✕

Max Weber, la politica come vocazione

Cent'anni fa moriva uno dei Grandi di inizio '900. Sociologo, storico della cultura e delle religioni, filosofo, ci ha lasciato una lezione più che mai attuale: nella vita pubblica bisogna saper rischiare
3 minuti di lettura
Max Weber (1864-1920) è un padre della sociologia; è un raffinato metodologo; è un poderoso storico della cultura, delle religioni, della musica, del diritto e dell'economia, come appare dalla gigantesca opera postuma Economia e società, organizzata dalla vedova, Marianne - che gli dedicò anche un'imponente biografia. Ed è uno scienziato della politica, a cui si deve, tra l'altro, la classificazione del potere in tradizionale, razionale, carismatico.

È stato una figura complessa: rigoroso professore universitario, fu lungamente tormentato da crisi nervose. Ma fu anche un polemico pubblicista, un trascinante oratore (le conferenze del 1919, La scienza come professione e La politica come professione, sono due capolavori del pensiero politico occidentale) e un appassionato analista della politica del suo tempo. L'attività politica lo coinvolse: fu a Versailles per le riparazioni dei danni di guerra; e fece parte del…
Max Weber (1864-1920) è un padre della sociologia; è un raffinato metodologo; è un poderoso storico della cultura, delle religioni, della musica, del diritto e dell'economia, come appare dalla gigantesca opera postuma Economia e società, organizzata dalla vedova, Marianne - che gli dedicò anche un'imponente biografia. Ed è uno scienziato della politica, a cui si deve, tra l'altro, la classificazione del potere in tradizionale, razionale, carismatico.

È stato una figura complessa: rigoroso professore universitario, fu lungamente tormentato da crisi nervose. Ma fu anche un polemico pubblicista, un trascinante oratore (le conferenze del 1919, La scienza come professione e La politica come professione, sono due capolavori del pensiero politico occidentale) e un appassionato analista della politica del suo tempo. L'attività politica lo coinvolse: fu a Versailles per le riparazioni dei danni di guerra; e fece parte della commissione che preparò la Costituzione di Weimar. Insomma, Weber ha cercato di comprendere il passato mentre si è sforzato di decifrare il proprio tempo, tentando anche di "mettere le mani negli ingranaggi della storia".

Della politica ha dato un'interpretazione drammatica: ha sempre sottolineato che accanto agli elementi razionali che la qualificano vi è in essa un'origine non razionale (legata a motivazioni religiose), illegittima, rivoluzionaria - e ciò, fino dai comuni medievali. L'età moderna vede l'emergere di forze gigantesche, lo Stato e il mercato; entrambi razionali, sia pure con modalità differenti, ed entrambi destinati a confluire in un'unica "gabbia d'acciaio" tecnico-scientifica: la burocrazia e l'industrialismo, a cui consegue la democrazia di massa. Ma il destino delle società occidentali non è solo di finire racchiuse nell'autoreferenzialità della ragione tecnica, nel "dominio". La modernità è anche "politica", cioè rischio, lotta, sforzo di affermazione nazionale. Il suo orizzonte non è solo l'uniformità della ragione, rassicurante e soffocante, ma è anche il pluralismo dei grandi soggetti politici collettivi, il "politeismo dei valori", l'irrazionalismo etico del mondo, il conflitto fra le diverse "convinzioni". La politica è un destino e un mistero: questo ci dice lo scienziato alto-borghese, che ha il coraggio di guardare fino in fondo l'abisso delle sorti umane - l'inquietudine di Nietzsche, suo maestro segreto, è qui evidente.

Questa diagnosi del presente non spinse Weber all'estremismo ma a ricercare posizioni di equilibrio, benché precario; lo portò ad affermazioni di "responsabilità" verso lo Stato e a polemizzare contro estetismi e pessimismi profetici (criticò Spengler e i pangermanisti), contro avventurismi e dilettantismi. Così, da una parte disprezzava il "carnevale della rivoluzione" a cui assistette in Baviera, e fu sempre anti-socialista in quanto deluso dalla mancanza di profondità intellettuale di un partito che in realtà si limitava a proseguire la via già aperta dal capitalismo; e d'altra parte era angosciato per l'incapacità tedesca di pensare e praticare la politica.
La struttura elettorale e costituzionale della Germania guglielmina - autoritaria, centrata sul potere del Kaiser e dell'esercito - è per lui certamente razionale (in quanto burocratica e militarista) ma a-politica: in Germania non ci sono politici abituati ad affrontare il rischio della lotta, perché il parlamento non ha potere reale e perché in esso non avviene la "selezione dei capi", come nelle potenze democratiche. È questa insufficienza politica che sta facendo perdere la guerra alla Germania, sostiene Weber nel 1918. La Germania - ma in realtà chiunque voglia esistere nel mondo - ha bisogno non solo di ordine razionale ma di politica, e non può sfuggirne.
Il weberiano "politico di professione" - selezionato in parlamento nella lotta fra i leader dei partiti, e proiettato verso un forte potere di governo - non è un dittatore totalitario, ma un individuo responsabile e disincantato, eppure appassionatamente (ma non ciecamente) al servizio di una causa. Un politico che vive la politica come Beruf - come professione e come vocazione - , consapevole che essa ci afferra mentre noi cerchiamo di afferrarla, perché è sia routine amministrativa, sia inevitabile democrazia, sia, come orizzonte ultimo, conflitto per il potere su scala storica.

Questa politica esistenziale, questo intreccio di tragicità e di complessità, al tempo di Weber era ancora in mano agli Stati europei, ma oggi solo pochi soggetti sanno praticarlo - Cina, Stati Uniti, Russia (mentre l'Europa se ne guarda bene), mettendo in gioco tanto la razionalità della tecnica e dell'economia quanto l'azzardo della volontà di potenza, al servizio di un preciso progetto di civiltà.

La politica per Weber è un destino non rassicurante proprio per l'incertezza che ha in sé; ma è al tempo stesso un dovere. Come Machiavelli, a proposito dello scontro fra virtù e fortuna, ingiungeva al politico (al principe) di non "abbandonarsi" mai, così nel portare alla luce l'intreccio inesorabile di ragione e non ragione che è lo sfondo ultimo della politica e della vita umana, Weber consegna al politico il compito di proseguire la propria azione, e di dire "non importa, continuiamo!". Che Weber ci parli ancora, o che oggi non sappiamo comprenderne la grande lezione di serietà e di coraggio, è, a questo punto, un problema più nostro che suo.