C'è chi nasce e chi muore e spesso la stessa persona fa tutte e due le cose. C’è chi racconta e chi ascolta. C’è chi scopre la penicillina e chi trova i funghi. C’è chi attraversa l’oceano e chi attraversa un prato. C’è chi sa sparare col cannone e chi sa guidare la mietitrebbia. C’è chi scala l’Himalaya e chi un albero di noci. Io quel giorno di estate mi ero arrampicato sul noce che stava vicino a casa mia. Un albero che regalava frutti, ombreggiava il prato e faceva anche da albergo ai passeri. Era davvero un fantastico operaio della natura. Avevo scelto di non scalare la parete sud, fatta di rami piccoli da gramplare per salire prudentemente. Presi la strada più sicura a nord, con due rami grossi che salivano quasi fino alla cima, e poi si percorreva a cavalcioni un ramo storto orizzontale, e eccomi arrivato a quota venti metri.
Sono un grande scalatore di tutto, infatti mi chiamo Febo …
Sono un grande scalatore di tutto, infatti mi chiamo Febo …
C'è chi nasce e chi muore e spesso la stessa persona fa tutte e due le cose. C’è chi racconta e chi ascolta. C’è chi scopre la penicillina e chi trova i funghi. C’è chi attraversa l’oceano e chi attraversa un prato. C’è chi sa sparare col cannone e chi sa guidare la mietitrebbia. C’è chi scala l’Himalaya e chi un albero di noci. Io quel giorno di estate mi ero arrampicato sul noce che stava vicino a casa mia. Un albero che regalava frutti, ombreggiava il prato e faceva anche da albergo ai passeri. Era davvero un fantastico operaio della natura. Avevo scelto di non scalare la parete sud, fatta di rami piccoli da gramplare per salire prudentemente. Presi la strada più sicura a nord, con due rami grossi che salivano quasi fino alla cima, e poi si percorreva a cavalcioni un ramo storto orizzontale, e eccomi arrivato a quota venti metri.
Sono un grande scalatore di tutto, infatti mi chiamo Febo ma di soprannome Codino, perché ho una vertebrina sporgente che sembra una piccola coda, prova della mia scoiattolitudine. Il vento faceva cantare le foglie. Io guardavo il panorama, le nuvole ballerine, il fiume lontano, i boschi ridenti, come si dice, anche se non li ho mai sentiti ridere, tutt’al più sorridere nella penombra. E vedevo il maledetto nastro dell’autostrada in costruzione e soprattutto il paese in basso con il campanile, e intorno a me le case dei vicini.
Stavo per mangiarmi la prima noce. L’avevo aperta e ricordavo cosa mi aveva detto il nonno. Che le noci non si mangiano una dopo l’altra, come fossero caramelle cittadine o noccioline da cinema. Ogni scrigno di legno va aperto, poi va ringraziato l’albero, e soprattutto per ogni noce bisogna raccontare una storia. Per la verità me l’aveva detto una volta che avevo mangiato almeno cinquanta noci acerbe, quelle bianche che sembrano un cervellino, e avevo fatto indigestione, e poi due giorni dopo avevo cagato un trenino elettrico, o così mi era parso dal male. Perciò da allora, per paura di quell’effetto collaterale, ne mangiavo al massimo dieci, anche se il nonno ne mangiava anche di più, le spaccava con un colpo delle dita facendo il gradasso e una volta vinse la noce e lui non disse niente, diventò paonazzo e aveva un ditone che sembrava un cotechino.
Insomma, io mangio la prima noce e racconto, ma siccome non c’è nessuno se non Jack, il mio cane che è un puntino bianco addormentato tra i papaveri, racconto a voi. Dal mio noce Himalaya vedo anche le case sulle colline di fronte. Quella col portico è del mio amico Bue, così nomato per la forza bruta e la mitezza dello sguardo. La casa di Bue è cadente e sgarrupata, sono molto poveri perché hanno poca terra e si sbronzano dalla mattina alla sera, specialmente Chicco che è il padre, detto Demonio per quanto è rosso di vino e incazzoso. Vivono in condizioni igieniche che l’assistente sociale Mary ha detto «peggio dei maiali», ma dovrebbe sapere che da noi i maiali vivono in libertà e odorano di mentuccia. E qui c’è il primo racconto, che è quello del bagno. Allora: l’assistente sociale vede che Chicco e la famiglia la fanno in un buco in una capannetta di paglia in mezzo a un paciugo maleodorante e dice «orrore orrore, almeno costruiamogli un bagno decente». E vengono su i muratori compreso Circa, di cui dirò dopo, e fanno un gabinetto che è una meraviglia col uàter il lavandino e soprattutto un bellissimo pavimento di piastrelle.
Ma accade il dramma. Il primo giorno Demonio va a collaudare l’impianto, entra ma non è abituato al pavimento liscio, che in quel momento era anche bagnato, scivola, batte la testa e sta tre giorni in coma. Il quarto giorno si riprende, chiama la famiglia e distruggono il bagno a martellate in due ore, l’assistente viene a vedere e quasi piange e Chicco le dice «guai a lei se ci riprova», così Mary si porta via il uàter per metterci il rosmarino. La casa vicino, in mezzo ai faggi, si chiama casa del Gallo perché c’era un gallo che cantava anche cento volte ogni mattina prima che il proprietario Slim lo facesse fuori a fucilate e lo sostituisse con un galletto transalpino. Il quale fiutò il pericolo e la mattina cantava solo tre volte in francese, sembrava dicesse: «Cocoricox! Pardonnez-moi mais c’est ma nature». Slim faceva anche il boscaiolo, e il suo divertimento preferito era mettere una motosega accesa al minimo dentro il cofano delle auto altrui. Finché la mise nell’auto di Demonio e quello lo cercò per massacrarlo. Fecero a botte per due ore ma erano così ubriachi che non si colpirono mai, solo l’aria delle sventole. Non cadevano, e io non capivo perché, era come se Achille e Ettore facessero pari e addio Iliade.
Slim beveva come un campo secco, ma quando entravo al bar mi salutava sempre bello dritto in piedi. E allora mio nonno mi spiegò la teoria Perché un vero ubriacone sta sempre in piedi. Un vero ubriacone sta sempre in piedi col bicchiere in mano perché se qualcuno entra al bar, lo vede e non può dire che è sbronzo. Se fosse lungo disteso per terra o con la testa sul tavolo, qualche impiccione potrebbe dire «che vergogna, ho visto Slim ubriaco come un calabrone ciucciafiori» o «Demonio sbronzo marcio». Ma se resiste in piedi, l’ubriacone saluta con deferenza come per dire: questo è il primo bicchiere che bevo, poi vado a casa. Dondolano ma non cadono, e nessuno può fare la spia.
Poi c’è la casa dei sette fratelli Carta, sul ciglio di uno sconfinato prato di erba Spagna, e una quercia così grande che l’ha centrata tre volte il fulmine e lei gli ha riso in faccia. I Carta vengono da fuori, sono sempre allegri, cantano e hanno cinquanta pecore che da lontano fanno una macchia bianca con due punti neri, i cani. Hanno avuto un attimo di notorietà qualche anno fa perché avevano una pecora che camminava all’indietro, ed è venuto il telegiornale a occuparsene. Hanno chiamato gli esperti e si sono fatte molte supposizioni, poi si è scoperto che Pippo Carta, il fratello più piccolo, per scherzo ogni tanto dava a quella pecora la grappa col biberon e le si era guastato un po’ il cervello e la deambulazione. Da loro vive Pietrino detto Zanza che è mio amico anche se non sempre lo capisco quando parla. Gira con un coltello in tasca e ruba i motorini perché dice che da fermi si annoiano.
Poi c’è la baracca di Celso il silenzioso, che sembra un indio e parla solo con le verdure dell’orto, incita i fagiolini e rassicura le patate. Ha un cavallo che si chiama Strappafiori, che ha fame anche quando dorme e una domenica nella piazzetta della chiesa, passando davanti a un funerale si è mangiato tutte le corone per il defunto compresi il nastro e le scritte, il parroco voleva scomunicarlo. L’amico di Strappafiori è Cocò, un cane così grasso che non si vedono più le zampe. Celso coltiva soprattutto meloni, i suoi sono i migliori del mondo. La domenica viene al mercato con un carretto pieno tirato da Strappafiori. Il cavallo mangia ogni vegetale presente, dalle siepi del bar ai vasi di basilico sulle finestre, e Cocò piscia, ma siccome è troppo grasso per alzare la zampa, si mette sulla schiena e fa la fontanella, non a tutti piace. Sotto la parete a picco del monte c’è la capanna dei boscaioli fratelli di Celso, due facce da cinghiali che conoscono gli alberi uno per uno, ci sono dei porcini grandi come comignoli e c’è la Fanara, una vasca di granito dove si abbeverano gli animali, che d’estate è la nostra piscina, e poi i leggendari Castagni gemelli, di cui molto vi parlerò. Un torrentello scende giù e nutre il pozzo di Ca’ Strega.
Altra noce altra storia. Ca’ Strega è un casolare rosso sangue con un pergolato di uva bianca che sembra il tetto del Paradiso. Ci vivono i Gozzi. Sono tutti gran lavoratori e matti stellati e tutte brave persone, tolto il padre Rosario che è violento e picchia la mamma che ruba negli orti degli altri, e nonno Gozzi Eros, da poco mancato, che mangiava gatti, e la figlia Lina che è un po’ porcellina e la nonna Bonaria che è una strega e di notte va a cercare le amanite, allora mi correggo: non sono brave persone, sono una gang del terrore. Infatti l’assistente sociale Marymary, che somiglia a due Mary Poppins perché pesa cento chili, spesso viene su a controllare perché dice che lì ci sono dei problemi. Il problema più grosso per loro è Lunaria detta Luna. Che ha ereditato dalla nonna la stregaggine. È pallida coi capelli neri fino alle ginocchia e tutti dicono che è matta: non parla è selvaggia non porta scarpe non vuole andare a scuola ha due occhi che spaventano il cielo, ma io la conosco e la amo. Ha quasi tredici anni. Con lei non parliamo, ma giochiamo insieme io, lei, Bue e Zanza, e il nostro divertimento preferito è fare tuffi nel fienile. Bello ma pericoloso, come tutto quello che dà sapore alla vita.
Sono un grande scalatore di tutto, infatti mi chiamo Febo ma di soprannome Codino, perché ho una vertebrina sporgente che sembra una piccola coda, prova della mia scoiattolitudine. Il vento faceva cantare le foglie. Io guardavo il panorama, le nuvole ballerine, il fiume lontano, i boschi ridenti, come si dice, anche se non li ho mai sentiti ridere, tutt’al più sorridere nella penombra. E vedevo il maledetto nastro dell’autostrada in costruzione e soprattutto il paese in basso con il campanile, e intorno a me le case dei vicini.
Stavo per mangiarmi la prima noce. L’avevo aperta e ricordavo cosa mi aveva detto il nonno. Che le noci non si mangiano una dopo l’altra, come fossero caramelle cittadine o noccioline da cinema. Ogni scrigno di legno va aperto, poi va ringraziato l’albero, e soprattutto per ogni noce bisogna raccontare una storia. Per la verità me l’aveva detto una volta che avevo mangiato almeno cinquanta noci acerbe, quelle bianche che sembrano un cervellino, e avevo fatto indigestione, e poi due giorni dopo avevo cagato un trenino elettrico, o così mi era parso dal male. Perciò da allora, per paura di quell’effetto collaterale, ne mangiavo al massimo dieci, anche se il nonno ne mangiava anche di più, le spaccava con un colpo delle dita facendo il gradasso e una volta vinse la noce e lui non disse niente, diventò paonazzo e aveva un ditone che sembrava un cotechino.
Insomma, io mangio la prima noce e racconto, ma siccome non c’è nessuno se non Jack, il mio cane che è un puntino bianco addormentato tra i papaveri, racconto a voi. Dal mio noce Himalaya vedo anche le case sulle colline di fronte. Quella col portico è del mio amico Bue, così nomato per la forza bruta e la mitezza dello sguardo. La casa di Bue è cadente e sgarrupata, sono molto poveri perché hanno poca terra e si sbronzano dalla mattina alla sera, specialmente Chicco che è il padre, detto Demonio per quanto è rosso di vino e incazzoso. Vivono in condizioni igieniche che l’assistente sociale Mary ha detto «peggio dei maiali», ma dovrebbe sapere che da noi i maiali vivono in libertà e odorano di mentuccia. E qui c’è il primo racconto, che è quello del bagno. Allora: l’assistente sociale vede che Chicco e la famiglia la fanno in un buco in una capannetta di paglia in mezzo a un paciugo maleodorante e dice «orrore orrore, almeno costruiamogli un bagno decente». E vengono su i muratori compreso Circa, di cui dirò dopo, e fanno un gabinetto che è una meraviglia col uàter il lavandino e soprattutto un bellissimo pavimento di piastrelle.
Ma accade il dramma. Il primo giorno Demonio va a collaudare l’impianto, entra ma non è abituato al pavimento liscio, che in quel momento era anche bagnato, scivola, batte la testa e sta tre giorni in coma. Il quarto giorno si riprende, chiama la famiglia e distruggono il bagno a martellate in due ore, l’assistente viene a vedere e quasi piange e Chicco le dice «guai a lei se ci riprova», così Mary si porta via il uàter per metterci il rosmarino. La casa vicino, in mezzo ai faggi, si chiama casa del Gallo perché c’era un gallo che cantava anche cento volte ogni mattina prima che il proprietario Slim lo facesse fuori a fucilate e lo sostituisse con un galletto transalpino. Il quale fiutò il pericolo e la mattina cantava solo tre volte in francese, sembrava dicesse: «Cocoricox! Pardonnez-moi mais c’est ma nature». Slim faceva anche il boscaiolo, e il suo divertimento preferito era mettere una motosega accesa al minimo dentro il cofano delle auto altrui. Finché la mise nell’auto di Demonio e quello lo cercò per massacrarlo. Fecero a botte per due ore ma erano così ubriachi che non si colpirono mai, solo l’aria delle sventole. Non cadevano, e io non capivo perché, era come se Achille e Ettore facessero pari e addio Iliade.
Slim beveva come un campo secco, ma quando entravo al bar mi salutava sempre bello dritto in piedi. E allora mio nonno mi spiegò la teoria Perché un vero ubriacone sta sempre in piedi. Un vero ubriacone sta sempre in piedi col bicchiere in mano perché se qualcuno entra al bar, lo vede e non può dire che è sbronzo. Se fosse lungo disteso per terra o con la testa sul tavolo, qualche impiccione potrebbe dire «che vergogna, ho visto Slim ubriaco come un calabrone ciucciafiori» o «Demonio sbronzo marcio». Ma se resiste in piedi, l’ubriacone saluta con deferenza come per dire: questo è il primo bicchiere che bevo, poi vado a casa. Dondolano ma non cadono, e nessuno può fare la spia.
Poi c’è la casa dei sette fratelli Carta, sul ciglio di uno sconfinato prato di erba Spagna, e una quercia così grande che l’ha centrata tre volte il fulmine e lei gli ha riso in faccia. I Carta vengono da fuori, sono sempre allegri, cantano e hanno cinquanta pecore che da lontano fanno una macchia bianca con due punti neri, i cani. Hanno avuto un attimo di notorietà qualche anno fa perché avevano una pecora che camminava all’indietro, ed è venuto il telegiornale a occuparsene. Hanno chiamato gli esperti e si sono fatte molte supposizioni, poi si è scoperto che Pippo Carta, il fratello più piccolo, per scherzo ogni tanto dava a quella pecora la grappa col biberon e le si era guastato un po’ il cervello e la deambulazione. Da loro vive Pietrino detto Zanza che è mio amico anche se non sempre lo capisco quando parla. Gira con un coltello in tasca e ruba i motorini perché dice che da fermi si annoiano.
Poi c’è la baracca di Celso il silenzioso, che sembra un indio e parla solo con le verdure dell’orto, incita i fagiolini e rassicura le patate. Ha un cavallo che si chiama Strappafiori, che ha fame anche quando dorme e una domenica nella piazzetta della chiesa, passando davanti a un funerale si è mangiato tutte le corone per il defunto compresi il nastro e le scritte, il parroco voleva scomunicarlo. L’amico di Strappafiori è Cocò, un cane così grasso che non si vedono più le zampe. Celso coltiva soprattutto meloni, i suoi sono i migliori del mondo. La domenica viene al mercato con un carretto pieno tirato da Strappafiori. Il cavallo mangia ogni vegetale presente, dalle siepi del bar ai vasi di basilico sulle finestre, e Cocò piscia, ma siccome è troppo grasso per alzare la zampa, si mette sulla schiena e fa la fontanella, non a tutti piace. Sotto la parete a picco del monte c’è la capanna dei boscaioli fratelli di Celso, due facce da cinghiali che conoscono gli alberi uno per uno, ci sono dei porcini grandi come comignoli e c’è la Fanara, una vasca di granito dove si abbeverano gli animali, che d’estate è la nostra piscina, e poi i leggendari Castagni gemelli, di cui molto vi parlerò. Un torrentello scende giù e nutre il pozzo di Ca’ Strega.
Altra noce altra storia. Ca’ Strega è un casolare rosso sangue con un pergolato di uva bianca che sembra il tetto del Paradiso. Ci vivono i Gozzi. Sono tutti gran lavoratori e matti stellati e tutte brave persone, tolto il padre Rosario che è violento e picchia la mamma che ruba negli orti degli altri, e nonno Gozzi Eros, da poco mancato, che mangiava gatti, e la figlia Lina che è un po’ porcellina e la nonna Bonaria che è una strega e di notte va a cercare le amanite, allora mi correggo: non sono brave persone, sono una gang del terrore. Infatti l’assistente sociale Marymary, che somiglia a due Mary Poppins perché pesa cento chili, spesso viene su a controllare perché dice che lì ci sono dei problemi. Il problema più grosso per loro è Lunaria detta Luna. Che ha ereditato dalla nonna la stregaggine. È pallida coi capelli neri fino alle ginocchia e tutti dicono che è matta: non parla è selvaggia non porta scarpe non vuole andare a scuola ha due occhi che spaventano il cielo, ma io la conosco e la amo. Ha quasi tredici anni. Con lei non parliamo, ma giochiamo insieme io, lei, Bue e Zanza, e il nostro divertimento preferito è fare tuffi nel fienile. Bello ma pericoloso, come tutto quello che dà sapore alla vita.