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 Giuseppe Ungaretti (ansa)

Ungaretti, l'ultimo poeta pop

Esattamente cinquant’anni fa moriva l’autore del “Porto sepolto”. Celebre per i versi di guerra e presente sui media dell’epoca riuscì, come nessun altro, a tenere insieme ricerca e ampio consenso
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Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa di Giuseppe Ungaretti, e per molti aspetti quel tempo, quel 1970, sembra davvero lontanissimo. Appartenente cioè a un’epoca in cui un grande poeta poteva ancora essere una figura ben presente sulla scena pubblica, una figura la cui importanza era normalmente e tranquillamente riconosciuta. Io ero un ragazzo, uno studente, e già vivevo la poesia come un valore centrale, ma Ungaretti era noto a chiunque, fosse o meno un suo lettore; potremmo quasi dire che era... “popolare”, come più nessun poeta è poi stato. E lo era anche per le sue apparizioni televisive indimenticabili, e soprattutto per quella celebre del ’69, in occasione dell’allunaggio. Ma i non più giovani ricorderanno certo anche una sua sorniona e sorridente presenza accanto a una cantante come Iva Zanicchi.

Tempi diversi, appunto, ma anche identità speciale dell’uomo, del personaggio, così in…
Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa di Giuseppe Ungaretti, e per molti aspetti quel tempo, quel 1970, sembra davvero lontanissimo. Appartenente cioè a un’epoca in cui un grande poeta poteva ancora essere una figura ben presente sulla scena pubblica, una figura la cui importanza era normalmente e tranquillamente riconosciuta. Io ero un ragazzo, uno studente, e già vivevo la poesia come un valore centrale, ma Ungaretti era noto a chiunque, fosse o meno un suo lettore; potremmo quasi dire che era... “popolare”, come più nessun poeta è poi stato. E lo era anche per le sue apparizioni televisive indimenticabili, e soprattutto per quella celebre del ’69, in occasione dell’allunaggio. Ma i non più giovani ricorderanno certo anche una sua sorniona e sorridente presenza accanto a una cantante come Iva Zanicchi.

Tempi diversi, appunto, ma anche identità speciale dell’uomo, del personaggio, così intenso e insieme amabilissimo. Un poeta ai vertici della nostra storia letteraria, che oggi possiamo – dobbiamo – definire un classico e che era stato fin dagli esordi un formidabile innovatore. A distanza di mezzo secolo dalla sua morte, l’opera di Ungaretti conserva quella nitidezza autentica, nel suo variare attraverso i decenni, che ce la rende sempre attuale e vicina.

Diversi sono i meriti della sua ricerca. E dico ricerca proprio perché nella specificità del suo carattere di artista c’è sempre stata una vitale spinta a perlustrare nuovi territori, a crearsi avventure espressive diverse. Ungaretti non ha scritto molto, ma ogni capitolo della sua poesia è stato come una nuova conquista, una nuova acquisizione precisa e importante. In fondo, ben pochi come lui, in letteratura, hanno saputo realizzare così nettamente il sogno, o meglio il progetto, della modernità.

Decisivo era stato già il suo primo apparire nel 1916 (era nato nel 1888), con Il porto sepolto poi entrato nell’Allegria di naufragi (1919) divenuta in seguito, definitivamente, L’allegria. Un libro dettato dai fatti storici, dalla guerra, ma che ha avuto una funzione chiave per una ragione essenziale: l’aver messo in evidenza l’importanza centrale della parola nel suo rapporto con il silenzio. Ungaretti, infatti, frantuma il verso tradizionale ed espone la forza mobile della parola nel bianco, che rappresenta appunto il silenzio. La parola, in questo modo, si carica dì un’energia prodigiosamente aperta e virtuale e le sue possibilità di senso vengono a moltiplicarsi. Alle spalle c’era Mallarmé, naturalmente, ma in contemporanea c’era la grande avanguardia artistica e letteraria di primo Novecento. E il poeta realizza il suo testo componendo versi che procurano l’emozione di un senso di precarietà dell’esistere drammaticamente e direttamente vissuto al fronte. Tutto questo con la semplicità mirabile della sua lingua, del tutto esente da ogni sottolineatura enfatica.

Parole dense, quelle del primo Ungaretti, fisicamente ruvide e concrete come cose, in una poesia alta e nuova quanto emozionante e comunicativa, opera di un giovane che proseguirà il suo cammino in una direzione ulteriore, verso la ricomposizione del verso e del discorso, in un corpo poetico di identità cangiante, ancora una volta – ma con altri strumenti diversi – per una rinnovata possibilità di vive aperture di senso. In qualche modo, con Sentimento del tempo (1933), l’autore offre il libro esemplare di quella che sarà una nuova poesia d’avanguardia tra le due guerre, la poesia dell’ermetismo. 

Poeta modernissimo e sperimentale, dunque, ma non di meno legato alla tradizione (innamorato della tradizione), come del resto è sempre per ogni vero poeta: nessuna realtà artistica anche innovativa, infatti, non può non innestarsi sulla tradizione, assorbendo il già dato e mutandolo. E per Ungaretti, a questo proposito, ripensiamo ai Cori per la terra promessa (1950). Ma un’attenzione speciale merita sempre un piccolo libro straordinario come Il dolore, uscito nel 1947. Un libro nel quale la sofferenza per la perdita del figlio (’39), seguita a quella del fratello (’37), detta al poeta i versi di una sofferenza che diviene totale, e potremmo ben dire: universale, ancora una volta nella più rigorosa verità espressiva antiretorica, pur nel decoro alto della pronuncia.

Ungaretti disse del Dolore: «È il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola». Il grande libro sul senso della perdita, un diario lirico dello strazio di immutabile bellezza drammatica, per di più espressa nei modi di una rara grazia limpida di toni. La realtà dell’esperienza aveva prevalso sugli stessi orientamenti letterari del grande autore. Basterebbe allora ricordare, mandare a memoria, versi come questi, davvero da brividi : «Ma la morte è incolore e senza sensi / E, ignara d’ogni legge, come sempre, / Già lo sfiorava / Coi denti impudichi». 

Ungaretti pubblicherà poi, nel 1960, Il taccuino del vecchio, proporrà nel ’65 le sue Visioni da William Blake, ora riproposte nella collana Lo specchio di Mondadori. Intanto la sua grandezza d’animo espressa nei versi aveva già lasciato un segno indelebile, capace di creare un capitolo importante nella nostra letteratura, ma meglio sarebbe dire nella nostra cultura, nella nostra storia civile tout court. E come dicevo all’inizio non era mancata l’ammirazione generale per la sua opera, in un tempo che ancora sapeva riconoscere il valore irrinunciabile della vera poesia. Al quale, ripartendo magari proprio da Ungaretti, dall’umanità nobile della sua figura, sarebbe giusto e utile potessimo tornare.