Così i musei americani racconteranno l'era Covid
Anna Rita Cillis , dalla nostra inviata ANNA LOMBARDILe grandi istituzioni a stelle e strisce, dallo Smithsonian di Washington alle New York Historical Society, stanno già raccogliendo materiali sulla vita ai tempi della pandemia. Come già fecero dopo l'11 settembre
NEW YORK - Cosa resterà della pandemia? L’autoritratto di un bambino scontento di essere solo a casa, senza i suoi compagni. La ricetta di un piatto messicano passata sotto la porta dalla vicina di casa, insieme a quella per preparare l’introvabile gel per le mani usando aloe vera e alcool denaturato. E poi le tante varietà di mascherine d’emergenza: quelle fatte in casa tagliando un calzino, quelle decorate di chi è stato abile a cucire. Senza dimenticare i manifestini condominiali dove si chiede di entrare in ascensore uno alla volta. E le foto, tantissime, delle città deserte. Insieme a quelle della clausura...
Come mantenere la memoria dei mesi più assurdi della nostra Storia recente è un problema che molti musei americani stanno già affrontando. E dallo Smithsonian di Washington alla New York Historical Society fino al piccolo Autry Museum of the American West in Montana – quello che ha appena acquisito l…
Come mantenere la memoria dei mesi più assurdi della nostra Storia recente è un problema che molti musei americani stanno già affrontando. E dallo Smithsonian di Washington alla New York Historical Society fino al piccolo Autry Museum of the American West in Montana – quello che ha appena acquisito l…
NEW YORK - Cosa resterà della pandemia? L’autoritratto di un bambino scontento di essere solo a casa, senza i suoi compagni. La ricetta di un piatto messicano passata sotto la porta dalla vicina di casa, insieme a quella per preparare l’introvabile gel per le mani usando aloe vera e alcool denaturato. E poi le tante varietà di mascherine d’emergenza: quelle fatte in casa tagliando un calzino, quelle decorate di chi è stato abile a cucire. Senza dimenticare i manifestini condominiali dove si chiede di entrare in ascensore uno alla volta. E le foto, tantissime, delle città deserte. Insieme a quelle della clausura...
Come mantenere la memoria dei mesi più assurdi della nostra Storia recente è un problema che molti musei americani stanno già affrontando. E dallo Smithsonian di Washington alla New York Historical Society fino al piccolo Autry Museum of the American West in Montana – quello che ha appena acquisito l’autoritratto del bambino triste, per intenderci – sono tante le istituzioni culturali che stanno già raccogliendo materiali legati all'emergenza Covid 19. Accettando donazioni di manufatti significativi: capaci di raccontare come molti di noi hanno affrontato l’epidemia.
Non è certo la prima volta, d’altronde, che grandi musei americani riflettono sul come conservare la memoria degli eventi più scioccanti - quelli, per intenderci, che siamo certi segneranno la storia della nazione - raccogliendo manufatti, quasi in tempo reale. Accadde all’indomani dell’11 Settembre 2001 – l’attacco alle Torri gemelle cui poi è stato dedicato un intero museo con frammenti di abiti, finestre dilaniate, divise dei pompieri caduti. E pure all’indomani dell’elezione di Donald Trump: quando nelle collezioni entrarono perfino i Pussy Hat, i cappellini con le orecchie di gatto indossati dalle femministe nella grande marcia delle donne che seguì l’insediamento del gennaio 2017. Insieme ai cartelli con gli slogan di quell’evento.
Il perché, lo racconta benissimo Rebecca Klassen, curatrice della Historical Society di New York, sul sito del suo museo: «Conservare la memoria è un quesito che assilla continuamente i curatori» spiega. «Tempi difficili stimolano la creatività in maniera incredibile. Accadeva anche in passato, naturalmente, solo che quel compito veniva lasciato agli artisti riconosciuti. Ecco, per raccontare circostanze straordinarie, dobbiamo essere capaci di ricostruire un intero clima. Reperire quegli oggetti che permetteranno agli studiosi di domani di ricostruire come quegli eventi ci hanno colpiti e cambiati. Perché abbiamo sviluppato nuove abitudini». Ai manufatti, insomma, l’arduo compito di far capire come il mondo fu stravolto in pochi mesi. E cosa ne rimase.
Come mantenere la memoria dei mesi più assurdi della nostra Storia recente è un problema che molti musei americani stanno già affrontando. E dallo Smithsonian di Washington alla New York Historical Society fino al piccolo Autry Museum of the American West in Montana – quello che ha appena acquisito l’autoritratto del bambino triste, per intenderci – sono tante le istituzioni culturali che stanno già raccogliendo materiali legati all'emergenza Covid 19. Accettando donazioni di manufatti significativi: capaci di raccontare come molti di noi hanno affrontato l’epidemia.
Non è certo la prima volta, d’altronde, che grandi musei americani riflettono sul come conservare la memoria degli eventi più scioccanti - quelli, per intenderci, che siamo certi segneranno la storia della nazione - raccogliendo manufatti, quasi in tempo reale. Accadde all’indomani dell’11 Settembre 2001 – l’attacco alle Torri gemelle cui poi è stato dedicato un intero museo con frammenti di abiti, finestre dilaniate, divise dei pompieri caduti. E pure all’indomani dell’elezione di Donald Trump: quando nelle collezioni entrarono perfino i Pussy Hat, i cappellini con le orecchie di gatto indossati dalle femministe nella grande marcia delle donne che seguì l’insediamento del gennaio 2017. Insieme ai cartelli con gli slogan di quell’evento.
Il perché, lo racconta benissimo Rebecca Klassen, curatrice della Historical Society di New York, sul sito del suo museo: «Conservare la memoria è un quesito che assilla continuamente i curatori» spiega. «Tempi difficili stimolano la creatività in maniera incredibile. Accadeva anche in passato, naturalmente, solo che quel compito veniva lasciato agli artisti riconosciuti. Ecco, per raccontare circostanze straordinarie, dobbiamo essere capaci di ricostruire un intero clima. Reperire quegli oggetti che permetteranno agli studiosi di domani di ricostruire come quegli eventi ci hanno colpiti e cambiati. Perché abbiamo sviluppato nuove abitudini». Ai manufatti, insomma, l’arduo compito di far capire come il mondo fu stravolto in pochi mesi. E cosa ne rimase.