Quando la porta di casa era frontiera
Vittorio Lingiardi , di VITTORIO LINGIARDIL’indignazione, il pane fatto in casa, il suono delle ambulanze... c'era una volta la quarantena. In un libro gli articoli che Paolo Rumiz ha scritto durante il lockdown
«Per esempio, noi italiani stiamo disciplinatamente a casa più per rispetto dell’altro o più per paura dell’altro?». È una delle domande che il diario della quarantena di Paolo Rumiz, i suoi appunti per una clausura, ci rivolge direttamente. Alcune risposte mancano, altre le fornisce l’autore al culmine della passione, altre infine sono affidate a noi, alle nostre esperienze e sensibilità. È un libro battuto dal vento, questo di Rumiz, un quaderno di navigazione terrestre, che porta la furia della bora e il tepore dell’intimità, la febbre dell’indignazione e la pazienza del pane fatto in casa. Un quaderno di musica e silenzio, la voce della radio, l’ululato delle ambulanze, le ouverture di Rossini. Un libro che esprime alla lettera il mio mantra psicoanalitico preferito: «Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi».
Luoghi legati da…
Luoghi legati da…
«Per esempio, noi italiani stiamo disciplinatamente a casa più per rispetto dell’altro o più per paura dell’altro?». È una delle domande che il diario della quarantena di Paolo Rumiz, i suoi appunti per una clausura, ci rivolge direttamente. Alcune risposte mancano, altre le fornisce l’autore al culmine della passione, altre infine sono affidate a noi, alle nostre esperienze e sensibilità. È un libro battuto dal vento, questo di Rumiz, un quaderno di navigazione terrestre, che porta la furia della bora e il tepore dell’intimità, la febbre dell’indignazione e la pazienza del pane fatto in casa. Un quaderno di musica e silenzio, la voce della radio, l’ululato delle ambulanze, le ouverture di Rossini. Un libro che esprime alla lettera il mio mantra psicoanalitico preferito: «Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi».
Luoghi legati da una rete di relazioni, email e whatsapp che attraversano il mondo, un affetto particolare per quello tedesco. E naturalmente attraversano le pagine, come i messaggi di Marco dall’Irpinia, di Antonio da Treviso, di Alessandra da Roma «uscita da una febbre di cinquanta giorni», di Manault da Parigi, di Monika che lavora in Sierra Leone. Al centro, gli affetti familiari, Irene la compagna, i figli lontani, le fiabe raccontate online ai nipoti. Per loro l’orgogliosa promessa di Cortázar: «Nonostante tutto, solo noi sappiamo essere così lontanamente assieme».
La scrittura di Rumiz è un’antenna triestina che capta ogni segnale, del dentro e del fuori, i rumori della casa e le oche selvatiche che attraversano il cielo. Un’antenna levata ai confini di una geografia irripetibile, il grandangolo di uno sguardo che va dalle Alpi alla fine del Mediterraneo, dal Centro Europa «all’inizio dell’Eurasia sul ciglione carsico». Storie e geografie si trasformano in un racconto polifonico degli stati del sé che la quarantena ha risvegliato in ciascuno di noi. Fedele alla scrittura, l’egosismografo di Rumiz riesce ad ascoltarli mostrando la verità whitmaniana del “contengo moltitudini” (la stessa che Dylan celebra nel suo nuovo disco). Unus ego et multi in me, dice l’antica saggezza alchemica. È così il testo si moltiplica nelle nostre mani e leggendolo pensiamo a Rumiz come a un mago che raduna le potenze degli elementi, un Prospero che scatena tempeste e bollori d’anima e scrive un libro che tiene insieme gli angoli della casa e quelli del mondo.
Il titolo nasce il 5 aprile: «Che colpo di fortuna. Ho scoperto di avere un veliero per uscire in mare quando voglio, in barba alla quarantena È il tetto del mio condominio». Sollevando la botola che lo porta in alto, alla tolda condominiale, in realtà scende in basso, «fin nelle caverne di me stesso», dove si afferra per esporsi alle onde della scrittura e della vita. Lo fa per sé ma siamo tutti noi, in un crescendo smanioso che ingloba ogni cosa nella libertà onnivora di una terapia rivolta all’anima e al mondo, dove il passo orizzontale della quarantena s’impenna nel volo verticale della coscienza. Dalla pazienza al panico, dall’afflizione all’euforia, Rumiz corre il rischio di Icaro quando punta il sole: «Varcando i misteriosi territori del dormiveglia, ho potuto cercare nel buio e nella luce, nel profondo dell’inconscio e nella visione a tutto campo del Pianeta». Gli umori si alternano, la gioia monastica di cuocere il pane, la rabbia nomade del confino coatto, la preoccupazione sociale per le ripercussioni del lockdown, lo sdegno per la miopia governativa ma l’ammirazione per i nostri talenti di solidarietà e altruismo.
Ogni lettore troverà la sua parte, il ritmo emotivo della propria quarantena, il negoziato continuo tra le tentazioni claustrofiliche e le ribellioni claustrofobiche. Belle le pagine intime, quelle che parlano di vita domestica e della sua economia, che è appunto l’oikos-nomía, la “conduzione della casa”, che Rumiz vorrebbe ancora materia scolastica. C’è un momento di commozione: quando «un piccolo gesto sembra riassumere il mondo». Un’amica tedesca gli spedisce un video del figlio Samuel tredicenne che, da una stoffa a fiori, cuce mascherine sulla vecchia Singer a pedale «che Coronavirus ha svegliato da un letargo di quindici anni». Il pianto di Rumiz non è solo per la speranza e la resurrezione contenute in quel gesto transgenerazionale, ma anche perché quel gesto testimonia «una coscienza civica e un rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni», il popolo chiamato a raccolta «per vincere una sfida comune».
Il veliero sul tetto è un libro per chi vuole trovare, nel diario privato, il racconto collettivo. Per chi in questi mesi ha guardato con tenerezza al passato, con passione al presente, con sgomento e illusione al futuro. Per chi ha mescolato l’amore alla paura, il pranzo al digiuno, i sogni all’insonnia, gli affetti più struggenti alla misantropia più radicale. Mesi irripetibili che mettendo a repentaglio la nostra vita hanno celebrato la sua ricchezza.
È anche un libro per chi adesso è stanco di relazioni sine materia e ha voglia di tornare alla verità dei corpi. Perché «quando tutto sarà finito, dovremo affrontare sfide immani, ma con la nostra presenza in carne e ossa, dando contenuti umani alla politica che è stata svuotata da interessi più grandi di noi. Esserci, con il corpo». Ecco, Il veliero sul tetto è un libro scritto con il corpo e la sua nuda scrittura.
Il libro
Il veliero sul tetto di Paolo Rumiz Feltrinelli (pagg. 128, euro 13). Giovedì 2 luglio alle 18,30 chi acquista il libro in molte librerie italiane potrà dialogare online con Paolo Rumiz
Luoghi legati da una rete di relazioni, email e whatsapp che attraversano il mondo, un affetto particolare per quello tedesco. E naturalmente attraversano le pagine, come i messaggi di Marco dall’Irpinia, di Antonio da Treviso, di Alessandra da Roma «uscita da una febbre di cinquanta giorni», di Manault da Parigi, di Monika che lavora in Sierra Leone. Al centro, gli affetti familiari, Irene la compagna, i figli lontani, le fiabe raccontate online ai nipoti. Per loro l’orgogliosa promessa di Cortázar: «Nonostante tutto, solo noi sappiamo essere così lontanamente assieme».
La scrittura di Rumiz è un’antenna triestina che capta ogni segnale, del dentro e del fuori, i rumori della casa e le oche selvatiche che attraversano il cielo. Un’antenna levata ai confini di una geografia irripetibile, il grandangolo di uno sguardo che va dalle Alpi alla fine del Mediterraneo, dal Centro Europa «all’inizio dell’Eurasia sul ciglione carsico». Storie e geografie si trasformano in un racconto polifonico degli stati del sé che la quarantena ha risvegliato in ciascuno di noi. Fedele alla scrittura, l’egosismografo di Rumiz riesce ad ascoltarli mostrando la verità whitmaniana del “contengo moltitudini” (la stessa che Dylan celebra nel suo nuovo disco). Unus ego et multi in me, dice l’antica saggezza alchemica. È così il testo si moltiplica nelle nostre mani e leggendolo pensiamo a Rumiz come a un mago che raduna le potenze degli elementi, un Prospero che scatena tempeste e bollori d’anima e scrive un libro che tiene insieme gli angoli della casa e quelli del mondo.
Il titolo nasce il 5 aprile: «Che colpo di fortuna. Ho scoperto di avere un veliero per uscire in mare quando voglio, in barba alla quarantena È il tetto del mio condominio». Sollevando la botola che lo porta in alto, alla tolda condominiale, in realtà scende in basso, «fin nelle caverne di me stesso», dove si afferra per esporsi alle onde della scrittura e della vita. Lo fa per sé ma siamo tutti noi, in un crescendo smanioso che ingloba ogni cosa nella libertà onnivora di una terapia rivolta all’anima e al mondo, dove il passo orizzontale della quarantena s’impenna nel volo verticale della coscienza. Dalla pazienza al panico, dall’afflizione all’euforia, Rumiz corre il rischio di Icaro quando punta il sole: «Varcando i misteriosi territori del dormiveglia, ho potuto cercare nel buio e nella luce, nel profondo dell’inconscio e nella visione a tutto campo del Pianeta». Gli umori si alternano, la gioia monastica di cuocere il pane, la rabbia nomade del confino coatto, la preoccupazione sociale per le ripercussioni del lockdown, lo sdegno per la miopia governativa ma l’ammirazione per i nostri talenti di solidarietà e altruismo.
Ogni lettore troverà la sua parte, il ritmo emotivo della propria quarantena, il negoziato continuo tra le tentazioni claustrofiliche e le ribellioni claustrofobiche. Belle le pagine intime, quelle che parlano di vita domestica e della sua economia, che è appunto l’oikos-nomía, la “conduzione della casa”, che Rumiz vorrebbe ancora materia scolastica. C’è un momento di commozione: quando «un piccolo gesto sembra riassumere il mondo». Un’amica tedesca gli spedisce un video del figlio Samuel tredicenne che, da una stoffa a fiori, cuce mascherine sulla vecchia Singer a pedale «che Coronavirus ha svegliato da un letargo di quindici anni». Il pianto di Rumiz non è solo per la speranza e la resurrezione contenute in quel gesto transgenerazionale, ma anche perché quel gesto testimonia «una coscienza civica e un rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni», il popolo chiamato a raccolta «per vincere una sfida comune».
Il veliero sul tetto è un libro per chi vuole trovare, nel diario privato, il racconto collettivo. Per chi in questi mesi ha guardato con tenerezza al passato, con passione al presente, con sgomento e illusione al futuro. Per chi ha mescolato l’amore alla paura, il pranzo al digiuno, i sogni all’insonnia, gli affetti più struggenti alla misantropia più radicale. Mesi irripetibili che mettendo a repentaglio la nostra vita hanno celebrato la sua ricchezza.
È anche un libro per chi adesso è stanco di relazioni sine materia e ha voglia di tornare alla verità dei corpi. Perché «quando tutto sarà finito, dovremo affrontare sfide immani, ma con la nostra presenza in carne e ossa, dando contenuti umani alla politica che è stata svuotata da interessi più grandi di noi. Esserci, con il corpo». Ecco, Il veliero sul tetto è un libro scritto con il corpo e la sua nuda scrittura.
Il libro
Il veliero sul tetto di Paolo Rumiz Feltrinelli (pagg. 128, euro 13). Giovedì 2 luglio alle 18,30 chi acquista il libro in molte librerie italiane potrà dialogare online con Paolo Rumiz