Il grande romanzo del capitalismo italiano
Francesco Bei , di FRANCESCO BEIL’autobiografia di Franco Bernabè può essere letta come la storia di formazione di un ragazzo di provincia che, per talento e con un pizzico di fortuna, sale tutte le scale che si trova di fronte. Fino ad arrivare sul tetto del mondo
Fossimo negli scomodi panni di Giuseppe Conte, attraverseremmo di corsa piazza Colonna per entrare nella prima libreria disponibile ad acquistare A conti fatti, l’autobiografia di Franco Bernabé (curata da Giuseppe Oddo) che attraversa «quarant’anni di capitalismo italiano». Il premier, senza perdere tempo a villa Pamphilj, vi troverebbe la cassetta degli attrezzi per affrontare il presente, con la conoscenza e l’esperienza di un personaggio che è passato dai vertici delle più grandi imprese italiane, da Fiat a Eni fino a Telecom.
Dato che siamo perfidi spoiler e sappiamo che Conte non avrà il tempo di andare fino a pagina 317, la soluzione ai suoi problemi gliela anticipiamo noi: «Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Ogni governo che si insedia promette nuove riforme che si aggiungono alle precedenti in una spirale senza fin…
Dato che siamo perfidi spoiler e sappiamo che Conte non avrà il tempo di andare fino a pagina 317, la soluzione ai suoi problemi gliela anticipiamo noi: «Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Ogni governo che si insedia promette nuove riforme che si aggiungono alle precedenti in una spirale senza fin…
Fossimo negli scomodi panni di Giuseppe Conte, attraverseremmo di corsa piazza Colonna per entrare nella prima libreria disponibile ad acquistare A conti fatti, l’autobiografia di Franco Bernabé (curata da Giuseppe Oddo) che attraversa «quarant’anni di capitalismo italiano». Il premier, senza perdere tempo a villa Pamphilj, vi troverebbe la cassetta degli attrezzi per affrontare il presente, con la conoscenza e l’esperienza di un personaggio che è passato dai vertici delle più grandi imprese italiane, da Fiat a Eni fino a Telecom.
Dato che siamo perfidi spoiler e sappiamo che Conte non avrà il tempo di andare fino a pagina 317, la soluzione ai suoi problemi gliela anticipiamo noi: «Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Ogni governo che si insedia promette nuove riforme che si aggiungono alle precedenti in una spirale senza fine, aggravata dalla breve durata degli esecutivi. Occorre fare tutto il contrario. Lord Eldon, cancelliere britannico, in una replica alla camera dei Lord sui temi sollevati da quello che parecchi anni dopo sarebbe divenuto il Great Reform Act, dichiarò nel 1820: “Riforme, riforme, riforme, ma non vi sembra che le cose vadano già male abbastanza?”. Le continue riforme creano incertezza e instabilità e mortificano lo spirito imprenditoriale».
Ma siccome, e per fortuna, non siamo tutti Conte e i libri ci piace leggerli per il piacere di leggerli, A conti fatti può anche essere tenuto sul comodino come un grande racconto sulla razza padrona vista da vicino, vicinissimo, o come un romanzo di formazione di un ragazzo di provincia che, per talento e con un pizzico di fortuna, sale tutte le scale che si trova di fronte fino ad arrivare sul tetto del mondo.
Partendo da Torino, dove il giovane Bernabè, mentre tutto intorno esplode il ’68 ed è un rincorrersi di eskimo e ubriacature ideologiche, si rifugia a studiare nelle aule del “Cognetti de Martiis”, un’officina di pensiero dove la mattina si potevano ascoltare le lezioni di maestri come Luigi Firpo, Alessandro Passerin d’Entrèves, Norberto Bobbio, Francesco Forte, Claudio Napoleoni.
Gustose sono le pagine sul passaggio alla Fiat, dove Bernabè finisce nella squadra dei ghostwriter di Gianni Agnelli. Discutendo con il patriarca, ne raccoglie anche una confidenza sull’origine del mito della Dolce Vita. «Ad averne creato la leggenda era stata Clara Boothe Luce, nominata nel 1953 ambasciatrice in Italia da Dwight Eisenhower. Secondo l’Avvocato, si sentì declassata per essere stata inviata in una capitale che non era all’altezza del suo status come potevano esserlo Parigi o Londra. Ma piuttosto che protestare con Eisenhower contribuì a creare, con i suoi rapporti nel mondo del cinema e dell’arte e con la sua influenza sui principali periodici americani, la narrazione di una Roma straordinariamente bella e affascinante». E Dio solo sa quanto ci vorrebbe di nuovo per Roma un’altra donna così.
Bernabè c’è sempre, per qualche strana congiunzione astrale si trova nei tornanti della storia politico-economica del Paese. In Fiat, ad esempio, c’è anche quella mattina del 14 ottobre del 1980. Bernabé ancora non lo sa, ma sta vivendo la giornata che cambierà il corso dei rapporti in fabbrica e chiuderà gli anni Settanta: la marcia dei 40 mila.
«Arrivai a Torino come ogni giorno in auto dal Canavese e mi fermai nei pressi di corso Marconi. Con mia sorpresa vidi per strada tantissima gente (…). Parcheggiata la macchina cominciai a seguire anch’io il flusso della gente che da corso Marconi e dalle vie laterali si stava riversando verso il luogo convenuto. A mano a mano che ci si avvicinava al teatro la folla era così fitta che non si riusciva a proseguire. A quel punto feci dietrofront e me ne ritornai in ufficio continuando a seguire per radio l’evolvere degli eventi. Con il passare delle ore e con l’ingrossarsi del corteo che si era formato all’uscita del teatro, diventava sempre più evidente che il clima a Torino era completamente cambiato».
A volte la consonanza di Bernabé è massima con personaggi come Franco Reviglio (in Eni crescerà come uno dei Reviglio Boys, insieme al futuro ministro Siniscalco), a volte la distanza è siderale. Come nel caso di Carlo Sama o Raul Gardini. Proprio i capitoli dedicati alla storia della chimica e della fusione Enimont, dei rapporti perversi con la politica, del profumo di massoneria, andrebbero letti con attenzione dai novelli demiurghi del capitalismo di Stato.
Notevoli anche le pagine sull’Opa ostile di Olivetti su Telecom con l’epopea dei “capitani coraggiosi” raccontata però dalla trincea di chi ne subiva l’assalto. Con la benedizione di Massimo D’Alema. Bernabè rivela i retroscena di un paio di faccia a faccia burrascosi con l’allora presidente del Consiglio.
L’autore lo ricorda «molto irritato» per le critiche che iniziavano a circondare l’operazione di Colaninno anche da parte di uomini di punta della sinistra, come il futuro segretario generale della Cgil Sergio Cofferati. «Il capo del governo cominciava a essere preoccupato del maggior debito che sarebbe gravato su Telecom anche a seguito del rilancio di Colaninno sul prezzo d’Opa. Voleva che mi facessi da parte per lasciare campo libero ai “capitani coraggiosi”. Gli risposi che, siccome avevamo scelto di giocare con le regole del mercato, non mi restava che proseguire la battaglia (…). D’Alema non apprezzò affatto la mia intenzione di non desistere. Al termine dell’incontro mi disse che, se avessi messo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo non gradito con una compagnia estera, ne avrei pagato le conseguenze».
La storia, diceva Guccini, ci racconta come finì la corsa: Bernabè perse la sua battaglia, D’Alema la spuntò. Nel libro non gli risparmia una frecciatina finale. «Lo tradì il suo carattere. Voleva dare una lezione agli Agnelli per far capire chi comandava».
Il libro
A conti fatti di Franco Bernabè (Feltrinelli, pagg. 368, euro 20)
Dato che siamo perfidi spoiler e sappiamo che Conte non avrà il tempo di andare fino a pagina 317, la soluzione ai suoi problemi gliela anticipiamo noi: «Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Ogni governo che si insedia promette nuove riforme che si aggiungono alle precedenti in una spirale senza fine, aggravata dalla breve durata degli esecutivi. Occorre fare tutto il contrario. Lord Eldon, cancelliere britannico, in una replica alla camera dei Lord sui temi sollevati da quello che parecchi anni dopo sarebbe divenuto il Great Reform Act, dichiarò nel 1820: “Riforme, riforme, riforme, ma non vi sembra che le cose vadano già male abbastanza?”. Le continue riforme creano incertezza e instabilità e mortificano lo spirito imprenditoriale».
Ma siccome, e per fortuna, non siamo tutti Conte e i libri ci piace leggerli per il piacere di leggerli, A conti fatti può anche essere tenuto sul comodino come un grande racconto sulla razza padrona vista da vicino, vicinissimo, o come un romanzo di formazione di un ragazzo di provincia che, per talento e con un pizzico di fortuna, sale tutte le scale che si trova di fronte fino ad arrivare sul tetto del mondo.
Partendo da Torino, dove il giovane Bernabè, mentre tutto intorno esplode il ’68 ed è un rincorrersi di eskimo e ubriacature ideologiche, si rifugia a studiare nelle aule del “Cognetti de Martiis”, un’officina di pensiero dove la mattina si potevano ascoltare le lezioni di maestri come Luigi Firpo, Alessandro Passerin d’Entrèves, Norberto Bobbio, Francesco Forte, Claudio Napoleoni.
Gustose sono le pagine sul passaggio alla Fiat, dove Bernabè finisce nella squadra dei ghostwriter di Gianni Agnelli. Discutendo con il patriarca, ne raccoglie anche una confidenza sull’origine del mito della Dolce Vita. «Ad averne creato la leggenda era stata Clara Boothe Luce, nominata nel 1953 ambasciatrice in Italia da Dwight Eisenhower. Secondo l’Avvocato, si sentì declassata per essere stata inviata in una capitale che non era all’altezza del suo status come potevano esserlo Parigi o Londra. Ma piuttosto che protestare con Eisenhower contribuì a creare, con i suoi rapporti nel mondo del cinema e dell’arte e con la sua influenza sui principali periodici americani, la narrazione di una Roma straordinariamente bella e affascinante». E Dio solo sa quanto ci vorrebbe di nuovo per Roma un’altra donna così.
Bernabè c’è sempre, per qualche strana congiunzione astrale si trova nei tornanti della storia politico-economica del Paese. In Fiat, ad esempio, c’è anche quella mattina del 14 ottobre del 1980. Bernabé ancora non lo sa, ma sta vivendo la giornata che cambierà il corso dei rapporti in fabbrica e chiuderà gli anni Settanta: la marcia dei 40 mila.
«Arrivai a Torino come ogni giorno in auto dal Canavese e mi fermai nei pressi di corso Marconi. Con mia sorpresa vidi per strada tantissima gente (…). Parcheggiata la macchina cominciai a seguire anch’io il flusso della gente che da corso Marconi e dalle vie laterali si stava riversando verso il luogo convenuto. A mano a mano che ci si avvicinava al teatro la folla era così fitta che non si riusciva a proseguire. A quel punto feci dietrofront e me ne ritornai in ufficio continuando a seguire per radio l’evolvere degli eventi. Con il passare delle ore e con l’ingrossarsi del corteo che si era formato all’uscita del teatro, diventava sempre più evidente che il clima a Torino era completamente cambiato».
A volte la consonanza di Bernabé è massima con personaggi come Franco Reviglio (in Eni crescerà come uno dei Reviglio Boys, insieme al futuro ministro Siniscalco), a volte la distanza è siderale. Come nel caso di Carlo Sama o Raul Gardini. Proprio i capitoli dedicati alla storia della chimica e della fusione Enimont, dei rapporti perversi con la politica, del profumo di massoneria, andrebbero letti con attenzione dai novelli demiurghi del capitalismo di Stato.
Notevoli anche le pagine sull’Opa ostile di Olivetti su Telecom con l’epopea dei “capitani coraggiosi” raccontata però dalla trincea di chi ne subiva l’assalto. Con la benedizione di Massimo D’Alema. Bernabè rivela i retroscena di un paio di faccia a faccia burrascosi con l’allora presidente del Consiglio.
L’autore lo ricorda «molto irritato» per le critiche che iniziavano a circondare l’operazione di Colaninno anche da parte di uomini di punta della sinistra, come il futuro segretario generale della Cgil Sergio Cofferati. «Il capo del governo cominciava a essere preoccupato del maggior debito che sarebbe gravato su Telecom anche a seguito del rilancio di Colaninno sul prezzo d’Opa. Voleva che mi facessi da parte per lasciare campo libero ai “capitani coraggiosi”. Gli risposi che, siccome avevamo scelto di giocare con le regole del mercato, non mi restava che proseguire la battaglia (…). D’Alema non apprezzò affatto la mia intenzione di non desistere. Al termine dell’incontro mi disse che, se avessi messo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo non gradito con una compagnia estera, ne avrei pagato le conseguenze».
La storia, diceva Guccini, ci racconta come finì la corsa: Bernabè perse la sua battaglia, D’Alema la spuntò. Nel libro non gli risparmia una frecciatina finale. «Lo tradì il suo carattere. Voleva dare una lezione agli Agnelli per far capire chi comandava».
Il libro
A conti fatti di Franco Bernabè (Feltrinelli, pagg. 368, euro 20)