Parigi
«I dittatori lo sanno bene: istruendo gli uomini, corrono il rischio di essere spodestati. E di vederli sfilare un giorno con la penna in mano». Gli articoli di Leïla Slimani, raccolti ne Il diavolo è nei dettagli (Rizzoli), sono nella scia dei grandi pamphlet francesi. Quando tanti lamentano il disimpegno degli intellettuali, la romanziera nata a Rabat nel 1981, vincitrice del premio Goncourt con Ninna nanna, non teme di prendere posizioni scomode, denunciare abusi e ipocrisie, partecipare a mobilitazioni come ha fatto qualche mese fa dopo l’arresto della giornalista marocchina Hajar Raissouni, ottenendo la sua liberazione.
Slimani aveva già pubblicato due anni fa il saggio I racconti del sesso e della menzogna sul Marocco dove continua a sostenere le battaglie del collettivo “Hors la loi”, fuori legge. Il suo paese natale è al centro del suo nuovo romanzo Il paese degli altri, primo tomo di una saga famigliare che riper…
«I dittatori lo sanno bene: istruendo gli uomini, corrono il rischio di essere spodestati. E di vederli sfilare un giorno con la penna in mano». Gli articoli di Leïla Slimani, raccolti ne Il diavolo è nei dettagli (Rizzoli), sono nella scia dei grandi pamphlet francesi. Quando tanti lamentano il disimpegno degli intellettuali, la romanziera nata a Rabat nel 1981, vincitrice del premio Goncourt con Ninna nanna, non teme di prendere posizioni scomode, denunciare abusi e ipocrisie, partecipare a mobilitazioni come ha fatto qualche mese fa dopo l’arresto della giornalista marocchina Hajar Raissouni, ottenendo la sua liberazione.
Slimani aveva già pubblicato due anni fa il saggio I racconti del sesso e della menzogna sul Marocco dove continua a sostenere le battaglie del collettivo “Hors la loi”, fuori legge. Il suo paese natale è al centro del suo nuovo romanzo Il paese degli altri, primo tomo di una saga famigliare che riper…
Parigi
«I dittatori lo sanno bene: istruendo gli uomini, corrono il rischio di essere spodestati. E di vederli sfilare un giorno con la penna in mano». Gli articoli di Leïla Slimani, raccolti ne Il diavolo è nei dettagli (Rizzoli), sono nella scia dei grandi pamphlet francesi. Quando tanti lamentano il disimpegno degli intellettuali, la romanziera nata a Rabat nel 1981, vincitrice del premio Goncourt con Ninna nanna, non teme di prendere posizioni scomode, denunciare abusi e ipocrisie, partecipare a mobilitazioni come ha fatto qualche mese fa dopo l’arresto della giornalista marocchina Hajar Raissouni, ottenendo la sua liberazione.
Slimani aveva già pubblicato due anni fa il saggio I racconti del sesso e della menzogna sul Marocco dove continua a sostenere le battaglie del collettivo “Hors la loi”, fuori legge. Il suo paese natale è al centro del suo nuovo romanzo Il paese degli altri, primo tomo di una saga famigliare che ripercorre la storia di sua nonna, giovane alsaziana innamorata di un soldato marocchino delle truppe alleate. «Quando ho cominciato a scriverlo mi sono accorta che avevo ormai vissuto più tempo in Francia che in Marocco. È come se avessi preso la giusta distanza con il mio paese. Per uno scrittore, a volte, è una fortuna essere lontani».
Il diavolo è nei dettagli si apre con la storia di Amine, professore universitario che vede il suo universo trasformato dal fanatismo religioso. «Nel 2015 il direttore della rivista Le1 mi aveva chiesto di parlare dell’ascesa dell’intolleranza e degli estremismi. Invece di fare grandi discorsi ho voluto raccontare come, nelle piccole cose della vita quotidiana, la religione può diventare opprimente. È una breve novella cechoviana che cerca di rappresentare questa perdita graduale ma inesorabile di libertà. Spesso si tratta di dettagli, appunto, che passano quasi inosservati. E quando ce ne accorgiamo è già troppo tardi».
“Esistono più musulmani che marche di automobili” scrive nel libro. È una complessità che non vogliamo vedere?
«In Occidente si parla di musulmani, arabi, Islam, come di un unico mondo. Anche io vengo presentata come scrittrice magrebina ma tra una donna marocchina, tunisina e algerina c’è la stessa differenza che tra un’italiana, una francese o una tedesca. E poi tra musulmani ci sono infinite sfumature e divisioni, per esempio tra sunniti e sciiti, e poi anche all’interno dei sunniti, e così via».
Lei accusa l’ambiguità dell’Occidente, che sfrutta o alimenta le divisioni tra paesi musulmani.
«Facciamo l’esempio dell’Arabia saudita che dovrebbe essere un contro-modello in termini di rispetto delle libertà delle donne, della stampa o dei diritti civili, e con il quale invece continuiamo a tessere relazioni commerciali. Questo doppio standard dell’Occidente è vissuto come un tradimento da tanti musulmani che si battono per i nostri stessi valori».
Racconta di uno schiaffo ricevuto da una maestra quando aveva osato mettere in discussione il Corano. In quel momento è iniziata la sua sete di libertà?
«Ero ancora una bambina ma ho capito che, pur venendo da una famiglia non religiosa e tollerante, mi era chiesto di fingere in pubblico. Già allora mi sembrava un’ingiustizia, una violenza. Perché sono io che mi devo adattare a loro, e non il contrario? Quell’episodio ha alimentato il mio bisogno di capire, interrogare la realtà, e in definitiva di scrivere».
Non ha paura di schierarsi in modo netto, come quando dice: “Integralisti, io vi odio”?
«Nel 2015, nei mesi degli attentati in Francia, mi sentivo attaccata per tutto quello che sono: francese, marocchina, musulmana, laica. E quella frase è stato un grido di rabbia anche nei confronti di chi la pensava come me ma non aveva il coraggio di dirlo. Si muore anche di troppi compromessi e troppo cinismo. Lo ribadisco oggi: dobbiamo resistere, difendere la nostra visione del mondo e non accettare quella che vogliono imporci gli integralisti».
All’epoca degli attentati, un giornale le aveva proposto di entrare nella mente di un terrorista. Lei ammette di non esserci riuscita.
«È la grande differenza tra la letteratura e un testo scritto nell’urgenza. La letteratura richiede tempo, solitudine, distanza. L’idea di immedesimarmi con un terrorista subito dopo gli attentati mi è sembrata impraticabile».
Eppure lei prende il rischio di commentare a caldo l’attualità.
«Certo, lo faccio con la mia passione civile, anche se come Albert Camus sono abitata dai dubbi, riconosco i miei limiti, e una certa vanità del ruolo dell’intellettuale che, in fondo, non può molto».
Cosa pensa della mobilitazione contro il razzismo e la violenza della polizia che parte dagli Stati Uniti ed arriva fino in Europa?
«Colpisce che sia un movimento globale, al quale non partecipano solo i neri, ma anche i bianchi e persone di diversa età e classe sociale. Spero che provocherà una presa di coscienza sul razzismo e il rifiuto dell’altro in generale».
In Francia si tende a non vedere questo problema?
«Il razzismo alla francese è qualcosa di complesso, impossibile da definire con una caricatura. Si accompagna di disprezzo sociale e c’è il peso della storia coloniale con l’idea di alcuni che sia una ferita da non riaprire. Penso al contrario che sarebbe sano per la Francia parlare di quale sia il posto nella società di cittadini che si chiamano Mohammed, Leïla, Boubakar, di quei francesi che discendono da una storia di schiavitù e colonizzazione».
Alcuni lettori l’hanno attaccata sui social perché nel suo diario della quarantena pubblicato da “Le Monde” raccontava di essere confinata in una casa in Normandia, molto più comodamente di chi è rimasto chiuso in piccoli appartamenti di città. C’è una sorta di odio di classe che monta insieme alle diseguaglianze?
«Le diseguaglianze mi rivoltano e, anche se non giustifico l’odio, capisco che ci sia una sofferenza. Detto questo, l’origine delle diseguaglianze non viene da una scrittrice. I periodi più bui della Storia cominciano con la ricerca di falsi nemici. E la letteratura ci insegna che siamo capaci di metterci al posto degli altri: si può essere donna e capire gli uomini, essere un borghese e combattere per la giustizia sociale o, al contrario, venire da un ceto basso e disinteressarsi della miseria».
Il libro
Il diavolo è nei dettagli di Leila Slimani è edito da Rizzoli (trad. Elena Cappellini, pagg. 60, euro 8). In libreria dal 9 giugno
«I dittatori lo sanno bene: istruendo gli uomini, corrono il rischio di essere spodestati. E di vederli sfilare un giorno con la penna in mano». Gli articoli di Leïla Slimani, raccolti ne Il diavolo è nei dettagli (Rizzoli), sono nella scia dei grandi pamphlet francesi. Quando tanti lamentano il disimpegno degli intellettuali, la romanziera nata a Rabat nel 1981, vincitrice del premio Goncourt con Ninna nanna, non teme di prendere posizioni scomode, denunciare abusi e ipocrisie, partecipare a mobilitazioni come ha fatto qualche mese fa dopo l’arresto della giornalista marocchina Hajar Raissouni, ottenendo la sua liberazione.
Slimani aveva già pubblicato due anni fa il saggio I racconti del sesso e della menzogna sul Marocco dove continua a sostenere le battaglie del collettivo “Hors la loi”, fuori legge. Il suo paese natale è al centro del suo nuovo romanzo Il paese degli altri, primo tomo di una saga famigliare che ripercorre la storia di sua nonna, giovane alsaziana innamorata di un soldato marocchino delle truppe alleate. «Quando ho cominciato a scriverlo mi sono accorta che avevo ormai vissuto più tempo in Francia che in Marocco. È come se avessi preso la giusta distanza con il mio paese. Per uno scrittore, a volte, è una fortuna essere lontani».
Il diavolo è nei dettagli si apre con la storia di Amine, professore universitario che vede il suo universo trasformato dal fanatismo religioso. «Nel 2015 il direttore della rivista Le1 mi aveva chiesto di parlare dell’ascesa dell’intolleranza e degli estremismi. Invece di fare grandi discorsi ho voluto raccontare come, nelle piccole cose della vita quotidiana, la religione può diventare opprimente. È una breve novella cechoviana che cerca di rappresentare questa perdita graduale ma inesorabile di libertà. Spesso si tratta di dettagli, appunto, che passano quasi inosservati. E quando ce ne accorgiamo è già troppo tardi».
“Esistono più musulmani che marche di automobili” scrive nel libro. È una complessità che non vogliamo vedere?
«In Occidente si parla di musulmani, arabi, Islam, come di un unico mondo. Anche io vengo presentata come scrittrice magrebina ma tra una donna marocchina, tunisina e algerina c’è la stessa differenza che tra un’italiana, una francese o una tedesca. E poi tra musulmani ci sono infinite sfumature e divisioni, per esempio tra sunniti e sciiti, e poi anche all’interno dei sunniti, e così via».
Lei accusa l’ambiguità dell’Occidente, che sfrutta o alimenta le divisioni tra paesi musulmani.
«Facciamo l’esempio dell’Arabia saudita che dovrebbe essere un contro-modello in termini di rispetto delle libertà delle donne, della stampa o dei diritti civili, e con il quale invece continuiamo a tessere relazioni commerciali. Questo doppio standard dell’Occidente è vissuto come un tradimento da tanti musulmani che si battono per i nostri stessi valori».
Racconta di uno schiaffo ricevuto da una maestra quando aveva osato mettere in discussione il Corano. In quel momento è iniziata la sua sete di libertà?
«Ero ancora una bambina ma ho capito che, pur venendo da una famiglia non religiosa e tollerante, mi era chiesto di fingere in pubblico. Già allora mi sembrava un’ingiustizia, una violenza. Perché sono io che mi devo adattare a loro, e non il contrario? Quell’episodio ha alimentato il mio bisogno di capire, interrogare la realtà, e in definitiva di scrivere».
Non ha paura di schierarsi in modo netto, come quando dice: “Integralisti, io vi odio”?
«Nel 2015, nei mesi degli attentati in Francia, mi sentivo attaccata per tutto quello che sono: francese, marocchina, musulmana, laica. E quella frase è stato un grido di rabbia anche nei confronti di chi la pensava come me ma non aveva il coraggio di dirlo. Si muore anche di troppi compromessi e troppo cinismo. Lo ribadisco oggi: dobbiamo resistere, difendere la nostra visione del mondo e non accettare quella che vogliono imporci gli integralisti».
All’epoca degli attentati, un giornale le aveva proposto di entrare nella mente di un terrorista. Lei ammette di non esserci riuscita.
«È la grande differenza tra la letteratura e un testo scritto nell’urgenza. La letteratura richiede tempo, solitudine, distanza. L’idea di immedesimarmi con un terrorista subito dopo gli attentati mi è sembrata impraticabile».
Eppure lei prende il rischio di commentare a caldo l’attualità.
«Certo, lo faccio con la mia passione civile, anche se come Albert Camus sono abitata dai dubbi, riconosco i miei limiti, e una certa vanità del ruolo dell’intellettuale che, in fondo, non può molto».
Cosa pensa della mobilitazione contro il razzismo e la violenza della polizia che parte dagli Stati Uniti ed arriva fino in Europa?
«Colpisce che sia un movimento globale, al quale non partecipano solo i neri, ma anche i bianchi e persone di diversa età e classe sociale. Spero che provocherà una presa di coscienza sul razzismo e il rifiuto dell’altro in generale».
In Francia si tende a non vedere questo problema?
«Il razzismo alla francese è qualcosa di complesso, impossibile da definire con una caricatura. Si accompagna di disprezzo sociale e c’è il peso della storia coloniale con l’idea di alcuni che sia una ferita da non riaprire. Penso al contrario che sarebbe sano per la Francia parlare di quale sia il posto nella società di cittadini che si chiamano Mohammed, Leïla, Boubakar, di quei francesi che discendono da una storia di schiavitù e colonizzazione».
Alcuni lettori l’hanno attaccata sui social perché nel suo diario della quarantena pubblicato da “Le Monde” raccontava di essere confinata in una casa in Normandia, molto più comodamente di chi è rimasto chiuso in piccoli appartamenti di città. C’è una sorta di odio di classe che monta insieme alle diseguaglianze?
«Le diseguaglianze mi rivoltano e, anche se non giustifico l’odio, capisco che ci sia una sofferenza. Detto questo, l’origine delle diseguaglianze non viene da una scrittrice. I periodi più bui della Storia cominciano con la ricerca di falsi nemici. E la letteratura ci insegna che siamo capaci di metterci al posto degli altri: si può essere donna e capire gli uomini, essere un borghese e combattere per la giustizia sociale o, al contrario, venire da un ceto basso e disinteressarsi della miseria».
Il libro
Il diavolo è nei dettagli di Leila Slimani è edito da Rizzoli (trad. Elena Cappellini, pagg. 60, euro 8). In libreria dal 9 giugno