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Albrecht Dürer, Rinoceronte, 1515 

Il liberalismo delle piccole cose

Adam Gopnik, grande firma del New Yorker, racconta storia, presente e futuro di un’idea irrinunciabile: “Ripartiamo dalle riforme concrete sul territorio. Sì, come il rinoceronte”
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Quanto a grazia tra unicorni e rinoceronti non c’è partita. Il problema dei primi, però, è che esistono solo nelle fiabe. Nella vita vera meglio appassionarsi dei secondi che, a dispetto delle gambe tozze, andranno decisamente più lontano. Ne è convinto Adam Gopnik, uber-firma culturale del New Yorker che affronta un monumentale classico di teoria politica ne Il manifesto del rinoceronte (Guanda). Dove il liberalismo sarebbe il mammifero umile e tracagnotto ma capace di cambiare in meglio le esistenze delle persone, alternativa realistica alla seduzione utopistica ma spesso inconcludente della sinistra radicale.

Pensato come lettera aperta alla figlia per aiutarla a digerire lo shock dell’elezione di Trump, il saggio effettua una circumnavigazione del pensiero liberale da John Stuart Mill ai giorni nostri, passando per Montaigne e Philip Roth, prediligendo lo ieri rispetto all’oggi. E dando un singolare rilievo, rispetto alla stori…
Quanto a grazia tra unicorni e rinoceronti non c’è partita. Il problema dei primi, però, è che esistono solo nelle fiabe. Nella vita vera meglio appassionarsi dei secondi che, a dispetto delle gambe tozze, andranno decisamente più lontano. Ne è convinto Adam Gopnik, uber-firma culturale del New Yorker che affronta un monumentale classico di teoria politica ne Il manifesto del rinoceronte (Guanda). Dove il liberalismo sarebbe il mammifero umile e tracagnotto ma capace di cambiare in meglio le esistenze delle persone, alternativa realistica alla seduzione utopistica ma spesso inconcludente della sinistra radicale.

Pensato come lettera aperta alla figlia per aiutarla a digerire lo shock dell’elezione di Trump, il saggio effettua una circumnavigazione del pensiero liberale da John Stuart Mill ai giorni nostri, passando per Montaigne e Philip Roth, prediligendo lo ieri rispetto all’oggi. E dando un singolare rilievo, rispetto alla storiografia classica, alla vita sentimentale dei personaggi perché «volevo restituire la dimensione appassionata di un movimento di idee troppo spesso ritenuto astratto o arido».

Difficile che David Hume sfratti Che Guevara dalle magliette ma Gopnik, al grido di «riforma continua la trionferà», ci prova con la consueta sapienza stilistica. L’abbiamo raggiunto via Skype nel suo studio in cui la grande muraglia di librerie bianche sembra proteggerlo, meglio di qualsiasi mascherina, dalla pandemia.

Lei scrive che la “simpatia sociale”, ovvero la capacità di provare empatia per persone fuori dalle proprie cerchie, fondamentalmente diverse da noi, è il più importante pilastro liberale. Perché?
«Liberalismo è diventato una brutta parola, sinonimo di debolezza. Ma ciò che quel complesso di idee fa è prendere ciò che sappiamo della vita, le nostre prassi di convivenza, dell’andare d’accordo, e applicarlo a una teoria politica. Il saper entrare in sintonia con l’altro ne è la premessa. Gli altri elementi costitutivi sono la tolleranza e il pluralismo, sia individuale che istituzionale».

La principale causa della cattiva reputazione del liberalismo è il neoliberismo economico. Cosa hanno in comune?
«Friedrich Hayek sosteneva che il socialismo implica schiavitù e non si poteva avere liberalismo senza libero mercato. Poi è arrivata la socialdemocrazia in Europa e le libertà individuali non sono affatto diminuite. D’altro canto in Cina c’è il capitalismo ma non i diritti. Le due cose, basta guardare alla storia, non sono quindi consustanziali. Aggiungerei che non conosco quasi nessuno che si definisca neoliberista: la Thatcher, per dire, si diceva conservatrice. È un termine che serve essenzialmente per infangare il buon nome del liberalismo umanista cui mi riferisco».

Il titolo originale del libro è “A thousand little sanities”, un migliaio di cose sensate. E l’apprezzamento delle piccole cose riformiste in alternativa a una grande idea trasformativa è una sua costante. Che c’entrano le fogne di Londra del 1866?
«Racconto del filosofo George Lewes e della compagna George Taylor che furono decisivi nel far realizzare il sistema fognario che permise di debellare il colera. È un esempio splendido, a partire dall’umile idraulica, del liberalismo procedurale che mi piace. Non magniloquente, ma risolutore. Gli uomini gettano i tubi che, a loro volta, salvano gli uomini».

Quale sarebbe oggi un gesto liberale di comparabile rilevanza?
«Il coronavirus ha colpito tutti. Ma il Canada, dove sono nato, ha risposto molto meglio degli Stati uniti grazie a un sistema sanitario pubblico incommensurabile rispetto al nostro che lucra sulle operazioni chirurgiche. Ecco, il governatore Andrew Cuomo sta cercando di cambiare il sistema, uniformandolo: se a Buffalo ci sono mascherine in eccesso devono condividerla con New York dove mancano, e così via. Germania e Corea del Sud stanno vincendo la sfida non per una singola cura miracolosa, ma per centinaia di cose fatte meglio di altri. Ripensare il sistema sanitario potrebbe essere l’equivalente delle fogne nel 2020».

In ragione del medesimo realismo lei sostiene che le elezioni si vincono al centro. Ma Trump, che tanto la preoccupa, non è in alcun modo un centrista…
«Sebbene ciò che sto per dire sembri un alibi, Trump non ha vinto per il voto popolare, dove era sotto di 3 milioni, ma per l’assurdità del sistema elettorale americano. La risposta, dicevano molti miei amici, sarebbe stata Sanders, e abbiamo visto com’è andata. Certo è che le prossime presidenziali saranno le più rilevanti di sempre e Trump non risparmierà nessuna carta per restare al potere, non importa quanta gente dovrà morire nella pandemia o quanti voti di minoranze andranno soppressi. Le tenteranno tutte».

Tornando alla dicotomia massimalismo/minimalismo, gli Stati Uniti sono nati grazie a una rivoluzione. Dove fissa il confine tra utopia e realtà?
«Anche tra le rivoluzioni c’è quella francese, utopista, e quella americana, di stampo più liberale, che ha saputo partorire una costituzione in grado di emendarsi fino a oggi. E tralascio i disastri dei regimi marxisti. Nel libro cito l’emblematico Bayard Rustin, il braccio destro di Martin Luther King, l’omosessuale organizzatore della marcia su Washington, messa in piedi prendendosi cura anche dei panini per sfamare i dimostranti. Aveva grande fiducia nei cambiamenti incrementali ed era il nemico numero uno di Malcolm X, che considerava un nichilista ammantato di violenza romantica. Non ho dubbi su chi avesse ragione».

Nell’ampio catalogo di pensatori che affronta spunta il romanziere Roth come campione di una distinzione terribilmente attuale...
«Ho avuto il privilegio di frequentarlo negli ultimi anni, quando aveva smesso di scrivere. E ho assistito a casa sua alla cerimonia di inaugurazione di Trump. Il suo profondo patriottismo derivava dall’attaccamento a Newark, la brutta città industriale in cui è nato e cresciuto. Un patriottismo del luogo e della persona più che della classe e della causa. A differenza del nazionalismo che è fondato sulla vittimizzazione e sulla vendetta. Hitler, dopo la bancarotta di Weimar, ne è stato maestro e Trump ha fatto un discreto lavoro nello sfruttare la sofferenza dei forgotten men. Oltre a ostentare la mancanza di attaccamento a qualsiasi luogo, a partire da New York. Esiste un liberalismo dell’oikos, della casa e uno della polis, della città. Temo che gli siano alieni entrambi».