L’ironia smontava ogni sera, nell’ultima telefonata con la redazione, la tentazione reciproca di sopravvalutare la normale fatica del giornale, di monumentalizzare l’effimero del lavoro quotidiano: con Zucconi non era possibile, sapeva prendere in giro anche se stesso, affettuosamente.
Vittorio Zucconi a Radio Capital con Laura Pertici
Era forse qui il segreto della sua irrequietezza, nata certo nello spaesamento di chi deve vivere costantemente tra due mondi, vorrebbe tornare da vecchio in Italia ma misura sui suoi figli e sui nipoti l’attrazione irresistibile della calamita americana: ma coltivata giorno dopo giorno dalla condanna del mestiere a costruire ogni volta qualcosa di impegnativo che si cancella già nelle prime ore del mattino dopo. E tuttavia quel gomitolo di conoscenza che si raccoglie e si distribuisce quotidianamente affida al giornale il deposito del senso della vita, la ricerca del significato. Ne abbiamo parlato nell’ultima cena che la sorte ci ha regalato per caso, nell’ultimo viaggio in Italia di Vittorio, perché non sapevamo di essere la stessa sera a Torino, nello stesso albergo. «Stiamo diventando troppo seri», mi ha detto lui mentre camminavamo sotto i portici. Invece eravamo solo malinconici, Vittorio, e adesso sappiamo perché.