Bella scusa, l'algoritmo
di MARINO NIOLADalla musica al campionato tutto sembra legato a questa espressione di origine araba che significa tradurre in numeri una sequenza logica. Ma se invece si trattasse di un alibi per non decidere più nulla?
Il nome è arabo. E sembra arabo anche il significato. Proprio per questo l'algoritmo è diventato un tormentone, una di quelle parole che a furia di essere usate per tutto, finiscono per non significare niente. In realtà il termine deriva da al-Khuwarizmi, perché il suo inventore, il matematico Muhammad ibn Musa, che visse intorno all'anno Mille, era originario di Khwarizm, una regione dell'attuale Uzbekistan. La sua genialità è stata quelle di tradurre in numeri una sequenza logica. Come dire che posso codificare in cifre qualsiasi successione di azioni. Da qui all'attuale abuso dell'espressione il passo non è breve. Perché per noi l'algoritmo è diventato il mantra del pensiero unico che governa la società tecnologica. Una sorta di calcolo senza autore, una ragione indiscutibile cui crediamo per fede. È l'onnipotente in versione numerica, coperto dalla maschera di una imp…
Il nome è arabo. E sembra arabo anche il significato. Proprio per questo l'algoritmo è diventato un tormentone, una di quelle parole che a furia di essere usate per tutto, finiscono per non significare niente. In realtà il termine deriva da al-Khuwarizmi, perché il suo inventore, il matematico Muhammad ibn Musa, che visse intorno all'anno Mille, era originario di Khwarizm, una regione dell'attuale Uzbekistan. La sua genialità è stata quelle di tradurre in numeri una sequenza logica. Come dire che posso codificare in cifre qualsiasi successione di azioni. Da qui all'attuale abuso dell'espressione il passo non è breve. Perché per noi l'algoritmo è diventato il mantra del pensiero unico che governa la società tecnologica. Una sorta di calcolo senza autore, una ragione indiscutibile cui crediamo per fede. È l'onnipotente in versione numerica, coperto dalla maschera di una imperscrutabile neutralità. Il fatto che a decidere su molti aspetti della nostra vita sia sempre più spesso un algoritmo, rende oggettivo ciò che oggettivo non è affatto. Dalle previsioni sull'andamento di un contagio alle proiezioni che sono alla base di una programmazione economica, fino all'assegnazione dei posti in aereo e addidirittura, notizia degli ultimi giorni, alla classifica del campionato di calcio in caso di sospensione. Con il risultato di deresponsabilizzare ogni processo decisionale, che in realtà a monte implica sempre dei criteri, delle forme di finalizzazione, quindi delle responsabilità.
Il rapper Willie Peyote è andato molto vicino alla verità con la sua nuova hit "Algortimo", facendolo diventare un sinonimo del destino, che nell'universo digitale diventa una combinazione di cifre. Per cui perfino l'innamoramento sembra l'effetto di una compatibilità stabilita da un'intelligenza superiore. "L'algoritmo ha il tuo ritmo, ha il tuo ritmo, mi rendi più leggero, una versione light, con te mi prende bene anche senza wi-fi". Più chiaro di così?
La provocazione del talentuoso Willie ci fa riflettere proprio sulla presunta oggettività nascosta dietro l'attuale "feticismo dell'algoritmo", che in realtà assomiglia molto al Minosse dantesco, il diavolo che nel quinto Canto dell'Inferno "giudica e manda secondo ch'avvinghia". Nel senso che decide il destino delle anime e fa corrispondere ogni verdetto a un certo numero di giri della sua coda di serpente. Oggi diremmo un algoritmo infernale. Che fa sembrare necessario quel che è arbitrario. In effetti, dietro l'apparenza impersonale e inoppugnabile di ogni necessità c'è sempre, in realtà, una forza agente da riconoscere, un mistero da svelare. Lo sapevano bene gli antichi greci che avevano fatto della necessità una dea, di nome Ananke, la cui vera natura veniva rivelata solo agli iniziati durante i culti misterici. Quando cioè i fanciulli imparavano che diventare adulti e responsabili significa guardare oltre il mistero. Scoprire cosa c'è dietro l'algoritmo.
Il rapper Willie Peyote è andato molto vicino alla verità con la sua nuova hit "Algortimo", facendolo diventare un sinonimo del destino, che nell'universo digitale diventa una combinazione di cifre. Per cui perfino l'innamoramento sembra l'effetto di una compatibilità stabilita da un'intelligenza superiore. "L'algoritmo ha il tuo ritmo, ha il tuo ritmo, mi rendi più leggero, una versione light, con te mi prende bene anche senza wi-fi". Più chiaro di così?
La provocazione del talentuoso Willie ci fa riflettere proprio sulla presunta oggettività nascosta dietro l'attuale "feticismo dell'algoritmo", che in realtà assomiglia molto al Minosse dantesco, il diavolo che nel quinto Canto dell'Inferno "giudica e manda secondo ch'avvinghia". Nel senso che decide il destino delle anime e fa corrispondere ogni verdetto a un certo numero di giri della sua coda di serpente. Oggi diremmo un algoritmo infernale. Che fa sembrare necessario quel che è arbitrario. In effetti, dietro l'apparenza impersonale e inoppugnabile di ogni necessità c'è sempre, in realtà, una forza agente da riconoscere, un mistero da svelare. Lo sapevano bene gli antichi greci che avevano fatto della necessità una dea, di nome Ananke, la cui vera natura veniva rivelata solo agli iniziati durante i culti misterici. Quando cioè i fanciulli imparavano che diventare adulti e responsabili significa guardare oltre il mistero. Scoprire cosa c'è dietro l'algoritmo.