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“La diseguaglianza è diventata ereditaria”

Come ha potuto un paese all’avanguardia dei diritti smarrire le sue tradizioni liberali, socialiste e cattoliche? Parla Fabrizio Barca. Che propone: “Patto tra generazioni: 15 mila euro a ogni diciottenne”
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Il rapporto sulle diseguaglianze era già arrivato sulle scrivanie del Mulino, quando è scoppiata la pandemia. «L’abbiamo aggiornato, certo. Ma l’impianto non è cambiato, perché il virus non ha fatto altro che sbatterci in faccia le gravi disparità che affliggono l’Italia e l’Occidente».

Economista di ottimo nome, studi e incarichi in prestigiose università del mondo, Fabrizio Barca ha attraversato ai vertici diverse istituzioni italiane ed europee – Banca d’Italia, i ministeri del Tesoro e dell’Economia, l’Ocse, Palazzo Chigi nella veste di ministro per la coesione territoriale sotto il governo Monti –, coniugando analisi intellettuale e concretezza dell’agire. Da due anni coordina il Forum sulle diseguaglianze e diversità, l’officina da cui scaturisce quest’ultimo libro Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale, scritto insieme…
Il rapporto sulle diseguaglianze era già arrivato sulle scrivanie del Mulino, quando è scoppiata la pandemia. «L’abbiamo aggiornato, certo. Ma l’impianto non è cambiato, perché il virus non ha fatto altro che sbatterci in faccia le gravi disparità che affliggono l’Italia e l’Occidente».

Economista di ottimo nome, studi e incarichi in prestigiose università del mondo, Fabrizio Barca ha attraversato ai vertici diverse istituzioni italiane ed europee – Banca d’Italia, i ministeri del Tesoro e dell’Economia, l’Ocse, Palazzo Chigi nella veste di ministro per la coesione territoriale sotto il governo Monti –, coniugando analisi intellettuale e concretezza dell’agire. Da due anni coordina il Forum sulle diseguaglianze e diversità, l’officina da cui scaturisce quest’ultimo libro Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale, scritto insieme a Patrizia Luongo. Una preziosa “cassetta degli attrezzi” dove alla diagnosi delle molteplici diseguaglianze s’accompagnano quindici proposte dettagliate per la ripartenza dopo il Covid 19.

La pandemia ha evidenziato l’ingiustizia sociale che mortifica il Paese.
«Per noi non è stata una novità scoprire che un quinto della popolazione adulta – circa dieci milioni di persone – non ha risparmi sufficienti per vivere per tre mesi senza reddito. E che in Italia ci sono sei o sette milioni di lavoratori precari o irregolari, quindi non coperti da tutela sociale. E che il sovraffollamento abitativo è tre volte più alto rispetto ai grandi paesi europei. Ci sono esplose davanti agli occhi diseguaglianze di ogni genere – dalla salute alla scuola – che non possiamo più fingere di non vedere».

Eppure l’Italia è stata caratterizzata nei tre decenni del dopoguerra da una forte mobilità sociale. Perché dagli anni Ottanta le diseguaglianze hanno ripreso a crescere?
«I partiti di massa non sono stati più capaci di favorire l’emancipazione sociale, come era accaduto nel trentennio postbellico quando culture politiche diverse – di ispirazione socialista, cattolica, liberal-azionista – convergevano nel difendere sia i principi dello Stato di diritto e quindi la separazione dei poteri e la libertà individuale sia i principi democratici dell’uguaglianza e della sovranità popolare. L’articolo 3 della Costituzione – che invoca la rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana – è il frutto di quella formidabile convergenza. A partire dagli anni Ottanta, i partiti progressisti non sono stati più capaci di aggiornare gli impianti culturali sin lì ereditati e sono ricorsi ai tre alibi della “globalizzazione”, della “tecnologia” e della “società liquida” non più rappresentabile. Si sono raccontati che erano fenomeni inevitabili. E hanno rinunciato a incalzare il capitalismo costringendolo a fare del bene, per usare la formula di Branko Milanovi?».

Il tema delle diseguaglianze è tuttora periferico nel dibattito pubblico. Due anni fa, inaugurando il Forum, avete riempito un vuoto culturale e politico.
«Ed è un vuoto paradossale in un Paese che in questo campo è stato all’avanguardia. Cominciata nella prima parte del Novecento da Vilfredo Pareto e Corrado Gini, questa tradizione di studi è stata rinverdita nel dopoguerra da Donato Menichella e Paolo Baffi che nel 1951 produssero la prima indagine sulla distribuzione del reddito. All’epoca solo gli americani furono capaci di indagini statistiche di quel genere. Ma poi questa tradizione non è entrata nell’analisi economica dominante, permeata dal pensiero neoliberista anglosassone per il quale l’impresa produce di per sé benessere: che senso ha occuparsi della distribuzione del reddito se con la crescita tutto s’aggiusta? E ancora oggi le diseguaglianze non sono un tema à la page, con il quale si sale in cattedra o si pubblicano i papers nelle riviste che contano».

Qual è stata la spinta che vi ha indotto a metterle al centro del Forum?
«Osservare con preoccupazione la rabbia crescente degli italiani, una sfiducia radicata che può tradursi in una deriva autoritaria. Così abbiamo messo insieme pezzi importanti della cittadinanza attiva con settori della ricerca accademica, ispirata dai principi di Anthony Atkinson».

Se dovessimo tradurre in teoria politica le vostre proposte, è corretto inscriverle in un filone liberalsocialista?
«Sicuramente esiste questa componente culturale, alla quale però aggiungerei l’anima cattolico-democratica: è quasi più forte il loro contributo rispetto a quello di chi viene dal mio mondo – marxista – o dalla cultura liberale. È come se ci fossimo ritrovati intorno a quell’articolo 3 della Costituzione che fu difeso dalle nostre diverse famiglie politiche».

Tra tutte le diseguaglianze analizzate nel suo lavoro, colpisce l’ingiustizia che affligge i più giovani: oggi lo status dei genitori ha un’influenza sui figli assai maggiore di quanto non fosse per le generazioni nate tra la metà degli anni Cinquanta e i Settanta del secolo scorso.
«Siamo il Paese europeo con la più alta percentuale di diseguaglianza ascrivibile a fattori ereditari: svantaggi famigliari di istruzione e ricchezza si combinano nel tagliare le gambe ai ragazzi meritevoli. Un solo dato: se si nasce nel venti per cento meno ricco della popolazione si ha tre volte di più la possibilità di rimanerci rispetto a chi nasce nel venti per cento più ricco».

Cosa proponete per risolvere questo divario?
«Anche a parità di istruzione, la differenza viene fatta dai mezzi finanziari della famiglia. Così proponiamo “un’eredità universale” di quindicimila euro per tutti coloro che compiono diciotto anni. Come finanziarla? In larga parte con un prelievo sui patrimoni ereditati nel corso della vita, con una progressione considerevole oltre il milione di euro: non vogliamo infastidire i piccoli risparmiatori, già oberati da imposte elevate. Il progetto dovrebbe partire nel 2024: pensi come cambierebbe oggi, nel pieno della crisi post Covid 19, la prospettiva di un adolescente che sa di poter contare tra pochi anni in una discreta somma da investire in una piccola impresa, in un’università, in un viaggio di istruzione».

Per superare crescenti disparità, voi proponete anche un modo diverso di valutare le università.
«Oggi molte università italiane sostengono progetti mirati a una maggiore giustizia sociale, ma questo lavoro viene riconosciuto solo in termini di rendimento monetario, non sulla base di altri risultati come l’apprendimento e la partecipazione, il benessere sociale, la salute, l’ambiente. Bisogna dunque ripensare radicalmente i metodi di valutazione delle università, favorendo anche un rapporto più stretto tra accademia e società civile. Anche questo aiuterebbe a risolvere una crisi generazionale che è tra le più gravi in Europa».

Il libro
Un futuro più giusto di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (il Mulino, pagg. 280, euro 16)