Addio Giulio Giorello, tra Einstein e Topolino
Maurizio Ferraris , di MAURIZIO FERRARISI giovani non dovrebbero mai morire e il filosofo della scienza scomparso ieri a Milano a 75 anni, giovane di pensiero era sempre stato. Il ricordo di un amico di studi, idee e visione del mondo
Giulio Giorello è per me indissociabilmente associato all’idea di giovinezza, di libertà e di libertarismo. Non avrebbe mai dovuto morire, lui che era rimasto eternamente giovane, nel vestire, nel pensare, nei gusti e nei comportamenti. Ma evidentemente, ogni umano e ogni filosofo lo sa, la libertà ha un limite, la morte, che è insieme una possibilità, un dovere di espressione, una fretta di agire. Non sono sicuro che Giulio avrebbe voluto vivere in eterno, e il suo laicismo ne è una prova. È stato un grande intellettuale e un grande amico, capace di comprendere che nulla è così alto da sfuggire all’esame razionale della filosofia, e nulla così basso da esserne escluso.
Da Einstein a Topolino, vorrei quasi dire dal Manzanarre al Reno, nulla è stato fuori della sfera del pensiero e interesse di Giulio. E quanti ricordi, decisamente troppi, e tutti convergenti su un punto: che un giovane non dovreb…
Da Einstein a Topolino, vorrei quasi dire dal Manzanarre al Reno, nulla è stato fuori della sfera del pensiero e interesse di Giulio. E quanti ricordi, decisamente troppi, e tutti convergenti su un punto: che un giovane non dovreb…
Giulio Giorello è per me indissociabilmente associato all’idea di giovinezza, di libertà e di libertarismo. Non avrebbe mai dovuto morire, lui che era rimasto eternamente giovane, nel vestire, nel pensare, nei gusti e nei comportamenti. Ma evidentemente, ogni umano e ogni filosofo lo sa, la libertà ha un limite, la morte, che è insieme una possibilità, un dovere di espressione, una fretta di agire. Non sono sicuro che Giulio avrebbe voluto vivere in eterno, e il suo laicismo ne è una prova. È stato un grande intellettuale e un grande amico, capace di comprendere che nulla è così alto da sfuggire all’esame razionale della filosofia, e nulla così basso da esserne escluso.
Da Einstein a Topolino, vorrei quasi dire dal Manzanarre al Reno, nulla è stato fuori della sfera del pensiero e interesse di Giulio. E quanti ricordi, decisamente troppi, e tutti convergenti su un punto: che un giovane non dovrebbe mai morire, anche a 75 anni. Tra tutti, ne ho uno che mi è particolarmente caro. È quando a Londra, nel 1986, sfidò l’arroganza di Alfred Jules Ayer, una specie di Cappellaio Matto che rideva quando Giulio (c’eravamo Rorty, Gargani, Vattimo, e io, come al solito testimone secondario) citò Popper (Ah Ah Ah Ah!, gridò Ayer, e ci si chiede quale galateo potesse permettere qualcosa di simile) e lui gli rispose per le rime. Filosofo della scienza, anzi matematico di formazione, ha saputo interessarsi di tutto, e mai in maniera banale, consapevole della necessità e del dovere di un filosofo di essere un tuttologo. Cito questo aggettivo non a caso, perché ricordo bene quanta stima Umberto Eco (che aveva sempre avuto e confessato problemi in matematica) avesse nei confronti di quell’allora giovane filosofo, capace di mettere insieme Mozart e Cantor.
Kant ha scritto che dal legno storto dell’umanità non si può cavare mai nulla di perfettamente diritto, e credo fosse una considerazione di grande saggezza. Inutile idealizzare un umano perfetto in sé e corrotto dalla storia e dalla tecnica, d’accordo con quella che chiamo “sindrome di Rousseau”, che ne è stato il più illustre portatore, non necessariamente sano. L’umanità è tutt’altro che perfetta, ma sono state proprio queste imperfezioni a farla diventare quella che è. Lenti nella crescita, tardivamente autonomi, sfavoriti dalla natura rispetto a tanti animali non umani (per non parlare del virus, potente e indifferente, per le conseguenze del quale Giulio è morto), abbiamo inventato, in un processo durato centinaia di migliaia di anni, la società, la tecnica, la scrittura e, con la scrittura, la cultura, la scienza, la storia, il progresso.
Sempre Kant, e con non minore saggezza, ha detto che l’umano è il solo animale che può essere educato. Questo è vero da sempre, ed è confortante pensare quanto più ampia sia l’educazione che oggi viene impartita a un qualunque cittadino di una società avanzata rispetto a quelle stesse fasce sociali un secolo o due secoli fa. Se guardiamo anche solo a questa circostanza ci rendiamo conto che negare il progresso è negare l’evidenza. Proprio per questo, tuttavia, dobbiamo essere consapevoli, come ne era consapevole Giulio, del fatto che ogni progresso risolve problemi vecchi ma ne pone di nuovi. Per esempio oggi, per la prima storia del mondo, è virtualmente possibile per l’intera umanità esprimere le proprie idee; è la realizzazione dei voti della dichiarazione dei diritti umani del 1948, che però, quando l’aveva formulata, la concepiva come una mera utopia, una affermazione di principio. Nel momento in cui il principio è diventato un fatto, ci accorgiamo che i pensieri dell’umanità sono spesso razzisti, sessisti, violenti. E non c’è ragione perché sia diverso, dal momento che l’umano non è né angelo né bestia, ma una via di mezzo impegnata in un processo di crescita infinito.
Una volta tanto, il detto di Hölderlin «là dove è il pericolo nasce anche ciò che salva» sembra avere un senso meno che retorico. Proprio la tecnica, che ha reso possibile il progresso dell’umanità, supplendo ai suoi difetti ma insieme rivelandone le sue insufficienze, può costituire lo strumento per una crescita dell’umanità, con un progresso che non ha fine, visto che non abbiamo mai finito di imparare. La ricerca non ha mai fine, dicevano Socrate, Popper e con loro Giorello. Ricordare i suoi lavori, a questo punto, sarebbe superfluo. Ci penseranno i posteri, e i testi son lì. Ma io, come testimone oculare, vorrei ricordare l’amore per la vita, la capacità di unire, costantemente, la scienza e i fumetti, la passione politica e l’impassibilità scientifica. È un vero peccato, e questo non suoni a rimprovero ma a elogio, che di tanto ingegno e sapere non sia rimasta un’opera definitiva. Questo rientra nel personaggio, anzi, nella persona (avrete notato quanto restio fosse ad apparire in televisione, lui che pure aveva tanto da dire e da insegnare).
Circondato da profondo amore - aveva sposato la compagna Roberta Pelachin quattro giorni fa - e da profonda invidia, se ne va dunque uno dei protagonisti della scena filosofica italiana, e milanese in particolare, di quella via Festa del Perdono che resterà indimenticabilmente legata a lui, a Paci, al suo maestro (controverso come è giusto che sia) Ludovico Geymonat. È un pezzo di Milano che se ne va, ma è anche un segno della parte così importante che Milano, oggi sotto attacco per gli errori dei suoi amministratori, ha saputo dare alla cultura e alla filosofia italiana.
Giulio era ateo, come me del resto. Questo non importa ma impone dei limiti nel ricordo e nell’auspicio. Un fratello maggiore che mi spiace di non aver rivisto negli ultimi mesi. Ma sapendo il suo amore per l’Inghilterra, e ancor più per l’Irlanda, vorrei concludere questo ricordo improvvisato, scritto nella fretta e nel dolore della notizia appena appresa, ricordando i versi di Shakespeare:
Brutus: Forever and forever farewell Cassius. If we do meet again, why, we shall smile. If not, why then this parting was well made.
Cassius: Forever and forever farewell, Brutus. If we do meet again, we’ll smile indeed. If not, ’tis true this parting was well made.
Da Einstein a Topolino, vorrei quasi dire dal Manzanarre al Reno, nulla è stato fuori della sfera del pensiero e interesse di Giulio. E quanti ricordi, decisamente troppi, e tutti convergenti su un punto: che un giovane non dovrebbe mai morire, anche a 75 anni. Tra tutti, ne ho uno che mi è particolarmente caro. È quando a Londra, nel 1986, sfidò l’arroganza di Alfred Jules Ayer, una specie di Cappellaio Matto che rideva quando Giulio (c’eravamo Rorty, Gargani, Vattimo, e io, come al solito testimone secondario) citò Popper (Ah Ah Ah Ah!, gridò Ayer, e ci si chiede quale galateo potesse permettere qualcosa di simile) e lui gli rispose per le rime. Filosofo della scienza, anzi matematico di formazione, ha saputo interessarsi di tutto, e mai in maniera banale, consapevole della necessità e del dovere di un filosofo di essere un tuttologo. Cito questo aggettivo non a caso, perché ricordo bene quanta stima Umberto Eco (che aveva sempre avuto e confessato problemi in matematica) avesse nei confronti di quell’allora giovane filosofo, capace di mettere insieme Mozart e Cantor.
Kant ha scritto che dal legno storto dell’umanità non si può cavare mai nulla di perfettamente diritto, e credo fosse una considerazione di grande saggezza. Inutile idealizzare un umano perfetto in sé e corrotto dalla storia e dalla tecnica, d’accordo con quella che chiamo “sindrome di Rousseau”, che ne è stato il più illustre portatore, non necessariamente sano. L’umanità è tutt’altro che perfetta, ma sono state proprio queste imperfezioni a farla diventare quella che è. Lenti nella crescita, tardivamente autonomi, sfavoriti dalla natura rispetto a tanti animali non umani (per non parlare del virus, potente e indifferente, per le conseguenze del quale Giulio è morto), abbiamo inventato, in un processo durato centinaia di migliaia di anni, la società, la tecnica, la scrittura e, con la scrittura, la cultura, la scienza, la storia, il progresso.
Sempre Kant, e con non minore saggezza, ha detto che l’umano è il solo animale che può essere educato. Questo è vero da sempre, ed è confortante pensare quanto più ampia sia l’educazione che oggi viene impartita a un qualunque cittadino di una società avanzata rispetto a quelle stesse fasce sociali un secolo o due secoli fa. Se guardiamo anche solo a questa circostanza ci rendiamo conto che negare il progresso è negare l’evidenza. Proprio per questo, tuttavia, dobbiamo essere consapevoli, come ne era consapevole Giulio, del fatto che ogni progresso risolve problemi vecchi ma ne pone di nuovi. Per esempio oggi, per la prima storia del mondo, è virtualmente possibile per l’intera umanità esprimere le proprie idee; è la realizzazione dei voti della dichiarazione dei diritti umani del 1948, che però, quando l’aveva formulata, la concepiva come una mera utopia, una affermazione di principio. Nel momento in cui il principio è diventato un fatto, ci accorgiamo che i pensieri dell’umanità sono spesso razzisti, sessisti, violenti. E non c’è ragione perché sia diverso, dal momento che l’umano non è né angelo né bestia, ma una via di mezzo impegnata in un processo di crescita infinito.
Una volta tanto, il detto di Hölderlin «là dove è il pericolo nasce anche ciò che salva» sembra avere un senso meno che retorico. Proprio la tecnica, che ha reso possibile il progresso dell’umanità, supplendo ai suoi difetti ma insieme rivelandone le sue insufficienze, può costituire lo strumento per una crescita dell’umanità, con un progresso che non ha fine, visto che non abbiamo mai finito di imparare. La ricerca non ha mai fine, dicevano Socrate, Popper e con loro Giorello. Ricordare i suoi lavori, a questo punto, sarebbe superfluo. Ci penseranno i posteri, e i testi son lì. Ma io, come testimone oculare, vorrei ricordare l’amore per la vita, la capacità di unire, costantemente, la scienza e i fumetti, la passione politica e l’impassibilità scientifica. È un vero peccato, e questo non suoni a rimprovero ma a elogio, che di tanto ingegno e sapere non sia rimasta un’opera definitiva. Questo rientra nel personaggio, anzi, nella persona (avrete notato quanto restio fosse ad apparire in televisione, lui che pure aveva tanto da dire e da insegnare).
Circondato da profondo amore - aveva sposato la compagna Roberta Pelachin quattro giorni fa - e da profonda invidia, se ne va dunque uno dei protagonisti della scena filosofica italiana, e milanese in particolare, di quella via Festa del Perdono che resterà indimenticabilmente legata a lui, a Paci, al suo maestro (controverso come è giusto che sia) Ludovico Geymonat. È un pezzo di Milano che se ne va, ma è anche un segno della parte così importante che Milano, oggi sotto attacco per gli errori dei suoi amministratori, ha saputo dare alla cultura e alla filosofia italiana.
Giulio era ateo, come me del resto. Questo non importa ma impone dei limiti nel ricordo e nell’auspicio. Un fratello maggiore che mi spiace di non aver rivisto negli ultimi mesi. Ma sapendo il suo amore per l’Inghilterra, e ancor più per l’Irlanda, vorrei concludere questo ricordo improvvisato, scritto nella fretta e nel dolore della notizia appena appresa, ricordando i versi di Shakespeare:
Brutus: Forever and forever farewell Cassius. If we do meet again, why, we shall smile. If not, why then this parting was well made.
Cassius: Forever and forever farewell, Brutus. If we do meet again, we’ll smile indeed. If not, ’tis true this parting was well made.