La rivoluzione è “fimmina”
Raffaella De Santis , di RAFFAELLA DE SANTISCatena Fiorello inaugura una nuova saga nell’immaginaria Monte Pepe. Dove la vera protagonista è la forza atavica delle donne siciliane
Ci sono le donne e poi ci sono le fimmine siciliane, tenaci nell’affrontare i capricci del destino. I romanzi di Catena Fiorello ruotano intorno a sfaccettate figure femminili, a cominciare dall’esordio con Picciridda, ora diventato un film diretto da Paolo Licata (vincitore del Globo D’Oro migliore opera prima e in lizza per altri premi, tra cui i Nastri d’Argento).
L’ultimo s’intitola Cinque donne e un arancino (Giunti) e racconta di un gruppetto di amiche che non ci stanno a fare le brave mogliettine o le nonne affacciate al balcone e che decidono di aprire una rosticceria di arancini a Monte Pepe, un borgo siciliano immaginario isolato tra le montagne dove non è facile sfidare la sorte. Gli affari faticano ad ingranare, fino a quando non compare una misteriosa americana che le coinvolge in una nuova avventura.
Il libro inaugura la saga delle signore di Monte Pepe, che conterà cinque titoli. «Quando ho iniziato a scrivere Ro…
L’ultimo s’intitola Cinque donne e un arancino (Giunti) e racconta di un gruppetto di amiche che non ci stanno a fare le brave mogliettine o le nonne affacciate al balcone e che decidono di aprire una rosticceria di arancini a Monte Pepe, un borgo siciliano immaginario isolato tra le montagne dove non è facile sfidare la sorte. Gli affari faticano ad ingranare, fino a quando non compare una misteriosa americana che le coinvolge in una nuova avventura.
Il libro inaugura la saga delle signore di Monte Pepe, che conterà cinque titoli. «Quando ho iniziato a scrivere Ro…
Ci sono le donne e poi ci sono le fimmine siciliane, tenaci nell’affrontare i capricci del destino. I romanzi di Catena Fiorello ruotano intorno a sfaccettate figure femminili, a cominciare dall’esordio con Picciridda, ora diventato un film diretto da Paolo Licata (vincitore del Globo D’Oro migliore opera prima e in lizza per altri premi, tra cui i Nastri d’Argento).
L’ultimo s’intitola Cinque donne e un arancino (Giunti) e racconta di un gruppetto di amiche che non ci stanno a fare le brave mogliettine o le nonne affacciate al balcone e che decidono di aprire una rosticceria di arancini a Monte Pepe, un borgo siciliano immaginario isolato tra le montagne dove non è facile sfidare la sorte. Gli affari faticano ad ingranare, fino a quando non compare una misteriosa americana che le coinvolge in una nuova avventura.
Il libro inaugura la saga delle signore di Monte Pepe, che conterà cinque titoli. «Quando ho iniziato a scrivere Rosario mi aveva consigliato di firmarmi con un altro nome ma Fiorello è il cognome di papà, ci tenevo». Adesso ha aggiunto Galeano, in omaggio alla madre.
Da dove viene la sua attrazione per le vicende di riscatto femminile?
«Dalla mia vita, dalla mia famiglia e dalla Sicilia, la mia terra. La nostra è stata una storia di resistenza».
L’ha narrata in “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
«Mio padre e mia madre da bambini hanno vissuto una povertà crudele. Quando si sono incontrati erano due disgraziati. Si sono sposati in sacrestia, soli, loro due e i testimoni. Dopo mio padre ha trovato lavoro nella guardia di finanza, ma dovevano mantenere quattro figli e i soldi erano pochi. Hanno sempre lottato. Un giorno mia madre mi diede 1500 lire dicendomi “comprati quello che vuoi”. Ad Augusta, dove vivevamo, c’era una cartolibreria che vendeva anche qualche libro. Decisi di provare a vedere».
Inizia così la sua storia di lettrice?
«E la mia passione per la cultura ebraica. Avevo quattordici anni, rimasi colpita da un libro che aveva in copertina la faccia di un bambino con gli occhioni scuri, sembrava un siciliano. Il titolo era spettacolare: Un giorno di felicità. Non sapevo niente dell’autore, Isaac B. Singer, ma lo presi. Mi conquistò la storia di quel bambino cresciuto a Varsavia. Tornai al negozio e chiesi un altro libro dello stesso autore, mi dissero di ripassare dopo qualche giorno, lo avrebbero cercato a Catania. Quando riprovai avevano per me La famiglia Moskat. Uno dietro l’altro divorai tutti i libri di Singer, dopo mi fissai che volevo imparare lo yiddish. Giravo con una stella di David al collo comprata al mercato. Dopo un po’ di tempo inaugurai la fase “esistenzialista”: Marguerite Duras, Anaïs Nin, Simone de Beauvoir. Più erano pazze e più mi piacevano».
Anche le donne di Monte Pepe hanno una vena di follia, ma la loro allegria sembra percorsa da un senso di tragicità.
«Dietro lo storia delle donne siciliane c’è l’orrido e l’angelico, sono d’accordo con Sciascia. È la spinta di questa terra a renderle differenti. La Sicilia insegna a vivere sempre a metà, a capire il bene ma anche il male. Se nasci in un posto placido non sei costretto a munirti di forza, nascere in Sicilia invece spinge a lottare. Qual è la differenza tra Felicia Impastato e Antigone? Le donne siciliane vantano primati in ogni campo, dalla cannunera Giuseppa Calcagno, che scacciò da Catania i Borboni con i cannoni, alla storia incredibile di Colomba Antonietti che si tagliò i capelli per combattere a fianco all’uomo che amava».
Perché preferisce chiamarle “fimmine”?
«In quel fimmina c’è la tragicità e la passionalità. Detesto le donne che devono piacere e compiacere, le mie donne non hanno bisogno di un uomo per rappresentarsi. Il modello rimane mia nonna».
È lei ad aver ispirato la nonna Maria di “Picciridda”?
«Certo, nonna Catena, il mio stesso nome, la donna più importante della mia vita. Quando è rimasta incinta di mio padre era vedova di guerra con tre figli a carico. Si era innamorata del suo vicino di casa, lui era sposato e del bambino non voleva saperne. Era una Sicilia arcaica ma lei decise di portare avanti da sola la gravidanza. A mio padre non svelò niente fino ai suoi 18 anni. Alla vigilia della sua partenza per il militare gli disse: mànnicci ‘na cattulina, ca ora divintasti ranni. E gli rivelò nome e cognome del padre. Anni dopo ho letto quella cartolina. C’era scritto: “Caro padre, vi mando un forte abbraccio da Gorizia, con affetto vostro figlio Nicola”. Era una donna emancipata nonna Catena, analfabeta ma amante della poesia».
Nel romanzo c’è un personaggio, quello di Nunziatina, che recita versi tra un arancino e l’altro.
«Nonna Catena ha imparato a firmare a 50 anni, ma era fissata con Pasolini, chiamava qualcuno a casa e si faceva leggere le poesie. Poi la notte usciva da sola per andare a lavorare in montagna. Sola col suo bastone. Puliva le campagne dei nobili dalle erbacce».
Per questo le piace narrare la vita di donne semplici?
«Mi interessano le donne immerse nella realtà di tutti i giorni, ma credo nel caso che può cambiarti l’esistenza. In questo romanzo è l’apparizione di un’americana ispirata a Oprah Winfrey. In Sicilia non è inusuale incontrare personaggi pazzeschi. A Letojanni e Taormina si possono incrociare divi del cinema mentre si mangia una granita. Mia madre incontrò Liz Taylor».
Nei suoi libri le donne soffrono molto per amore, forse troppo?
«A volte inutilmente, anch’io ho sofferto troppo. Se potessi riprendermi quelle lacrime le dirigerei verso altre strade. Alle presentazioni spesso mi si avvicinano e mi dicono: “Catena, sono sola, non ho un uomo…”. E io rispondo: Megghiu è, soffri meno».
Il libro
Cinque donne e un arancino di Catena Fiorello Galeano (Giunti, pagg. 352, euro 18)
L’ultimo s’intitola Cinque donne e un arancino (Giunti) e racconta di un gruppetto di amiche che non ci stanno a fare le brave mogliettine o le nonne affacciate al balcone e che decidono di aprire una rosticceria di arancini a Monte Pepe, un borgo siciliano immaginario isolato tra le montagne dove non è facile sfidare la sorte. Gli affari faticano ad ingranare, fino a quando non compare una misteriosa americana che le coinvolge in una nuova avventura.
Il libro inaugura la saga delle signore di Monte Pepe, che conterà cinque titoli. «Quando ho iniziato a scrivere Rosario mi aveva consigliato di firmarmi con un altro nome ma Fiorello è il cognome di papà, ci tenevo». Adesso ha aggiunto Galeano, in omaggio alla madre.
Da dove viene la sua attrazione per le vicende di riscatto femminile?
«Dalla mia vita, dalla mia famiglia e dalla Sicilia, la mia terra. La nostra è stata una storia di resistenza».
L’ha narrata in “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
«Mio padre e mia madre da bambini hanno vissuto una povertà crudele. Quando si sono incontrati erano due disgraziati. Si sono sposati in sacrestia, soli, loro due e i testimoni. Dopo mio padre ha trovato lavoro nella guardia di finanza, ma dovevano mantenere quattro figli e i soldi erano pochi. Hanno sempre lottato. Un giorno mia madre mi diede 1500 lire dicendomi “comprati quello che vuoi”. Ad Augusta, dove vivevamo, c’era una cartolibreria che vendeva anche qualche libro. Decisi di provare a vedere».
Inizia così la sua storia di lettrice?
«E la mia passione per la cultura ebraica. Avevo quattordici anni, rimasi colpita da un libro che aveva in copertina la faccia di un bambino con gli occhioni scuri, sembrava un siciliano. Il titolo era spettacolare: Un giorno di felicità. Non sapevo niente dell’autore, Isaac B. Singer, ma lo presi. Mi conquistò la storia di quel bambino cresciuto a Varsavia. Tornai al negozio e chiesi un altro libro dello stesso autore, mi dissero di ripassare dopo qualche giorno, lo avrebbero cercato a Catania. Quando riprovai avevano per me La famiglia Moskat. Uno dietro l’altro divorai tutti i libri di Singer, dopo mi fissai che volevo imparare lo yiddish. Giravo con una stella di David al collo comprata al mercato. Dopo un po’ di tempo inaugurai la fase “esistenzialista”: Marguerite Duras, Anaïs Nin, Simone de Beauvoir. Più erano pazze e più mi piacevano».
Anche le donne di Monte Pepe hanno una vena di follia, ma la loro allegria sembra percorsa da un senso di tragicità.
«Dietro lo storia delle donne siciliane c’è l’orrido e l’angelico, sono d’accordo con Sciascia. È la spinta di questa terra a renderle differenti. La Sicilia insegna a vivere sempre a metà, a capire il bene ma anche il male. Se nasci in un posto placido non sei costretto a munirti di forza, nascere in Sicilia invece spinge a lottare. Qual è la differenza tra Felicia Impastato e Antigone? Le donne siciliane vantano primati in ogni campo, dalla cannunera Giuseppa Calcagno, che scacciò da Catania i Borboni con i cannoni, alla storia incredibile di Colomba Antonietti che si tagliò i capelli per combattere a fianco all’uomo che amava».
Perché preferisce chiamarle “fimmine”?
«In quel fimmina c’è la tragicità e la passionalità. Detesto le donne che devono piacere e compiacere, le mie donne non hanno bisogno di un uomo per rappresentarsi. Il modello rimane mia nonna».
È lei ad aver ispirato la nonna Maria di “Picciridda”?
«Certo, nonna Catena, il mio stesso nome, la donna più importante della mia vita. Quando è rimasta incinta di mio padre era vedova di guerra con tre figli a carico. Si era innamorata del suo vicino di casa, lui era sposato e del bambino non voleva saperne. Era una Sicilia arcaica ma lei decise di portare avanti da sola la gravidanza. A mio padre non svelò niente fino ai suoi 18 anni. Alla vigilia della sua partenza per il militare gli disse: mànnicci ‘na cattulina, ca ora divintasti ranni. E gli rivelò nome e cognome del padre. Anni dopo ho letto quella cartolina. C’era scritto: “Caro padre, vi mando un forte abbraccio da Gorizia, con affetto vostro figlio Nicola”. Era una donna emancipata nonna Catena, analfabeta ma amante della poesia».
Nel romanzo c’è un personaggio, quello di Nunziatina, che recita versi tra un arancino e l’altro.
«Nonna Catena ha imparato a firmare a 50 anni, ma era fissata con Pasolini, chiamava qualcuno a casa e si faceva leggere le poesie. Poi la notte usciva da sola per andare a lavorare in montagna. Sola col suo bastone. Puliva le campagne dei nobili dalle erbacce».
Per questo le piace narrare la vita di donne semplici?
«Mi interessano le donne immerse nella realtà di tutti i giorni, ma credo nel caso che può cambiarti l’esistenza. In questo romanzo è l’apparizione di un’americana ispirata a Oprah Winfrey. In Sicilia non è inusuale incontrare personaggi pazzeschi. A Letojanni e Taormina si possono incrociare divi del cinema mentre si mangia una granita. Mia madre incontrò Liz Taylor».
Nei suoi libri le donne soffrono molto per amore, forse troppo?
«A volte inutilmente, anch’io ho sofferto troppo. Se potessi riprendermi quelle lacrime le dirigerei verso altre strade. Alle presentazioni spesso mi si avvicinano e mi dicono: “Catena, sono sola, non ho un uomo…”. E io rispondo: Megghiu è, soffri meno».
Il libro
Cinque donne e un arancino di Catena Fiorello Galeano (Giunti, pagg. 352, euro 18)